La forza di una madre con la figlia in carrozzella, fino all’ultimo istante

Aveva avuto una sofferenza alla nascita, le avevano detto i medici. Non camminava da 22 anni e per tutta la vita il pensiero di Gemma fu di poter sopravvivere a lei

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Foto: Il redattore sociale

StatoDonna, 29 gennaio 2023. La guardavo dalla vetrina mentre spingeva la carrozzina. Solo la pioggia le fermava, ma purtroppo e per fortuna, come si dice da quelle parti, laggiù non piove mai. E allora percorrevano il viale della stazione ogni giorno. All’inizio velocemente e certe volte, dopo che Arturo era morto, mi sembrava quasi con rabbia. Senza fermarsi a guardare gli alberi, alti e rigogliosi perché era isola pedonale da sempre, lo smog relativo, e il vento che arrivava da nord puliva l’aria portando anche il profumo degli aranci che lì fioriscono tutto l’anno. Pesava pochissimo e non capivo come riuscisse a farla spostare quella carrozzina con Isabella sopra, che era altissima, almeno venti centimetri più di lei. E me lo chiedevo ogni volta che la vedevo “come farà”. Venti volte di numero. Ogni giorno alle cinque del pomeriggio, uscivano. Alle quattro si alzava dalla poltrona nella quale dopo pranzo si riposava, e andava a farsi la doccia.

Isabella la faceva mangiare a mezzogiorno, mentre la signora delle pulizie finiva di lavare il salone. O la camera da letto. La sua o quella di Isabella. Oppure la sala da pranzo, quella con le sedie con la spalliera alta e le sedute di velluto senape. Come le mantovane che ricoprivano ai lati le tende leggere, dalle quali la mattina filtrava la luce e che erano sempre tirate per evitare che qualcuno guardasse dentro, e si accorgesse che non c’era più nessuno in quella casa. Nessuno tranne lei, e Isabella che però non camminava da ventidue anni, ormai, e nella sala da pranzo non ci era più entrata con la sedia a rotelle. Perché nessuno la spingeva e lei da sola non riusciva, non era autonoma.

Alle cinque meno un quarto scendevano da casa e arrivavano davanti alla stazione, dove il rumore dei treni la faceva sorridere, quella sua ragazza. Che lei chiamava “la bambina”, anche se ormai aveva quarant’anni e lei quasi ottanta.  E si ricordava perfettamente di quando era nata e quella volta non si facevano le ecografie e gli esami ogni mese, in gravidanza. Si guardava la forma della pancia per determinare il sesso. Pancia larga, femmina. Pancia a punta, maschio.

Poi c’era tutto un universo femminile, un gineceo pronto a dare consigli, a sostenere la futura mamma. A parlare di voglie e di nausee. Di mariti lasciati in disparte, ma senza troppe remore perché si sa, i padri diventano padri solo quando lo vedono il bambino, non possono mica capire. Una donna invece madre lo è dal primo momento, dal momento in cui solo sospetta di essere incinta, che non avrebbe nemmeno bisogno di fare il test. Quelle tutine verdi e gialline, perché azzurro e rosa era troppo rischioso, nel caso non si sarebbero potute usare quelle del colore sbagliato.

Altri tempi, mica come ora, che i bambini a tre giorni hanno già il giubbottino di pelle o i leggings uguali uguali a quelli che usa la mamma, che dopo una settimana deve postare le foto della pancia già rientrata, e poi un’altra mentre allatta la creatura, appoggiata a mille cuscini sul letto, in una camera perfetta, con i soprammobili etnici e i bastoncini d’incenso che fanno capolino dietro gli elefanti con le proboscidi alzate, per carità, altrimenti la sfortuna è dietro l’angolo. Ma lei queste cose non le sa, non usa nemmeno Whatsapp, non lo ha mai fatto e non ha cominciato nemmeno quando è rimasta vedova, e i nipoti, figli del fratello, hanno insistito tanto. Figuriamoci Instagram.

Lei non ce lo ha mai avuto l’elefantino con la proboscide alzata, forse è per questo che ha avuto sfortuna. Sfortuna. Ha pensato così quando sono entrati i dottori in camera, e non sapevano come dirglielo che la bambina aveva avuto una sofferenza alla nascita. Che all’epoca, su due piedi non sapevano nemmeno quantificare. E ci giravano intorno, con frasi che non capivano né lei né il marito. “Non dovrebbero essere grossi problemi” disse il primario, che poi lei lo conosceva anche perché la moglie era una sua collega, insegnava alle medie, e giocavano anche a carte insieme il giovedì pomeriggio. A bridge.

E mentre lui parlava, Gemma pensava alle amiche, e ai loro figli belli, perfetti. Biondi o bruni, con quelle manine cicciotelle e i buchini al posto delle nocche. Con quei gridolini che scandivano l’ora della pappa e della nanna, e tutte erano intenerite. E quasi si vergognò di portarla Isabella a quei pomeriggi tra amiche. Invece le amiche si rivelarono tali, perché l’amicizia vera non ha bisogno di tante parole. Bastano gli sguardi e quando finalmente un giovedì Gemma trovò il coraggio di suonare il campanello, nessuna disse niente. L’abbracciarono, le presero la bambina dalle mani e iniziarono a passarsela l’una con l’altra, come facevano con i figli di tutte e Isabella rideva, con quei sorrisi silenziosi che sembravano tristi ma forse non lo erano e comunque non lo avrebbe mai saputo nessuno, perché non ha mai parlato bene e tutto quello che faceva arrivava attraverso le parole di sua madre e di suo padre che raccontavano di lei.

