Il giallo di razza di Chicca Maralfa sull’altopiano di Asiago

Stato Donna, 1 luglio 2022. È da un po’ che volevo parlare dell’ultima, sorprendente, fatica di Chicca Maralfa, Lo strano delitto delle sorelle Bedin, Newton Compton Editori. Dopo l’ ipnotico “Segreto di Mr. Willer”, ho scelto un colore d’ abito non casuale. Infatti, trattasi di giallo di razza, della migliore tradizione. Sento echi di Scerbanenco. Venere privata. O di Fruttero e Lucentini. La signora della Domenica. La provincia italiana. Il Nord Est, l’ altopiano di Asiago. Per me sono ricordi d’ infanzia, di vacanze lontane con il nonno appassionato, visitatore dei musei della Grande Guerra.

Sì, la Grande Guerra è lo sfondo del romanzo, il passato, che lega il barese Gaetano Ravidà, luogotenente dei Carabinieri, uomo del sud a un nord dove morì, in trincea, disperso, il nonno. Senza sepoltura. Senza nome. Cristallizzato. Vivo nella, memoria di antiche lettere.  Il  presente è un cold case da risolvere con testardaggine e rigore. La morte di due anziane sorelle. Le Bedin. Tutto immerso nella bellezza di una natura straordinaria, quasi incontaminata. Nei suoi silenzi fragorosi di vento e tempeste, di stormire di foglie, di rondoni e malghe.

Descrizione minuziosa, smagliante, della Grande Rogazione. Tutto un popolo, sette comuni, che ogni anno, fanno un giro di 33 chilometri, intorno alla montagna. Si avverte il senso di religiosità e senso di profonda identità di una comunità. Poesie di Silvia Plath, che compaiono, d’ incanto, sui muri: mistero, con un corollario di personaggi straordinari. Dai sottoposti di Ravidà, in caserma, a Claude Spiller, bellissima, algida, femme fatale, alla dottoressa Maria Antonietta Malerba, medico legale, da Bari, per amore al nord. Al contrario di Ravidà, fuggito dal Sud, per un matrimonio fallito.

Nostalgia, sogni inquietanti, vividi quasi premonizioni, musica dei National di sottofondo, occhi che si velano d’ amore. Aspettative per risolvere sé stessi, all’ interno dell’ enigma di un antenato, mai, realmente morto. Il fantasma aleggiante e affascinante del cantore di un “Sergente nella neve”, Mario Rigoni Stern, colui che fece della guerra, una questione privata, per dirla con Fenoglio. Umanizzandola, fino a farci percepire, quasi fisicamente, il dolore, la, disperazione, dei soldati spezzati. In tutto.

Il tocco di Chicca Maralfa è davvero magistrale. Come è profondo, nel cuore di Ravidà. Cosi, scava, nelle ferite, ancora aperte, di una terra segnata, in modo irrevocabile. La sua scrittura è un bisturi. Non esita. Fino in fondo. Con un’abilità narrativa scorrevole, affascinante. Veloce, ma intensa. Intreccia mirabilmente piani temporali. Amalgama luoghi, abitudini, parlate, tradizioni, il tutto nel flusso di coscienza di Ravid, dove pubblico e privato, insieme, assume contorni sfumati.

Anzi, ultra limes, oltre i confini perché i pensieri e le azioni del luogotenente arrivano quasi a sfuggirgli diventando sub-liminali, inconsci. Un approccio decisamente innovativo. Un fascino profondo, che cattura, dalla prima all’ultima pagina, senza perdere un colpo nel ritmo narrativo fino all’ ultimo respiro. Nel cuore, del cuore del buio dell’anima, della verità. Come nello specchio di un lago di montagna. Nelle trincee impervie, della Grande Guerra. Sull’ orlo dell’abisso del Pasubio. Andateci, io l’ho fatto, è un’ avventura sorprendente e meravigliosa.

Concetta Melchionda, 1 luglio 2022

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