Yoga space. Silenzio (IX)

Il modo migliore per definire lo Yoga, come forse è già stato detto è “disciplina olistica”, senza dubbio perché sotto questa dicitura se ne possono includere le svariate caratteristiche.

Del benessere psico-fisico se ne parla già tanto, della sua componente meditativa si è pure accennato. Dello Yoga come guida per la realizzazione del sé e come base su cui ritrovare ed esprimere le proprie capacità creative si è pure detto. Tuttavia un aspetto sul quale non ci si è ancora soffermati è rappresentato dal silenzio. Qualunque siano i risultati catartici o puramente rigeneranti che lo yoga può coadiuvare, essi sono resi possibili solo attraverso il silenzio, questo base su cui coltivare l’ascolto del sé, in ognuna delle sue possibili forme.

In effetti lo Yoga mantiene delle componenti da pratica spirituale. Nella pratica dell’ascolto del sé, attraverso il silenzio, volenti o nolenti si giunge a riflettere su svariati temi che vanno da quelli pratico-materialistici fino a quelli di carattere più personale e profondo, ovvero morali, etici e spirituali.

Fermandoci al semplice silenzio, molti sono d’accordo sul fatto che esso si realizza solo se si è soli. Dunque anche la condizione della solitudine voluta e scelta, oggigiorno non è per niente diffusa, spesso anzi si fugge con ogni mezzo. Peccato infatti, perché è nel silenzio che si riallaccia e si salda quel contatto vitale con sé stessi. La solitudine non è assenza di energia o di azione, come credono molti, ma piuttosto una provvista di carica originaria a noi trasmessa dall’anima. Grazie allo Yoga, alla pratica del respiro osservato e della meditazione possiamo ricorrere al silenzio, per ascoltare il Sé interiore e sollecitare consigli e guida, impossibili da ascoltare nel tram tram quotidiano. Nel silenzio si accorciano notevolmente le distanze tra conscio ed inconscio. In fine, nel silenzio ci si ricarica, ci si ricentra e si mantiene in vita quel preziosissimo contatto con sé stessi. Si può salvificamente scegliere la solitudine volontaria, come espediente per ritrovare se stessi e la propria natura più selvaggia. Da qui infatti la vita intera rinasce e si porta con se, tanta forza creatrice.

Profilo

Simona Caputo è laureata in Lettere e Filosofia Orientali (aree Russia e India) presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale.

Il suo approccio con lo Yoga dunque, parte con lo studio della storia e delle tradizioni olistiche della patria della Yoga per poi passare alla sua pratica personale dei primi 5 anni a Mosca con due maestri dello Hatha Yoga: Timur Rakitskji e Dimitri Belijaev, in cui grande attenzione è stata spesa nella respirazione (Pranayama). Poi a Londra, la pratica si è spostata verso la nuova variante di Yoga dal nome Vinyasa Flow e dopo altri 4 anni di pratica ha cominciato a dedicarsi all’insegnamento di quest’ultima disciplina a Londra.

In fine la sua formazione ha mosso i passi fino a Goa, con il corso per insegnanti presso il Sampoorna Village e con il corso di meditazione con il maestro Sudhir Rishi (Sthira Yoga School, Mandrem India). La conoscenza e lo studio con questo ultimo grande maestro è stato molto significativo per lei. Infatti, dopo i diversi anni di studio, insegnare e condividere la pratica catartica della “meditazione in movimento” è quello che rende entusiasmante la sua vita.

A cura di Simona Caputo, 02 luglio 2022

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