Storia di Filomena, che intravede una speranza per la vita di suo figlio

StatoDonna, 12 marzo 2023. La guardo camminare verso di me e la riconosco anche se non l’ho mai incontrata prima. Ha un’andatura strana, di sguincio, e poi mi dirà che è perché da quando è qui cammina tantissimo e non è abituata e le si sono gonfiati i piedi che le fanno male e deve tenere le scarpe slacciate. L’alternativa è andare scalza ma non mi sembra abbastanza figlia dei fiori. Non mi pare il tipo da gonnellone e riga in mezzo. Ma non è questo che mi colpisce, quanto il fatto che sia lei a richiamare la mia attenzione sul suo aspetto fisico. “Hai visto che capelli?” mi dice, e poi “Sono molto ingrassata” quasi a giustificarsi, ma io non ho idea di come fosse prima e non sono interessata al suo aspetto fisico.

Eppure insiste. E io ascolto perché capisco che voglia sentirsi normale. Finge che siamo due amiche che si incontrano e parlano di vestiti, di capelli e di trucco, magari. Ma noi non siamo amiche e io porto lo stesso taglio di capelli da quando avevo diciassette anni quando ho capito che liscia mi sento meglio che riccia e la mia prima piastra per i capelli la conservo ancora. Poi uso il rossetto e il rimmel, ma sono basica e odio i mascheroni sulla faccia. Sulla mia, perché le altre possono fare quello che vogliono, per me va bene tutto. Non sono precisamente un’esperta di stile e neanche lei, vestita di cinquanta sfumature di blu che pure a Pantone gli verrebbe la monotonia. Eppure mi parla di parrucchiere e nel dubbio che sia un messaggio subliminale, mi sbircio di nascosto in una vetrina, ma poi le sorrido e assecondo questa sua logorrea che mi vuole portare nel suo mondo terribile prendendola lunga. Allora mi lancio in apprezzamenti sul suo ciuffo e sulla lunghezza che chi l’ha detto che dopo i cinquanta bisogna tagliare? Le dico che il blu è un colore jolly che fa primavera e anche estate se lo abbiniamo alle righe bianche e gli spruzziamo addosso un tocco di rosso. Tipo marinaretto d’ordinanza.

Poi però ho paura di esagerare e soprattutto ho esaurito le mie conoscenze e allora sto zitta, confidando che sia lei ad iniziare. Perché è così difficile la sua storia, che ho paura di parlarne io. Aspetto, mentre beviamo un caffè di fronte al mare, entrambe straniere in questa terra generosa dove lei ha deciso di trasferirsi, contro la volontà di tutta la famiglia. Me la manda una mia amica, perché ha bisogno di ricominciare dopo tanto dolore e bisogna attivare percorsi, costruire reti e alleanze, ricostruire identità ferite, ricucire ferite che non si rimarginano. Arriva da lontano Filomena, con un bagaglio che non è a mano, perché quello ogni tanto lo poggi da qualche parte e ti riposi un po’. Ti massaggi la spalla indolenzita e cambi mano prima di ripartire. Qui il peso ce lo abbiamo addosso dappertutto e neanche quando dorme passa. Se, dorme.

Perché per troppo tempo non lo ha potuto fare, aspettando che quel figlio tornasse. Sperando che tornasse. E arrivava, verso mattina incrociando il padre che usciva per andare a lavorare e nemmeno si salutavano. Ubriaco, fatto, arrabbiato perché aveva sempre litigato con qualcuno che lo aveva guardato male e ce l’aveva con lui. Nervoso perché l’effetto delle cose che aveva assunto stava terminando e ogni volta era diverso perché a lui piaceva sperimentare e non si tirava indietro neanche quando nemmeno si sapeva il nome di quello che assumeva perché i trafficanti usano la fantasia e i nomi non lasciano trapelare lo schifo che c’è dentro.

