Storie di felicità che vanno raccontate dal vivo. Noi eravamo al mare

“Perché vedi Caterina, è sempre quello il problema. Usare se stessi come unità di misura. Se io sono felice con fatica riuscirò comprendere l’infelicità dell’altro che non sentirò mai mia fino in fondo, e la potrò soltanto guardare attento a non avvicinarmi troppo, che non sia contagiosa. E certo potrò provare a sollevare in qualche modo il carico, il peso che si percepisce ma non si condivide.

Per un tempo limitato, un orizzonte breve che non venga a scalfire i miei progetti futuri, i miei impegni, il mio tempo. Paradossalmente potrei accettare che scalfisca finanze, anzi guarda quasi lo vorrei per sentire di aver fatto la mia parte e che nessuno possa mai dire il contrario”.

Parla sottovoce Archimede, per non rovinare il momento. Siamo ancora qui, seduti al largo sul moscone, stavolta. A remare piano verso il largo per non disturbare quelle meduse che sono arrivate in quantità industriale non so da dove. Enormi e onestamente brutte, non come quelle garbate dell’Acquario di Genova che sembravano finte, con quella luce blu che ne metteva in evidenza la trasparenza e la bellezza che neanche i filtri di Tik Tok, e Francesco voleva rimanere a vivere lì, davanti a quelle vasche.

Caterina seduta davanti a noi tira fuori da sacchetti di carta piccoli ma pieni come le tasche di Eta Beta, taralli di tutti i tipi.  Con le olive, con il finocchio, con il pomodoro, con la cipolla che ci guardiamo prima, e poi ridendo “Ma sì, dai” e mangiamo senza troppe preoccupazioni. E poi, autoproclamatasi vivandiera per un giorno, tira fuori il vino che però ha scelto Archimede che conosce i gusti di tutti e tre e ha una cantina dove vino e olio convivono in armonia, ciascuno con i propri sentori, con i retrogusti, con i colori perché come il vino non è che l’olio è tutto uguale.

In locali separati, con temperature differenti e controllate che io non so accendere i termosifoni a casa e meno male che il frigo della farmacia fa tutto da solo, figuriamoci una cosa del genere. Beviamo questo vino bianco e un po’ frizzante, fruttato come piace a me, che scende bene anche se ci sono 35 gradi o forse per quello.

I bambini a riva, sotto lo sguardo attento di Teresa, la fidanzata indulgente di Archimede che sa quanto bene ci vogliamo tutti e tre e quanto chiacchieriamo per ore. Neanche Covid ci ha fermati, ma chi legge lo sa, ci conoscete ormai.

Ci fermiamo in mezzo ad un niente di un verde talmente chiaro e trasparente che si vedrebbe il fondo se non fosse così profondo. E metto piano i piedi in acqua per cercare un po’ di refrigerio, perché il cappello di paglia non basta a proteggermi, e nemmeno la camicia di lino bianco a maniche lunghe, da questo sole della mattina presto che tra poco bisognerà tornare e cercare l’ombra del gazebo di palme, aspettando che arrivi il momento di quell’aperitivo che poi diventerà pranzo, con il pane abbrustolito condito con l’olio all’aglio che ormai abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno.

E poi la torta salata piena di verdure e olive e quelle puccette con il pomodoro nell’impasto e due spaghetti con le cozze non ce li vogliamo fare? Anche se io le cozze passo, che mi appare la faccia di mio padre, Igienista, che scuote indice e testa e avevo forse un anno quando spiegavo alla signorina Chiarello, all’asilo della Madonna della Croce, cosa fossero le patatine virali. Ognuno ha i propri demoni, che volete fare.

“Se corri ti viene la broncopolmonite”, un mantra della mia infanzia come la minaccia della congestione se solo mi fossi avvicinata alla riva del mare dopo pranzo. Che Annibale e Caterina lo facevano apposta a tuffarsi per schizzarmi. Siamo in silenzio e io penso che alle volte hai l’impressione che sia fatica comprendere anche la felicità dell’altro. Diversa dalla mia e solo per questo da guardare con sospetto.

La felicità che fa rima con alterità, una specie di poesia della distanza, un ballo che danzi da solo perché alle volte anche in due è già troppo.

E tutto è nato perché Caterina ha detto “Non so più se sono felice, ma non sapevo a chi dirlo. Ho aspettato di vedere voi, perché al telefono non riuscivo.” È una sua fissa, anche ora solo videochiamate perché vi devo vedere, ride.

Perché quando devi raccontare una cosa così grande hai bisogno di essere accolto, non ti serve la pacca sulla spalla di chi ti consiglia la rassegnazione, e nemmeno lo sguardo incredulo di chi ti dice “Hai tutto” e ti giudica ingrata nei confronti della vita.

Come se volessi una cosa che non ti spetta. La felicità. Che anche a scriverlo ti prende male, perché ti guardi in giro e ci sono disastri, oggi come venti anni fa solo che eravamo più giovani, e basta.

Esiste il diritto alla felicità? Si può essere felici senza offendere la sensibilità dell’altro? Certo che esiste. Certo che si può.

Perché la felicità è solo comprendere chi si è. Limiti, paure, bellezze. Lo abbiamo detto ancora, ma certe volte c’è come un’urgenza di ripeterlo, forse quando qualcosa si sgretola o pare sgretolarsi e forse da quelle piccole macerie bisogna liberarsi, o cercare di costruire cattedrali. Forse sono i momenti così che ci aiutano a ritrovare strade un po’ perse, grazie magari a sentieri non battuti che però nascondono scorci inaspettati, radure ampie dalle quali si vede il mare anche se sei in montagna.

Sbagliare strada diventa l’occasione di scoprirsi esploratori, non per rammaricarsi del tempo perso che non è mai perduto. E le avevo pronunciate ad alta voce queste parole, evidentemente, perché Archimede faceva sì con la testa e Caterina piangeva.

Forse con il presagio della felicità futura, imperfetta ma sua, e per il dolore di quella presente che, ormai era chiaro, doveva lasciare.

Simonetta Molinaro, 28 maggio 2023

 

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