Lavoratrice in laboratorio (Depositphotos foto) - www.statodonna.it
Più donne nelle STEM significa più innovazione: colmare il divario di genere è una sfida cruciale per il futuro del lavoro.
Parliamoci chiaro: quando si tratta di innovazione e tecnologia, il ruolo delle donne viene ancora messo in secondo piano. E non perché manchi il talento, anzi! Il punto è che troppo poche ragazze scelgono percorsi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), e quelle che lo fanno spesso trovano più ostacoli dei loro colleghi uomini. Questo non è solo un problema di equità, ma anche un freno allo sviluppo del Paese. Se vogliamo crescere e stare al passo con le nuove sfide tecnologiche, servono più donne in questi settori.
Ma perché così poche ragazze si avvicinano alle STEM? Beh, il problema nasce da lontano. Stereotipi e pregiudizi iniziano a influenzare le scelte delle bambine fin dai primi anni di scuola. Ancora oggi si sente dire che “la matematica non è roba da femmine” o che le donne sarebbero “meno portate” per l’ingegneria. Roba vecchia, ma purtroppo ancora presente. E poi c’è un’altra questione: mancano modelli femminili forti. Se non vedi donne scienziate, ingegnere o programmatrici, fai più fatica a immaginarti in quei ruoli.
E poi c’è il mondo del lavoro, che non è certo più accogliente. Anche quando le donne scelgono di laurearsi in materie scientifiche, trovano più difficoltà a inserirsi nel mercato. I posti migliori, quelli più stabili e ben pagati, finiscono quasi sempre agli uomini. Il risultato? Un potenziale enorme sprecato, perché senza la loro partecipazione attiva nei settori tecnologici, il Paese perde in competitività e innovazione.
Tutto questo ci mette in una posizione svantaggiata rispetto ad altri Paesi. In molte parti del mondo si è già capito che la diversità è un motore per il progresso. Eppure, in Italia, la situazione cambia troppo lentamente. Senza politiche serie per invertire la rotta, rischiamo di restare indietro, sia dal punto di vista economico che scientifico.
I numeri parlano chiaro. Solo il 16,8% delle donne tra i 25 e i 34 anni ha una laurea in un settore STEM, mentre tra gli uomini la percentuale è più del doppio (37%). Una differenza enorme, che ci posiziona tra i Paesi europei con il gap più ampio in questo campo. E non è solo una questione di genere, ma anche di territorio: al Nord si arriva al 17,5%, al Centro al 16,4%, mentre al Sud si scende al 16%. Anche per gli uomini c’è un calo nel Mezzogiorno (27,5%), ma il divario resta comunque meno marcato.
Questa situazione non è un caso, ma il risultato di un sistema che scoraggia le donne a entrare in questi ambiti. Non si tratta solo di scelte personali, ma di un problema culturale che va affrontato alla radice. Se le ragazze non si sentono abbastanza incoraggiate o se non vedono prospettive concrete, è ovvio che molte di loro finiranno per evitare queste carriere.
E chi ce la fa ad arrivare alla laurea? Anche lì, le cose non migliorano molto. Entrare nel mondo del lavoro è ancora una battaglia, perché il divario di genere non si ferma ai banchi dell’università. In ambito scientifico e matematico, le donne trovano lavoro nell’80,1% dei casi, ma gli uomini stanno all’86,4%. La differenza diventa ancora più evidente nei settori più tecnici, come l’ingegneria e l’informatica: 81,8% contro 91,1%. E non è solo questione di numeri. Anche le condizioni contrattuali fanno la differenza. Le donne STEM hanno più probabilità di ritrovarsi con contratti precari, part-time involontario e stipendi più bassi rispetto ai loro colleghi uomini.
In particolare nel Sud, dove la situazione è ancora più difficile, trovare un’occupazione stabile è un’impresa. Insomma, oltre a dover superare barriere culturali e sociali, le donne che scelgono questo percorso si trovano davanti anche a un mercato del lavoro che non le valorizza a dovere. Cosa fare? Serve un cambio di mentalità, ma anche azioni concrete. Più orientamento scolastico, più donne nei ruoli di riferimento e politiche che favoriscano l’accesso femminile ai lavori STEM. Perché la realtà è semplice: se vogliamo davvero innovare, abbiamo bisogno di tutte le menti migliori. E metà della popolazione non può essere esclusa.
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