Arrivava e si buttava vestito sul letto e si addormentava mentre lei lo vegliava per paura che non si svegliasse o che succedesse come quella volta che si stava soffocando con il suo stesso vomito e lei aveva chiamato il 118 e loro lo avevano salvato ma dopo lui aveva spaccato tutti i piatti del servizio di Vietri, quello con le ciliegie, che lei mentre lui gridava pensava che glielo aveva regalato sua sorella ma non si ricordava se ad un compleanno o ad un anniversario di matrimonio. Che poi, pensava Filomena, che cosa devo festeggiare. Aveva smesso di prestare attenzione a tutto quello che non fosse lui.

Aveva assunto un ragazzo per il pomeriggio, perché lei non poteva andare a lavorare, doveva rimanere a casa. Suo figlio si alzava all’ora di pranzo ma si chiudeva in bagno e faceva finta di non sentire quando lo chiamavano. Perché il suo male lo costringeva a non mangiare. A contare le calorie dell’aria respirata. A pesarsi prima di bere un bicchiere d’acqua e dopo. Quando lo aveva pensato suo marito l’aveva guardata stranito. “Ma chill è maschij” le ha detto. Nel suo immaginario “anoressica” era un aggettivo solo femminile, riferito a quelle modelle che certi stilisti si ostinano ancora oggi a mandare in passerella, che quando le vedi hai sempre paura che non ce la facciano a percorrerla fino in fondo e ti sembrano barcollare su tacchi dai quali hai paura che cadano. E se cadono hai paura che si rompano. Ecco, per Gino è quella l’anoressia.

Ben lontana dalle mura di casa tua, e soprattutto da quel figlio che fino alla seconda superiore è stato un po’ cicciottello, con l’apparecchio e la riga di lato. Silenzioso e un po’ strano, sempre, ma lui da padre non se ne è mai preoccupato più di tanto, a queste cose ci deve pensare la mamma. Che ha iniziato a cucinargli i piatti preferiti che poi mangiava Gino perché buttare il cibo è peccato. A gridare, piangere, implorare. A inseguirlo con la forchetta piena di cibo come quando era bambino e faceva l’aereoplano con il cucchiaino di silicone, ma quella volta ridevano entrambi, non come ora. Lo ha chiuso a chiave in camera, e poi in casa.

Gli ha tolto il telefono ma poi ha cambiato idea perché, mi dice, almeno se gli fosse successo qualcosa lo avrebbero potuto localizzare. Anni di incubi, con l’altra figlia che decide di andare a studiare lontano per non assistere a quelle scenate. Le sostanze che si intrecciano con la depressione, le ossessioni e le manìe. Ore infinite di docce notturne a cancellare dolori mai raccontati, e lui stesso forse, da un mondo che dice di odiare perché non gli offre un posto suo. Fughe e ritorni, ammissioni e rifiuti, pianti inconsolabili e rabbia distruttiva e distruttrice. Percorsi di psicoterapia iniziati e mai continuati. Uno è troppo giovane, uno troppo vecchio, quello troppo cinico, quell’altra troppo materna. Poi, un giorno all’improvviso la resa. “Mamma, portami da qualche parte.” 

È per questo che sono arrivati qui. Lui in una struttura, lei perché vuole andar via da quella cittadina dove non sta più bene, rimasta troppo sola ad affrontare una situazione troppo dura. A cominciare dalla scuola che non ha mai fornito nemmeno risposte alle domande su un presunto bullismo, forse evento scatenante. Sta cercando casa, contro la volontà del marito che continua a non capire fino in fondo. Si vergogna anche se non lo dice apertamente e questo lo capisce lei ma lo capisce anche il figlio, ed è la cosa peggiore.

Mi ha raccontato tutto come se stesse leggendo compitini mandati a memoria. Cose ripetute all’infinito dai professionisti, psicologi e psichiatri, dai quali doveva andare a spiegare perché il figlio non avrebbe continuato il percorso mai iniziato davvero. Ora però ha fiducia. Intravede una speranza, per quel suo figlio complicato e sofferente e anche per lei, dopo tutto questo.  Non lo può incontrare adesso, ma respiriamo la stessa aria, mi dice. E mi troverà qui quando starà meglio.  Meglio, non bene. Ma quando non hai mai avuto neanche l’illusione che potesse esserci un futuro, anche meglio va bene.

Simonetta Molinaro, 12 marzo 2023

 

 

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