Pensieri sulla felicità di un autunno che si finge primavera

Stato Donna, 30 ottobre 2022. Fa caldo oggi. E sono seduta al bar, con il terzo caffè della mattina, facendo pari e dispari se mangiare un cornetto oppure no. Un cornetto con la crema oppure con la marmellata di arance. Un cornetto vegano oppure un cornetto con la farina al carbone. Un cornetto vuoto integrale oppure un cornetto integrale con il miele. Potrei continuare per ore, qui te li farciscono come vuoi e poi c’è un repartino dei fattincasa che ti senti male, con una vetrina tutta vecchi merletti senza arsenico, con dentro torte di mele caramellate ed amaretti, di pere e cioccolato fondente, plum cake all’arancia, crostate di marmellata alle prugne o con la crema e la frutta fresca. E poi biscotti senza burro, o senza uova, o senza zucchero che potresti immaginare tristi, soprattutto di fianco al ben di Dio. E invece sono gustosi e profumati e qualcuno croccante e qualcuno morbido. O forse è la fantasia, o la golosità. O l’osmosi.

E guardo, mentre rifletto, gli alberi rossi che si vedono sulle montagne che ho di fronte al di là’ della valle attraversata dal fiume che le dà il nome e che in questo autunno che si finge primavera inoltrata è un po’ asciutto e sono, quegli alberi, spettacolari ma fuori contesto perché se guardi il calendario ti viene in mente la nebbia, e invece ci sono solo gl’irti colli e di maestrale neanche a parlarne.

Foto: greenme.it

Guardo i miei piedi nudi che calzano scarpe leggere e il cardigan morbido, che copre ma non scalda e meno male perché non serve. Anzi, mi sposto all’ombra che quasi sudo e mi siedo alle spalle di due ragazze. Giovani. Parlano piano ma non c’è nessuno, non posso non sentire e poi alzano un po’ il tono e forse lo fanno anche apposta, come per chiedere un parere. Che mi guarderò bene dall’esprimere perché il tema è troppo delicato, personale.

La felicità. Il dubbio di chi mette in discussione scelte magari datate o di chi inizia a vivere ora. Partire, rimanere, tornare. Chiedere, accettare, rifiutare. Cercare, rispondere, aspettare. Quanti verbi la felicità. Quante domande, quante attese. Quante lacrime, quante risate. Ma quello è solo il risultato. L’effetto. La felicità è, prima di tutto, un atto di coraggio. Perché non è che il fiore nasca fiore. È un percorso, un cammino. È tutto quello spazio che parte da radici ben salde nella terra, sale sulle foglie, e arriva fino alla corolla. Si diventa fiori.

Ed è, lo sappiamo bene, anche nel cammino, nel prima e nel durante, che noi proviamo felicità. Nella soddisfazione per aver deciso, per aver trovato la spinta, e l’orgoglio per partire. Già nel momento in cui decidiamo, già allora siamo felici. Fieri e paghi della nostra certezza. Del nostro coraggio. Anche se alle volte è un percorso tortuoso, magari con le spine. Per durare poi, quanto? un giorno, due… poco rispetto alla fatica sostenuta.

Ma davvero importa, questo? Nessun fiore, anche se appassito, sarà mai vissuto invano. Nessuna spina pungerà mai abbastanza. E quel seme, da cui eravamo partiti, mai morirà, custodito con amore dalla terra. Rimane lì, pronto a rinascere. E poi lo sappiamo bene, spesso per essere felici basta un attimo. Basta addirittura sapere di poterlo essere.

Foto Cool Head Europe

Perché questo dà quasi la stessa sensazione di averla percorsa quella strada. Di aver compiuto quel progetto, di aver realizzato quel sogno, di aver raggiunto quell’obiettivo. La sensazione, appunto. Come il sexting e lo smart working. Bello, sì. Utile, anche. Ma niente in confronto a baciarsi per davvero o al caffè con i colleghi davanti alla macchinetta.

Felicità virtuali contro felicità reali. Felicità interrotte contro felicità compiute. Felicità artificiali contro felicità naturali. Autentiche e semplici. Niente algoritmi, addizioni o sottrazioni. Niente professori in cattedra a spiegare come si fa. Niente direttori d’orchestra a dirigere gli strumenti.

Perché non è mai un viaggio in solitaria, la felicità. Anche se poi a volte si è da soli, càpita, a dover decidere percorsi, a scegliere davanti a bivi, aspettare chi rimane indietro, correre per raggiungere qualcuno. Stringere i denti durante la notte, godere della luce dolce dell’alba. Respirare aria fresca e fermarsi un po’ al sole. Darsi forza e dare forza. Traendo coraggio dal coraggio degli altri, e donandone a volte un po’ del proprio.

Certi che il traguardo sia dietro questa curva o forse dietro la prossima o la successiva. Ma c’è, è lì e noi lo raggiungeremo. Magari stanchi, un po’ provati. O soli. Ma ce l’abbiamo fatta perché quello desideriamo, essere felici. Prima però, bisogna partire.

Simonetta Molinaro, 30 ottobre 2022

 

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