Genitori di figli che spesso non conosciamo, un meccanismo si è inceppato

Mi domando spesso, e non solo negli ultimi sconvolti giorni, che genitori siamo per i nostri ragazzi. Che cosa insegniamo? Quanto di noi cerchiamo di trasferire in loro, orgogliosi come quando sono piccoli e li guardiamo cercando nei loro i nostri occhi, che sia per la forma o almeno il colore, che ricordi quello di qualcuno dei parenti stretti, meglio se dalla parte nostra e non del coniuge, naturalmente.

Quando ha perso forza l’essere genitore? Cosa abbiamo lasciato per strada, se abbiamo lasciato qualcosa, oppure cosa di nostro abbiamo aggiunto a quell’esempio di genitorialità che abbiamo avuto noi, nella nostra vita di figli? Da qualche parte, per forza, si è inceppato un meccanismo di cui nessuno ti insegna le regole, ma le devi pensare tu in autonomia, fatto salvo che debbano rispondere a leggi non scritte e a leggi scritte. Ma che esempi diamo, in concreto?

Abbiamo adulti che oggi sono genitori a loro volta figli forse troppo coccolati o troppo rimproverati. Gente che fino a trent’anni non si è mai rifatta il letto perché “deve studiare” o che a sei anni già doveva cucinare perché prima figlia o prima figlia femmina, designata erede della cura dei fratelli, minori o no.

Vittime incolpevoli di quella pedagogia nera che solo a leggere che si chiama così ci sentiamo male, e poi invece quando cerchiamo di capire cosa sia ci sentiamo peggio e scopriamo di esserne stati vittime tutti noi nati prima del Duemila. Perché al di là delle ciabatte materne usate contro di noi come alabarde spaziali, ci riconosciamo con smarrimento in quei bambini per i quali l’obbedienza agli adulti era tassativa e quando chiedevi il perché, ti rispondevano “perché sì” e il discorso era chiuso.

Siamo noi quei bambini che “se a scuola facevamo qualcosa che non andava bene, la maestra te le dava e a casa non raccontavi niente altrimenti prendevi anche il resto”. Quante volte abbiamo letto questo orrore, declinato nelle svariate forme, scritto e sottoscritto da gente orgogliosa che si crede strutturata? Infallibile? Siamo sicuri che certi genitori magari meno autoritari siano necessariamente dei debosciati?

Che i figli di genitori severi siano perfetti? Perché, per onestà intellettuale, dobbiamo anche essere pronti a riconoscere che evidentemente questo metodo severo non ha prodotto grandi risultati se i genitori di oggi sono anche quelli che vediamo e che non piacciono a nessuno.

Ci dobbiamo poi per forza interrogare anche su questi figli che sono figli di tutti.  Sono gli stessi che abbiamo tirato su ad omogeneizzati e latte in polvere. O allattati fino a sei anni. Da carnivori o da vegetariani. Con i videogiochi o con i giocattoli di legno. Con le favole lette prima di fare la nanna con la lucina di cortesia o con la luce spenta, che ormai sei grande.

Noi, figli di Maria Montessori e di Gianni Rodari. Cresciuti tra cavalline storne e vesperi migrar che a un certo punto ci siamo ritrovati pure che li cantavamo questi versi, ma forse lì già le cose iniziavano a sfuggirci di mano. Tutto iniziava a diventare troppo veloce per noi.

Noi, vittime di complessi famosi enunciati ma mai risolti, e che sia Edipo o Elettra sempre macelli succedono. Noi, cresciuti nella Prima Repubblica che poi ci siamo ritrovati nella Seconda quando forse eravamo ancora troppo giovani per capire e oggi, ogni tanto in un rigurgito di nostalgia ci ritroviamo a pensare che stavamo meglio quando stavamo peggio.

Ma sarà davvero così?Io credo che siamo confusi. Dimidiati tra quello che abbiamo vissuto e che non abbiamo voluto far vivere ai nostri figli, e quello che avremmo voluto insegnar loro, senza tanto successo, a quanto pare.

