Giorgia Meloni, Rula Jebreal e la colpa dei Padri che ricade sui figli

Stato Donna, 2 ottobre 2022. La giornalista israeliana, ora cittadina italiana, Rula Jebreal ha recentemente ricordato che Giorgia Meloni, la Premier in pectore in quanto vincitrice delle elezioni dello scorso 25 settembre, ha avuto un padre che è stato un “famigerato trafficante di droga/criminale condannato che ha scontato una pena in una prigione (spagnola)…” In questo modo la giornalista ha voluto ironizzare sul destino della Meloni come figlia di un criminale, proprio lei che tempo addietro aveva postato un video di uno stupro subito da una donna ucraina a Piacenza ad opera di un immigrato, un uomo di 27 anni proveniente dalla Nuova Guinea e al momento del fatto con lo status di richiedente asilo.

Rula Jenbreal ha visto nel gesto della Meloni di postare il video non tanto l’indicazione di un fatto criminoso quanto la criminalizzazione di una intera categoria, quella dei richiedenti asilo, degli immigrati che ogni giorno arrivano in Italia su mezzi di fortuna che tutti ormai abbiamo imparato a conoscere. Questo video era stato realizzato da un testimone piacentino che, alle 6 del mattino, svegliato dalle grida di una donna, aveva allertato immediatamente le forze dell’ordine, consentendo la cattura del colpevole, ed evidenziando con la sua sollecitudine che gli stupri si possono consumare alla luce del sole, su un marciapiede, in una ordinaria mattina di agosto.

La Meloni ha utilizzato il video con un breve post in cui, in accordo con i programmi del suo partito, oltre a inviare un abbraccio alla donna violentata, ha chiesto una maggiore lotta alla immigrazione clandestina. Rula Jebreal non ha evidentemente condiviso questa scelta e alla prima occasione ha rinfacciato alla Meloni l’appartenenza ad una famiglia non impeccabile, rinfacciandole una sostanziale ipocrisia nei confronti della criminalità degli stranieri.

Ha fatto bene la giornalista a rievocare i precedenti penali del padre della Presidente di Fratelli d’Italia? Trasversalmente i politici italiani hanno sostanzialmente risposto che no, non ha fatto bene. La giornalista pare non si sia troppo impressionata dalla possibilità di rispondere delle sue affermazioni in sede giudiziaria, oltre che sui social; e ha rincarato la dose affermando che se la Meloni non è colpevole dei crimini commessi dal padre, “ha usato spesso i reati commessi da alcuni stranieri, per criminalizzare tutti gli immigrati”. “Tutti gli autocrati – ha aggiunto – usano minacce e intimidazioni contro coloro che li espongono”. Dunque nessuno spavento da parte sua in caso di ricorso alla giustizia.

In attesa di un difficile quanto improbabile conteggio dei video e delle asserzioni della Meloni che confermerebbero l’ipotesi della Jebreal, è evidente che lo strombazzare quello che ha fatto il padre della Meloni – e non la Meloni stessa – non è un ragionamento che oggi possa soddisfare i giuristi e neppure il semplice buon senso.

Non perché abbia detto una cosa nuova, anzi. I figli che dovrebbero in qualche misura scontare le pene dei padri è un ragionamento vecchio quanto il Mondo. Però la tendenza dei nostri tempi, almeno in teoria, va nella direzione opposta, quella di separare nettamente le responsabilità tra genitori e figli. Abbiamo percorso per fortuna tanta di strada dai tempi delle origini primigenie e della stessa Bibbia.

E la israeliana Jebreal probabilmente conosce i passi nei quali il Dio del Vecchio Testamento dice, sì, di se stesso “…sono il tuo Dio, … che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per coloro che mi odiano”, ma poi aggiunge “ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni per quelli che mi amano e osservano i miei comandi” (Es. 20, 5-6). “Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del figlio, né il figlio quella del padre. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità” (Ez.  18,20).

La stessa Bibbia dunque precisa di Dio qualcosa di complesso e in qualche misura contraddittorio. Né questa contraddittorietà deve stupirci, perché gli studiosi affermano che il linguaggio biblico è innanzi tutto un linguaggio ‘umano’ e minacciare, punire, far scontare appartiene al linguaggio degli uomini. Come potevano tempi tribali, senza regole comunitarie chiare e definite, trattenere le persone dal compiere crimini? La minaccia che delle colpe degli avi avrebbero pagato i figli era una sorta di deterrente.

La testimonianza della forza di questa normativa non poteva non trovare eco nei poeti-maestri della Grecia antica e in quell’altro spazio miliare della storia dell’umanità occidentale che è stato il teatro greco dell’Atene del V sec. a. C. Sui suoi spalti il dramma di due fratelli in odio fra loro, Atreo e Tieste, si è espresso con sanguinaria violenza nei gesti dei loro rispettivi figli, Agamennone ed Egisto. Sacro terrore e pietà prendeva gli spettatori di fronte alla moglie di Agamennone, Clitennestra, che, col suo amante Egisto, colpiva a morte con un’ascia il marito, rientrato trionfante dalla guerra di Troia ma che era ai suoi occhi reo di aver mandato a morte una figlia per propiziarsi gli dei; agli occhi di Egisto più semplicisticamente la morte del cugino-rivale era già iscritta nell’odio di famiglia che si doveva perpetrare di generazione in generazione.

Come già nella Bibbia e più tardi nel Vangelo – basti ricordare la parabola del Padre Misericordioso che non giudica ma che ama e aspetta il figlio soprattutto quando sbaglia –, anche il teatro greco viene gradualmente a patti con una legge che richiede un riequilibrio. E l’erede maschio superstite di questa famiglia dilaniata, Oreste, alla fine, dopo aver anche lui speso la sua quota di disumana violenza uccidendo prima Egisto e poi la sua stessa madre, riconosce che le faide familiari vanno affidate, come tutte le altre, a tribunali esterni, ad una parte terza, super partes. Stiamo di fronte ad una splendida pagina scritta dall’umanità in cammino sulla strada della civiltà comunitaria e non più tribale.

Giorgia Meloni ha ragione quando risponde alle accuse affermando che lei aveva solo un anno di vita quando suo padre abbandonò la famiglia per scegliere una vita separata, di cui una bimba piccola ha poca contezza. Ed è umanamente credibile che abbia sofferto di questo abbandono in una famiglia trovatasi da un giorno all’altro composta di sole donne che si sono dovute rimboccare le maniche, quando il mondo patriarcale all’improvviso si è  trovato senza mezzi di sussistenza e senza … patriarca.

C’è da dire che oggi il nostro mondo si scopre più aperto a testimoniare e sentire storie pesanti di infanzie difficili e a non averne più paura. Dice infatti ancora la stessa Jebreal a Vanity Fair: “Mia mamma si è tolta la vita dopo un’infanzia di violenze tra i 13 e i 18 anni; nessuno le aveva creduto per salvare l’onore della famiglia”.

Parole pesanti come macigni. Che accomunano le donne più che dividerle in un passato di dolore. Parliamo di donne dal passato difficile, non avvezze a parlare fra loro. Che ascoltino bene bene e poi parlino. Ne guadagneremo sicuramente tutti.

Maria Teresa Perrino, 2 ottobre 2022

 

 

 

 

 

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