Donne iraniane e guerra del velo fra presente, passato e visione politica

Stato Donna, 20 ottobre 2022. È ricomparsa Elnaz Rekabi, la campionessa iraniana che a Seul ha gareggiato nella arrampicata sportiva senza velo. Per un numero non indifferente di ore di lei non si era saputo più nulla e si sospettava la mano pesante della polizia su questa ragazza, colpevole di aver gareggiato senza hijab ma con una bella coda di cavallo esposta al vento, che si muoveva in sincronia con il suo agile corpo, in piena libertà.

Poi c’è stata la notizia del suo rientro in Iran, insieme a tutta la squadra, con un comunicato nel quale la campionessa, scusandosi per il disagio creato, racconta che il velo le era scivolato involontariamente dalla testa e che non aveva potuto recuperarlo per tempo prima della gara. Si è sospettato un ricatto sulla vita della sua famiglia, in particolare del fratello, ma non ci sono prove.

Ed è rientrata in questa Iran che sta vedendo le donne protestare ogni giorno contro il velo, con il sacrificio della vita e della prigionia. Non sappiamo come andrà a finire questo movimento di piazza iniziato circa un mese fa; sappiamo come è cominciata questa furiosa e coraggiosa protesta. Con la morte della giovane Masha Amini, sorpresa dalla polizia religiosa e condannata per non aver correttamente indossato il velo.

Ad un mese di distanza la protesta dilaga. Per il 22 ottobre pare sia prevista una manifestazione che, secondo le intenzioni anche di intellettuali maschi, si dovrebbe svincolare dalla protesta per il velo per arrivare addirittura a mettere in discussione la Repubblica islamica nata nel 1979. La prima vittima, Masha Amini, è stata fermata dalla polizia religiosa per la ciocca di capelli che fuoriusciva dall’hijab. Segno volontario, il suo? Involontario? Non lo sappiamo. Un segno comunque di allentamento della regola secondo la quale occorre incorniciare perfettamente il volto e di cui abbiamo un esempio anche da noi, in Occidente, in uno dei romanzi fondanti della nostra italianità: I Promessi Sposi.

Ricordate Gertrude, costretta dal padre a farsi monaca per non disperdere tra i figli il patrimonio di famiglia, che doveva essere trasmesso intatto solo del primogenito? Certo che la ricordiamo! E nel ricordarla non possiamo dimenticare la ciocca dei capelli lasciata uscire dalla cuffia come segno indubbio di ribellione. Era ormai prigioniera, Gertrude, la monaca di Monza, ma continuava ad essere ribelle verso una scelta che non era mai stata la sua. Ottenuta con la intimidazione e il continuo ricatto.

E fa impressione, oggi che queste iraniane sono perseguitate dalla polizia, scoprire che in Iran, a partire dalla primavera del 1935, Reza Scià, il sovrano padre dell’ultimo scià deposto dalla rivoluzione islamica del ’79, impose alle donne di prendere parte a manifestazioni sportive senza indossare il velo. La stessa famiglia del sovrano appariva in pubblico senza velo.

Una legge specifica fu introdotta per impedire alle donne di indossare il velo. Quelle che non si adeguavano venivano incarcerate. In nessuna scuola professoresse e alunne dovevano presentarsi velate. E i religiosi a favore del velo venivano arrestati, torturati, esiliati. Stranezze e rovesciamenti della Storia!

Cento anni fa avveniva esattamente il contrario di quello che accade oggi. Non senza conseguenze importanti. I tradizionalisti ritiravano le figlie velate dalle scuole e quel velo, che paradossalmente le rendeva visibili nei luoghi pubblici, una volta rimosso, le condannava ad una vita di fatto invisibile, di reclusione in casa e senza istruzione. Perché al tema del velo è indissolubilmente legato quello della istruzione e quello della politica. Sì, della politica. Queste madri, velate o disvelate, erano, sono e saranno le educatrici dei figli e dei futuri cittadini. Tutto si giocava e si gioca su di loro. Su di loro pesa il fardello di interpretare la visione politica dell’Iran, sia ieri che oggi.

Le donne allora si trovarono fra due fuochi. Anzi tre. Bisogna metterci infatti anche gli inglesi, che nel 1941 deposero Reza Scià, sostituendolo con il figlio, e che avevano maltollerato il disvelamento. Perché disvelamento di un corpo significa trasparenza, significa relazionarsi non dietro un sipario indecifrabile ma attraverso gli sguardi; significa anche guardare alle responsabilità delle parole conseguenti a quegli sguardi.

Quale colonizzatore poteva optare per una trasparenza apparentemente innocua, apparentemente apolitica, ma sulla quale tutti sapevano che si giocava il futuro della nazione? Le leggi contro il velo furono ovviamente presto abrogate e l’Iran intraprese un altro segmento del suo travagliato percorso che lo ha condotto fino alla cronaca dell’oggi. Potenza del velo, dunque, ma, soprattutto, potenza della figura materna. E qui la storia affonda nella Preistoria.

​Maria Teresa Perrino, 20 ottobre 2022

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