Siamo persi nella moltitudine dei social, che ci sembra trasgressivo Facebook e ci viene il cuore in gola quando qualcuno ci scrive su Messenger che arriva la notifica con quel suono diverso dagli altri che tutti lo riconoscono, e soprattutto non abbiamo nemmeno idea di quante piattaforme esistano, ma ci sentiamo orgogliosi quando i nostri ragazzi ci dicono di avere un canale su Youtube, neanche fossero scienziati.

E ridiamo perché pensiamo che Youporn sia uno scherzo e invece esiste davvero. O esisteva, non lo so. Non sono aggiornata. E ci facciamo il segno della Croce quando qualcuno parla del darkweb che ci sembra una cosa brutta già dal nome. Figuriamoci se sapessimo cosa ci si può trovare.

Siamo noi i genitori di questi ragazzi che non riconosciamo.

Quelli che non rispondono al telefono quando li chiami “ma hai sempre il cellulare in mano”. Quelli che vivono sui social cercando likes e sponsorizzazioni. Quelli che si fanno le foto vicino a macchine lussuose che non sono loro e favoleggiano di vite in località esotiche.

Quelli che a venti anni ti vogliono insegnare come diventare ricco senza lavorare. O “lavorando”. Anche se loro vanno ancora a scuola, o all’università della vita.

Quelli che comunque assecondiamo perché magari sono le proiezioni di quello che noi non siamo riusciti ad essere, forse anche solo perché non esistevano i social e quindi non avevamo platea per le nostre iniziative. E dopo era troppo tardi per farlo e allora abbiamo sublimato, attraverso cose che forse noi stessi abbiamo istillato. E così essere genitori di una Miss o di un pilota di aerei ci regala, per trasposta persona, attimi di fama.

Facciamoci un esame di coscienza: siamo sicuri di fare del nostro meglio? Siamo troppo molli? Troppo severi? Lavoriamo troppo? Siamo assenti? Lavoriamo poco? Siamo troppo presenti? Siamo autorevoli? Autoritari? Facciamo gli amici? Le amiche? Siamo buoni esempi?

È molto complicato rispondere. Ma ammettere la propria fragilità o le proprie difficoltà non è sbagliato. Soprattutto perché in realtà siamo anche i genitori di altri ragazzi.

Bravi ragazzi. Quelli di cui si parla meno. Coscienziosi, attenti, generosi, impegnati, gentili, equilibrati. Quelli che studiano, lavorano, viaggiano, partono, tornano. E stanno sui social, ma con criterio, dimostrando che nulla è diabolico se tu non lo fai diventare.

 

Che siano loro la chiave per parlare agli altri? Perché gli adulti a “quelli”, non ci sanno arrivare, è evidente. Quelli con cui la famiglia, la scuola, la società hanno fallito, se ci hanno provato. Quelli con cui non riusciamo a parlare, e se riusciamo non ci ascoltano. Quelli che se invece li ascolti tu, ti accusano sempre di qualcosa. Quelli che sicuramente qualcosa abbiamo sbagliato.

Allora forse dobbiamo guardare ai genitori prima che ai ragazzi. Aiutare i genitori ad essere genitori. Ci dobbiamo assumere le nostre responsabilità.

Come dice la legge, la responsabilità genitoriale è propria degli adulti, e va bene. Peccato non basti. Perché riconoscere che fare i genitori sia difficile è lecito, ma non cancella un millesimo di quello che fanno i figli.

Ai quali bisogna forse spiegare meglio che la responsabilità (e non solo quella penale) è personale, e che se ti assumi il rischio di compiere un atto sbagliato devi essere in grado di comprenderne il disvalore e sapere che ci saranno sicuramente delle conseguenze, che tu accetterai nel momento in cui deciderai di agire lo stesso. Si chiama capacità di intendere e volere. È la giustizia, questa. La giustizia che non è legge del taglione, mai. È tempo di crescere tutti quindi. Di cambiare registro. Prendere le distanze. Altrimenti continueremo ad essere complici, nel silenzio, nella passività, nell’accettazione.

Simonetta Molinaro, 18 giugno 2023

 

 

 

 

 

 

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