Mamme sono tutte quelle che hanno desiderato esserlo, almeno una volta

Stato Donna, 13 novembre 2022. Erano diventati famosi con i Righeira. Erano i loro parrucchieri, quelli che gli scolpivano i capelli, e i ciuffi. E avevano una scuola, in centro a Bologna, e le studentesse andavano lì a tagliarsi i capelli. Ci capitai anche io e, per una cifra irrisoria, perché i capelli te li tagliavano i ragazzi che imparavano, uscii con un caschetto che solo Valentina di Crepax, e Sant’Antonio da Padova invece mi avrebbe invidiato la frangetta, che poi era il loro marchio di fabbrica, ma io non ero un cantante famoso e nemmeno un frate, per cui ero un po’ perplessa. 

Comunque sia, il taglio riscosse successo anche se poi ci ho messo un po’ di tempo a tornarci. Anni. Dovevo andare ad una festa di laurea e i miei capelli erano davvero troppo lunghi con la frangia che mi arrivava sul naso e mi ricordai di loro, e prenotai, sperando in mode cambiate e meno drastiche.

Uscii più contenta, quella volta, perché la frangia ricopriva le sopracciglia, almeno, e quindi nessuno mi aveva portato via la mia coperta di Linus. E poi avevo conosciuto questa ragazza, con i capelli viola su una carnagione da bionda naturale. Con gli occhi blu. Di un bello. E mi era piaciuta anche perché non era stata invadente, ed era simpatica, e brava. Così, ogni tanto ci tornavo e siamo diventate amiche.

Aveva un amore un po’ tormentato, con questo tipo grunge, perso tra la musica ed il suo gruppo ad imitare gente famosa destinata purtroppo quasi tutta a morire per droga o suicidi, la birra scura e un po’ di fumo. E alle spalle aveva una famiglia rigida, pratica, di lavoratori, che non parlava troppo di sentimenti ed emozioni, e a lei mancavano le parole, perché non aveva voglia di studiare o di leggere e non sapeva come dirle le cose e un po’ si mortificava e rideva quando io le suggerivo “Parla per esempi. Se non hai i termini, racconta una storia che faccia comprendere come ti senti.” 

Facevo storytelling e non lo sapevo, ma funzionava e funziona perché ancora ci parliamo così. Per immagini, e racconti. Di una storia, abbiamo parlato solo una volta, molti anni dopo. Era rimasta incinta. Avevamo ventitré anni, nessuna delle due ci aveva mai pensato ancora ad un figlio, io perché studiavo, lei perché non aveva stabilità e certezze, e qualcuno su cui contare. “Devo abortire, Simo” mi disse. E io mi sentii male, per la lei di allora che era sola e disperata, per quel bambino che non sarebbe mai nato, per la lei di dopo, perché pensavo cosa le sarebbe successo se poi si fosse pentita. Ma la abbracciai e basta.

La accompagnai dal medico, a fare gli esami, e poi anche in ospedale, dove non furono gentilissimi e la trattarono in maniera sbrigativa e sufficiente e il medico diceva “Togliamo la materia” che io pensavo “Cavolo, ma come ti permetti?”. E lei era troppo frastornata per rispondere male e lo feci io al suo posto e il dottore mi fulminò, e l’infermiera anche. Rimase da me per un paio di giorni. Piangeva e dormiva, tutto in silenzio. Un silenzio che io rispettai e che abbiamo osservato per tanti anni, e abbiamo fatto finta di dimenticare anche quando poi siamo diventate mamme entrambe e un giorno, che ero andata a Bologna ed ero passata da lei, in questo salone bello e raffinato, tutto bianco con certi tocchi di oro satinato e luci gentili che non ti sparano in faccia la tua età, e mi ha detto: “Ci pensi, sarebbe maggiorenne, adesso. Biondo, e con gli occhi blu. E simpatico”. 

E ho capito che non era passato un giorno senza che lei non ci pensasse, che si era costruita l’immagine di un figlio che non aveva mai visto ed era il suo modo di elaborare il dolore, e comportarsi come se lui esistesse, e forse esiste, era per chiedergli perdono. E si era inventata questo figlio maschio perché poi aveva avuto una bambina ed era più facile forse, per lei. Mi fecero una tenerezza infinita, lei e quel suo bambino, che non si sono mai conosciuti e non posso non pensare alla bambina che io non ho mai conosciuto. 

Al dolore quando il ginecologo mi propose un’indagine genetica per capire come mai e alle lacrime quando sul referto avevo visto quelle due XX, che poi sarebbe stato uguale se fosse stato un maschio, ma Francesco che è l’amore della mia vita e oggi ha 25 anni, era già nato, e una bimba mi sarebbe piaciuta. E l’avrei chiamata Margherita o Phaedra, così, alla greca. E ci penso e sempre, quando mi chiedono quanti figli ho, non dico mai “uno”, perché non è giusto e con Francesco, quando ne parliamo, dico “tua sorella” perché le mamme non sono solo quelle con uno stuolo di pargoli al seguito, o quelle che cucinano dalla mattina alla sera, o quelle che rinunciano alla carriera, o quelle di Instagram con la pancia tatuata e le case perfette con le orchidee nei vasi e i figli vestiti di lino bianco, che bevono dalla borraccia ecologica, o quelle che vestono le figlie come delle “mini me”, che non si sopporta neanche come hashtag. 

O quelle pancine di Facebook, piene di retorica mielosa e sgrammaticata. O quelle delle chat della scuola, dove figli sono solo i propri e degli altri, chi se ne frega. Mamme sono tutte coloro hanno avuto anche solo il pensiero e poi magari la vita ha deciso diversamente. O quelle che la vita i figli glieli ha tolti e non esiste neanche una parola dedicata, nel vocabolario, per definirle. Esiste “vedova” quando perdi un marito, “orfana” quando perdi i genitori, ma non esiste una parola a definire chi perde un figlio. Perché anche la grammatica esorcizza il dolore e la paura. Mamme sono quelle che non sono riuscite a portare a termine gravidanze già complicate o che erano belle e poi si sono trasformate nel peggiore degli incubi. Mamme sono tutte quelle che hanno desiderato di esserlo almeno una volta. E, di qualcuno, mamme siamo tutte.

Simonetta Molinaro, 13 novembre 2022

2 Commenti

  1. Quanta struggente tristezza in questo tuo racconto, anche se scritto con dolcezza infinita, molto sentito da parte mia, forse sono più mamme queste di altre mamme, perché spesso partorire…non significa esserlo ❤️🌹❤️ un abbraccio forte forte ❤️ tesoro…zia Liviana 🌹

    • La tristezza struggente che non cade in prescrizione e che ti fa sentire madre a prescindere. E non so se migliore. Certo, sei madre.
      Ciao bella zia🌹❤️

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