Quando si ama l’amore non è mai un errore

StatoDonna, 15 gennaio 2023. Ero arrivata da poco in quella valle attraversata da un fiume e piena di colori e profumi di fiori che si intrecciavano all’ odore di tartufo che ogni paese ha la sua sagra. La esploravo in pausa pranzo, rimanendo incantata davanti ad angoli nascosti di boschi verdi e fitti abitati da folletti, dicevano certi anziani. Ritrovai, dopo tanti anni, le lucciole che l’ultima volta le avevo viste a Bologna, in via delle fragole che era anche un nome adatto ad una strada piena di lucciole e conobbi persone pazzesche, che venivano in farmacia e poi mi invitavano orgogliose a casa loro, mostrandomi posti incantati e certe radure che ti aspettavi sbucasse all’improvviso la casa dei sette nani o la Bella Addormentata, quando ancora non si doveva vergognare di apprezzare il bacio di un principe.

E la domenica a pranzo andavamo da una mia amica che gestiva uno di quei circoli che grazie ai contributi riescono a sopravvivere e ad essere luoghi in cui, a prescindere dall’appartenenza politica che continua ad essere ricordata solo nelle insegne sopra alle porte d’ingresso, ci si ritrova per mangiare e bere, e combattere la solitudine che qui è un problema serio. Mi faceva trovare l’insalata dell’orto appena raccolta, croccante e tagliata piccola piccola, come piace a me e sua madre, che l’aiutava in cucina, cascasse il mondo mi preparava la torta della nonna, e la metteva in forno alle undici, così quando finivamo di mangiare la crema al limone era ancora tiepida e io una persona sicuramente migliore.

Ci teneva da parte sempre lo stesso tavolo, centrale rispetto alla veranda dalla quale si vedeva tutta la valle, solo che era molto in alto e il fiume è molto più giù e non si vede. Te lo devi solo immaginare alla fine di campi e campi e passi che piacciono solo ai ciclisti che arrivano qui da ogni parte del mondo per affrontare gare famose che attraversano un numero infinito di colli. E la prima volta che erano venuti i miei avevano seguito il navigatore che però qui si diverte a depistare. Avevano fatto un giro pazzesco ed erano arrivati avviliti pensando fosse l’unico modo per raggiungerci e mio padre era affranto “Ma sei sicura, apapà?”, mentre mia madre che ha una memoria fotografica e adora il ciclismo, riconosceva i luoghi che vedeva in televisione e che poi avevano anche il profumo della sua terra di origine, ed era più contenta, ma di poco veramente.

E la torta Maria la mangiava con me, mentre Francesco andava a giocare con il cane da caccia che stava giù, nel recinto e ormai lo aspettava come solo i cani sanno fare, con affetto sincero e un istinto che dice oggi è domenica. E lo controllavamo dalla veranda, perchè poi era l’ora del caffè e arrivava un po’ di gente che si fermava al tavolo con noi a chiacchierare e la torta, in teoria preparata per me, spariva molto velocemente, tra i racconti e gli aneddoti e le risate. Mi raccontavano i segreti di ogni casa che si vedeva scendendo a valle. Le storie d’amore che si intrecciavano, e chi era partito per poi tornare ricco, o solo perchè stanco di vivere lontano da casa. O chi era arrivato fuggendo dalla città, e lì aveva trovato la sua dimensione.

Di giorno scarpe inglesi su misura, di sera stivali di gomma per andare a rigovernare gli animali. E lì avevo conosciuto Carmelo, che già il nome lo collocava geograficamente a molti chilometri di distanza ma, se potevi avere il minimo dubbio, spariva quando parlava con una voce profonda e quella cadenza che arrota le erre e che quando la sentiamo non pensiamo più ai vecchietti con la coppola e lo scacciapensieri in mano, ma ci viene in mente subito il commissario Montalbano che nuota a Puntasecca, e Camilleri che addirittura ci ha scritto i suoi libri, in dialetto, e qualche amico che ci scrive “bedda”. Comunque Carmelo la sua lingua la adorava e nessuno ci faceva caso, anzi ormai avevano imparato a capirlo e gli rispondevano anche loro in dialetto, ma marchigiano. Veniva in farmacia e lì mi chiamava dottoressa, anzi dottore. Mi disse “Venga a vedere dove sto”.

Così andai e mentre guidavo pensai che non sapevo nulla di lui, e mi sembrò strano e mi venne in mente che gli altri lo trattavano con un senso di rispetto che coglievo solo in quel momento e che scoprii dopo essere anche pieno di pudore. Arrivai che quasi il sole tramontava e mi colpirono i colori, che ogni volta mi toccavano il cuore, come ora in quest’altra valle. La casa in sasso con gli infissi di legno, il prato curatissimo, i fiori rigogliosi e solo di due colori, i vialetti di pietre posate sul prato, il pozzo con il secchio originale. Tutto bello e perfetto. Mi raccontò dei sacrifici e degli anni passati a lavorare come un pazzo mentre la moglie e i figli vivevano dei soldi che lui mandava, trattenendo una parte per realizzare il sogno di migliorare. Vivevano ancora giù e lui li raggiungeva quando poteva e si era perso tutto della vita dei figli, la scuola e le Comunioni e le Cresime.