E io, sinceramente, mai ho dubitato che potessero non comprendere quello che Isabella voleva dire. Le sue emozioni arrivavano reali, senza veli di pietismo e nemmeno di pietà. Perché questo hanno combattuto tutta la vita. Farla sentire diversa. Mai le hanno parlato ad alta voce, come se fosse sorda, perché tra tutte le cose che aveva, la sordità no. Le descrivevano le cose nominandole, perché anche se non riusciva a ripetere, doveva sapere cosa fossero. La sgridavano un po’ se faceva i capricci, e le dicevano “brava” per ogni progresso. L’hanno iscritta al nido, e poi a scuola. In piscina. Hanno viaggiato. Sono andati al ristorante, e in pizzeria. Sempre sorridendo e sempre con una naturalezza contagiosa.

L’hanno a volte portata da certe associazioni importanti, quelle che si vedono in televisione, con i testimonial famosi. Ed era piaciuta a tutti. A loro, che si riposavano in albergo, a lei che imparava sempre qualcosa di nuovo. Il pensiero fisso, quello del “dopo”. Cosa ne sarebbe stato di Isabella se fossero mancati prima di lei? L’associazione era sembrata una buona scelta. Non si può affidare una persona fragile ai parenti, mi diceva. E fino a quando c’è stato il marito, era un po’ più tranquilla. Il pomeriggio uscivano insieme, e sempre insieme o a turno spingevano quella carrozzina, dalla quale certe volte Isabella scendeva all’improvviso, quando era più piccola. Poi sempre meno, perché non riusciva tanto a camminare. E allora, venti volte avanti e indietro. Dalla stazione alla fontana. Dalla fontana alla stazione.

Poi una mattina Arturo non si era svegliato. E Gemma aveva avuto paura, e aveva smesso di uscire. Le portavo a casa le medicine per Isabella, farmaci salvavita che non si potevano interrompere, e la guardavo mentre lei mi preparava il caffè. Le chiedevo se avesse tutto in casa, ma diceva sempre di sì. Mi accorsi che dormiva sul divano, e capii anche che la signora delle pulizie non saliva più, perché l’odore della polvere era fortissimo. Volevo offrire il mio aiuto ma non trovavo le parole. Tutto quello che cercavo di dire mi suonava falso, artefatto. Troppa prudenza, ma soprattutto troppo rispetto. Pensai di darle un altro po’ di tempo.

Mi limitavo a parlare di quello che succedeva nel quartiere della stazione. Il fruttivendolo che la figlia di sedici anni era scappata ed era tornata incinta. Il cane del macellaio che aveva aggredito il cane della signora del secondo piano. La fioraia che era diventata nonna. La portinaia che era caduta dalle scale e voleva fare causa al condominio.

Poi una mattina la vidi entrare in farmacia spingendo la carrozzina, e fu la prima volta che notai quella rabbia. Che poi fosse solo paura, l’ho capito dopo. Quando la guardavo e mi accorgevo del viso stanco e preoccupato di chi combatte da solo battaglie infinite che diventano una guerra. Quando la guardavo e non riuscivo più a trovare un barlume della forza che aveva sempre trasmesso a tutti coloro i quali avevano anche solo provato a compatirla. Compatirle. O, peggio, a far finta di empatizzare. A chi, sconosciuto, allungava la mano per accarezzare Isabella dicendole “brava” e si sentiva rispondere “non è mica un cagnolino”. Perché la dignità di Isabella come persona è sempre stata una faccenda seria per Gemma, ben prima delle battaglie civili che si fanno giustamente oggi.

E la paura che aveva da quando era morto il marito l’aveva resa ancora più convinta. Parlava a Isabella come se non avesse nessun problema. E Isabella sorrideva. E tutti assecondavamo lei e sorridevamo a Isabella, quando le vedevamo passare il pomeriggio, sole, ma decise a percorrere il viale venti volte, ogni giorno. Poi è arrivato Covid. E una polmonite che non ha avuto scrupoli nel portare via Isabella, che era comunque fragile.

E al funerale, tutti piangevamo, ma non Gemma. Che sembrava quasi felice, e non era plausibile. E ci guardavamo e pensavamo senza dirlo che fosse impazzita per il dolore. “Ora posso morire tranquilla” mi ha detto però, lucida, quando l’ho abbracciata, e dopo un mese se n’è andata davvero, il tempo di sistemare le cose al cimitero, e di lasciare disposizioni ai nipoti che ancora la piangono. Anche io la piango, e quando torno giù le cerco sul viale, e certe volte mi pare anche di vederle.

Simonetta Molinaro, 29 gennaio 2023

 

 

 

 

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