Quel malessere senza nome che non si può nemmeno combattere

La guardo che scrive un appunto mentre parla al telefono e nel frattempo legge una ricetta e prende il farmaco dalla cassettiera.

Mi ha chiamata perché ha appena assunto un collega che dell’Università ha ancora addosso la polvere delle aule Magne nelle quali sedeva per seguire lezioni che però non sa come mettere in pratica. Mi dice che nonostante il voto alto non sa niente e lei non ha il tempo per insegnargli. Non ha neanche la pazienza, mi dice. “Dai, fallo tu per me”.  Non sarebbe la prima volta, tra l’altro.

“Vabbè dai, mandamelo questo giovanotto di belle virtù” le dico sorridendo, sommersa dall’elenco infinito delle cose che deve fare solo quel giorno. In pausa pranzo andare nel capoluogo a ritirare le piante da vendere in piazza per la festa della mamma, poi tornare in farmacia e a chiusura fare il giro degli associati per consegnarle e organizzare l’evento.

Tutto questo per un totale di circa 150 km, che però percorre in sveltezza e allegria, la conosco. Parla al telefono, gridando perché il vivavoce è difettoso e odia le cuffiette che secondo lei le fanno venire il mal d’orecchio. Oppure canta. Ad alta voce e inventando le parole perché non se le ricorda ma tanto è sempre sola, nessuno se ne accorge.

Da un po’ in effetti le pesa, questa solitudine che quando era giovane chiamava libertà e che invece adesso ignora per non doverla classificare in qualche modo.

Non ne è più così convinta, nonostante i sistemi che negli anni ha affinato per raccontarsela bene. Fermarsi mai, questa la regola regina.

Perché se si ferma sente di tradirsi. Di tradire quella ragazza che tanti anni prima era se stessa solo se si teneva così impegnata da non avere il tempo per soffrire dell’assenza continua dei genitori, studiosi impegnati e famosi.

Colleghi ma concorrenti, coltivavano diverse teorie di pensiero che li tenevano legati in discussioni avvincenti dalle quali uscivano sfiniti e lei con loro a cercare di attirare l’attenzione ma inutilmente e la sensazione era sempre la stessa, quella di essere di troppo tra loro.

Sono stata amata di sguincio, mi diceva. Di riflesso. Perché ciascuno dei genitori vedeva in lei un pezzo di sé e un pezzo dell’altro e questo amavano. Secondo lei. Non l’amavano in quanto tale, ma perché espressione del loro amore. Poteva essere lei o un’altra, sarebbe stato uguale. Secondo lei.

Era sempre questo l’intercalare quando ne parlavamo, anni fa. E ne parlavamo quando erano ancora vivi e forse si poteva affrontare l’argomento e magari anche quei fantasmi che ancora la tormentano. E forse la tormentano perché alla fine non ha mai avuto il coraggio di dirglielo che non si è mai sentita amata veramente.

Neanche quando giovanissima aveva vinto quella farmacia in un posto lontano da tutto, sul quel monte un po’ petroso che domina prepotente la valle e certe sere limpide la croce verde si vede da lontano, come un piccolo faro alpino.

E si era trasferita sperando che sentissero la sua mancanza, ma in realtà non lo aveva mai saputo ed erano andati una sola volta a trovarla e tutto il tempo avevano fatto considerazioni sulla composizione delle rocce sulle quali sorgeva la chiesetta di fronte alla farmacia e neanche il suo entusiasmo li aveva smossi. E così aveva iniziato a non raccontare più, a non chiedere pareri, a non manifestare emozioni.  A non fermarsi.

Perché ci vuole coraggio a fermarsi. Figuriamoci a sostare. Che sono diverse la fermata e la sosta, lo studiamo per prendere la patente. E allora, meglio far finta di niente e inventarsi cose da fare, impegni da rispettare, mondi che crollano senza di noi. E come lei tanti.

Che camminano sempre per cercare di individuare da qualche parte quello che non si riesce a trovare tra le pieghe di sé. O per evitare di vederlo, perché ammettere certe cose fa paura se si è soli ad affrontarle.

Se si pensa di essere soli. E se a quel malessere non si è neanche riusciti a dare un nome. Cosa combatto se non so neanche definirlo? Oppure perché non so dove dirigermi, non so dove andare, cavolo, e giro a vuoto per non ammetterlo. Ecco, anche questo. E allora, meglio correre, che chi si ferma è sperduto.

Simonetta Molinaro, 30 aprile 2023

 

 

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