RUBRICA LA PAGINA LETTERARIA: I canti politici di Dante

Continua ancora e sempre ad ispirare Dante. Colpiscono e lasciano il segno le Invettive politiche riportate nella Divina Commedia: le divisioni tra le diverse fazioni che arrecano debolezza politica, la superbia, le invidie e l’incapacità di tendere verso un fine comune qui passano in rassegna, al vaglio del Sommo Poeta.

Come non rivedere  qualcosa che succede ancora oggi,  in quei versi, seppure in termini spazio-temporali differenti?

Si potrebbe provare così a sentire nelle parole del padre della Letteratura italiana un monito da attualizzare, un richiamo che possa costituire una spinta a fare meglio oggi.

Leggiamo insieme i suoi versi del canto VI dell’Inferno, del canto VI del Purgatorio e del canto VI del Paradiso: tre canti ritenuti simmetrici, perché in ognuno di essi, progressivamente, Dante lancia la sua invettiva rispettivamente prima contro le criticità di Firenze, poi contro quelle dell’Italia, infine contro l’Europa tutta in una sorta di climax ascendente.

Nel canto VI dell’Inferno, con l’ingresso nel III Cerchio e l’apparizione di Cerbero, ha luogo prima di tutto l’incontro con Ciacco , probabilmente un non meglio identificato parassita che a Firenze veniva invitato ai banchetti per allietare i commensali con le sue facezie, finito all’Inferno per i suoi eccessi nel peccato di gola, e la sua profezia sul destino politico della città di Firenze.
È la notte di venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300.
Dante vuol sapere da Ciacco quale sarà l’esito delle lotte politiche che attanagliano Firenze, se vi sono in essa cittadini giusti, e quali sono le ragioni delle discordie intestine presso la sua città.
Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia post eventum dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (allora Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno. Prima che passino tre anni, però, i Neri avranno il sopravvento grazie all’aiuto di un personaggio che si tiene in bilico tra i due partiti (Bonifacio VIII), e conserveranno dunque il potere per lungo tempo, infliggendo gravi pene alla parte avversa (condanne ed esili).
La risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta: “Giusti son due, e non vi sono intesi”, come a dire che le persone oneste sono poche e neanche ascoltate. Alla terza domanda Ciacco risponde che “superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”.

Il canto sesto del Purgatorio di Dante Alighieri si svolge nell’Antipurgatorio, dove le anime distratte da cure terrene (coloro che trascurarono i propri doveri spirituali) attendono di poter iniziare la loro espiazione.
È il pomeriggio di domenica 10 aprile (o 27 marzo) del 1300, alle tre.
Qui Dante incontra il trovatore Sordello da Goito, che lo intrattiene in una lunga conversazione.
In questo contesto, il poeta fiorentino, in un processo di autoidentificazione con il personaggio incontrato, che esulta alla vista di un conterraneo, lancia il suo grido di dolore nella cosiddetta apostrofe all’Italia:
“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta
non donna di province, ma bordello! Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra. 
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode”.
L’Italia viene cioè definita sede del dolore e nave senza timoniere in una tempesta, non più signora delle province dell’Impero romano ma bordello.
Con queste celebri parole Dante voleva denunciare la misera condizione dell’Italia, dominata da altre nazioni e luogo di corruzione, senza nessuno che ponesse un freno a tutto ciò.

Nel canto VI del Paradiso, infine, nel Cielo di Mercurio, l’imperatore Giustiniano si presenta a Dante con una digressione sulla storia dell’Impero romano.
È la sera di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.
Terminata la sua digressione, Giustiniano invita Dante a giudicare l’operato di Guelfi e Ghibellini che è causa dei mali del mondo: i primi si oppongono al simbolo imperiale dell’aquila appoggiandosi ai gigli d’oro della casa di Francia, i secondi se ne appropriano per i loro fini politici, per cui è arduo stabilire chi dei due sbagli di più.
“Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,che son cagion di tutti vostri mali.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
e non l’abbatta esto Carlo novello
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.
Molte fïate già pianser li figli per la colpa del padre, e non si creda che  Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!”

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