E si era stancato di trovare ogni volta due bambini che puntualmente lo dovevano come conoscere di nuovo, e una moglie perennemente arrabbiata perché sempre sola a dover sbrigare tutto e a crescere due figli maschi che iniziavano a dare qualche pensiero. E allora disse sì quando gli proposero di acquistare quell’azienda agricola che poi lo era solo sulla carta, perchè aveva giusto qualche vacca che forniva un po’ di latte. Partirono d’estate, per dar modo ai bambini di iniziare l’anno scolastico dal primo giorno nel posto nuovo e presero possesso di una casa fatiscente, e di una stalla peggio, ma si rimboccò le maniche e si affidò a tutti i santi che conosceva, chiedendo prima di tutto scusa per tutte le volte che li aveva nominati invano. Studiava la notte per capire come fare per migliorare e decise di provare con il formaggio.

Cominciò a sperimentare mentre aspettava la documentazione e i permessi e andò a bussare a tutte le porte per capire come fare, e in fretta anche. Il formaggio era buono e iniziò a venderlo e aprì uno spaccio. E i figli crescevano e li vedeva poco lo stesso e sapeva quello che faceva perchè le cose gliele raccontava la moglie, la sera tardi mentre mangiava da solo. Ma il lavoro andava bene, e le vacche erano molte di più e la casa aveva preso forma ed era una bella forma. Perchè lui faceva i lavori di muratura e la moglie ingentiliva la casa ed il giardino, che certe volte i turisti che si fermavano a prendere il formaggio e lo mangiavano lì con il pane fresco cotto nel forno a legna, sulle panche e sui tavoli di legno sotto al gazebo di ferro battuto, chiedevano di poterlo fotografare, per quanto era, ed è, bello.

Ed erano contenti, anche se lavoravano come matti, ma voleva dargli tutto a quei figli, non come lui che non aveva neanche iniziato le scuole medie. E voleva dare loro una buona istruzione e vestiti belli, e il motorino e poi la macchina e i soldi in tasca, che non gli venisse in mente di chiederne in giro. Ma sapeva poco di loro e se ne accorse quando il grande ebbe un incidente. E morì. E lui, al funerale, piangeva un figlio amato ma sconosciuto e stringeva mani di amici che non aveva mai nemmeno sentito nominare perché non aveva mai avuto o forse trovato il tempo di ascoltare quello che raccontavano quando si incrociavano magari a tavola. E loro parlavano ma lui era perso dietro a certi calcoli, o ad un animale malato, o alla rata del mutuo che scadeva dopo due giorni.

Leggeva negli occhi della moglie che non gli aveva voluto dare la mano durante la cerimonia, un rimprovero che non era più silenzioso come le volte precedenti, ma gridava e diceva mi hai lasciata sempre sola, che vuoi ora? E sentiva che giustificarsi dicendo che lo aveva fatto per loro sapeva di poco, davanti alla morte di un figlio. E lei, per consolarsi di un dolore che uccide, lo provocava e gli diceva che lei aveva perso un figlio, mica lui. Lui aveva una bocca in meno da sfamare e quindi doveva essere solo contento, gli gridava piangendo.

E poi ha fatto le valigie ed è tornata giù. E l’altro figlio è andato a vivere sul mare, lontano da quella casa dove torna solo ogni tanto e da lui. Che ora accusa gli anni che passano e la solitudine quella vera, quella che non trova risarcimenti nelle cose che possiedi, e non è ripagata dall’affetto di chi ti è amico. Quella che ti fa riflettere su quanto hai perso e su quanto ogni momento sia importante e tu non ci avevi mai pensato prima. Perchè pensavi di avere tempo e adesso che vicino non hai nessuno capisci tante cose, e cioè che sei sempre stato solo ma di una solitudine diversa che forse ti sembrava piena di cose e di progetti che però erano solo tuoi e hai commesso l’errore di pensare che fossero i progetti di tutti, ma non hai mai chiesto, in realtà, quali fossero i loro.

E poco tempo fa mi ha domandato, parlando forse anche da solo “Si può sbagliare per amore?” e ho risposto sì, perchè credo che tutti sbagliamo per amore, che sia troppo o troppo poco, o dato per scontato o non apprezzato o non riconosciuto o non desiderato o confuso o rimandato o respinto o ignorato o mortificato, e perché ho capito che è il suo modo per non morire del tutto.

Simonetta Molinaro, 15 gennaio 2023

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