Adottare un figlio è farlo nascere, il libro “Un vuoto nella pancia”

Stato Donna, 6 agosto 2022. “Un vuoto nella pancia. Lettera ad una maestra”, è il libro scritto da Francesca Sivo, professoressa al dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia, che affronta una tematica di grande attualità, l’adozione.

La stesura di questo libro, pubblicato nel 2018, “è nata da un’urgenza- dice Sivo a Stato Donna-. Quando in seconda elementare, mia figlia più grande, che era appena arrivata in famiglia, ha dovuto svolgere un compito assegnatole dalla maestra”. Il compito era quello tradizionale di ricostruire la linea del tempo attraverso un modo che si potrebbe definire anacronistico, ponendo delle domande ai bambini senza tener conto delle situazioni particolari di ciascuno, delle vicende che scandiscono le vite di ciascuno alunno. Domande che riguardano la prima fase di vita, che partono dal momento dell’attesa. “Il tema era ‘Quando la mamma mi aspettava tutti erano felici’. Una frase di attacco bella e giusta, perché qualunque bambino desiderato è atteso, non solo dalla mamma che lo aspetta nel suo grembo ma anche tutti coloro che sono attorno”, spiega Francesca.

“Ma questo vale non solo per i bambini che nascono e crescono nella propria famiglia di origine. Il desiderio che caratterizza l’attesa è un sentimento comune anche nelle famiglie che decidono di intraprendere un altro percorso, quale quello dell’adozione”. Il problema non era il tema, ma le domande guida per svolgerlo: racconta della prima caduta, della prima malattia, del primo dentino. “C’erano dati che non conoscevamo. Per una bambina che era appena arrivata in un nuovo contesto familiare e che doveva integrarsi in un nuovo contesto sociale, scolastico, linguistico non è stato facile affrontare lo svolgimento di questo compito”.

E così Francesca Sivo (in foto di copertina) si è trovata di fronte a domande che evidenziano dei vuoti e delle mancanze. “È giusto affrontarli ma è necessaria una guida, attraverso modalità e tempi diversi che vanno rispettati per ciascun alunno e per ciascun essere umano”.

I vuoti sono quelli di chi affronta un percorso, di chi subisce uno strappo e deve ricostruire tutta la propria vita. “Ho pensato al vuoto che caratterizza chiunque viva un’esperienza di cambiamento così forte, che deve comunque fare i conti con un vissuto e un’esperienza che non è facile, che porta con sé un bagaglio pesante. Ho pensato anche al vuoto che si sente quando si va sulle montagne russe, ma anche a quando si avvertono le farfalle nello stomaco, ai sentimenti che sono un po’ contrapposti, entusiasmo, smarrimento, curiosità ma anche timore”.

Un testo che pone al centro il tema dell’accoglienza della storia dell’altro, che focalizza l’attenzione su chi vive da protagonista l’esperienza dell’adozione per lanciare un messaggio che sia positivo ma che miri anche ad avere la cura verso l’altro, l’attenzione alle parole, all’empatia per l’altro. “Molto spesso ci si trova di fronte ad una serie di stereotipi che vanno in qualche modo sfatati, a dei luoghi comuni che devono essere smentiti con un’attenzione maggiore nei confronti della storia dell’altro, pensando che c’è un tempo per ciascuno che comunque deve essere accolto e rispettato”.

“La scelta del titolo è volutamente ambigua, perché dal punto di vista di una mamma che ha sperimentato l’esperienza della genitorialità adottiva fa pensare che il vuoto sia quello del ventre, ma in realtà non è così”, spiega Francesca. “Su suggerimento dell’editore (Progedit), il titolo rimanda al fulcro di tutti i nostri sentimenti, la pancia. Il sottotitolo fornisce una chiave di lettura più chiara “Lettera ad una maestra”.

“È un libro indirizzato agli insegnanti, ma non solo, che si rivolge a tutti coloro i quali siano interessati alla tematica e a chiunque abbia una storia diversa, particolare. È la storia di tutti perché ogni bambino, ogni individuo, ha una sua storia e questa storia va conservata. L’idea è quella di sensibilizzare nei confronti dell’altro a qualunque livello e in qualunque situazione”.

In questi anni, Francesca Sivo ha presentato il libro anche nelle scuole e ha ricevuto numerosi feedback positivi. Tra i tanti, ci racconta la storia di un ragazzo di 13 anni, che stava affrontando il percorso di separazione dei suoi genitori. “Ha avuto il coraggio di dire che leggendo il mio libro si era ritrovato in molte parole, non perché era stato adottato ma perché aveva potuto trovare le parole che descrivevano anche le sue emozioni e la sua sofferenza. Ognuno di noi ha delle cicatrici: ora questa cicatrice fa parte di me. Le sofferenze fanno parte del nostro vissuto e dobbiamo imparare ad accoglierle”.

Lo scopo del libro è anche quello di sensibilizzare nei confronti di una tematica sociale. “Adottati si è per sempre, bisogna tenere a mente che l’adozione va comunque preservata ma anche affrontata nella maniera giusta, magari anche con una attenzione maggiore da parte dello Stato, che dovrebbe porre al centro del proprio operato l’attenzione ai bisogni sociali”.

Si avverte, dunque, dal racconto della professoressa Sivo, la necessità di cambiare la narrazione, di declinarla non fermandosi a delle griglie precostituite che obbligano a confrontarsi con dei vuoti. Cambiare la narrazione anche utilizzando le giuste parole per eliminare gli stereotipi.

​Valeria Mazzeo, 6 agosto 2022

 

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