Come se fosse facile scegliere fra i sogni e la vita che ti danza davanti….

Stato Donna, 26 giugno 2022.Mi sentotradita”, mi ha detto. E me lo diceva mentre girava il caffè dove aveva buttato delle gocce di sciroppo di riso che a me fa impressione anche solo pronunciarlo, e poi il caffè lo bevo amaro. E bollente, non come lei che ci soffia sopra due ore, e gira la tazzina come se poi dovesse leggerne i fondi. E cincischia con quel cucchiaino guardandosi le unghie, sempre corte e rosate, lattiginose, come si conviene ad una ballerina. Ma lo fa sempre quando un pensiero la tormenta. E io, ormai, che la conosco da quaranta anni, da almeno trenta le pongo sempre la stessa domanda “Mi devi dire qualche cosa?” E la risposta è sempre “Non lo so”, che vuol dire sì, ma prendere tempo la aiuta, la fa riflettere e ragionare.

Il tempo sospeso, per me, lo ha inventato lei non la pandemia ed è un tempo carico di significati e valori, perchè prelude sempre a qualcosa di definitivo. “E per quanto non lo sai?” “Penso fino a domani”. O dieci minuti, o un’ora. Varia il tempo che mi farà aspettare, ma poi mi racconterà, con la dolcezza che possiede innata e alla quale invano io anelo da quando ci siamo conosciute. Il primo saggio di danza, nel Teatro della mia città, un gioiellino che celebra un musicista famosissimo, illustre concittadino, recita una targa apposta sul frontespizio. Tutto gli abbiamo intitolato. Una piazza, il teatro, il conservatorio.

Per tutto l’anno avevamo provato, con lei un po’ in disparte, anche se era la più brava di tutte, non fosse altro per una fisicità perfetta, e quella biondità eterea che si porta dietro con nonchalance. E si chiama Nicole, scritto così, che la prendevo in giro e le dicevo che con quel nome solo l’etoile poteva fare nella vita.Poi, quando è tornata da Roma per amore, abbandonando certi sogni, non gliel’ho più detto perché mi sembrava male, come di gettare del sale su una ferita e non va bene.
Durante l’anno la ammiravo in silenzio, anche perchè io abitavo di fronte alla scuola di danza e riuscivo a studiare e a correre a lezione, da sola. Lei invece prendeva il trenino da un posto incantato e profumato di macchia mediterranea, pieno di grotte marine e calette e case piccole e bianche arrampicate su strade sdrucciole e strette che in estate sono piene di turisti con cappelli di paglia a proteggersi da un sole torrido utile però a riempire barattoli di pomodori secchi da portare a casa, souvenir sui generis, insieme all’origano fresco che poi per mesi ti profuma la macchina. Un posto dove le vacanze sono meravigliose ma d’inverno non c’era niente e toccava venire in città. Ci metteva più di un’ora, e doveva anche cambiare, certe volte.

 

E l’insegnante di danza, per permetterle di venire, ci aveva cambiato l’orario, perchè l’ultimo treno era alle 19,20 e lei e la mamma facevano una corsa fino alla stazione per prenderlo. E quindi non rimaneva a fare le chiacchiere da spogliatoio, che pure le donne lo fanno mica solo i calciatori, e sono nate amicizie che dopo quarant’anni, ancora mi commuovo a ricordare quanto eravamo belle vestite da fiocchi di neve nell’Inverno di Vivaldi, che è diventata, poi, la suoneria del mio telefono e quindi non posso mai dimenticare quelle bambine che sono diventate ingegneri, manager, magistrati, mamme a tempo pieno.

Durante il saggio, invece, non aveva problemi di tempo. Prendevano un albergo, lei e la mamma, per le prove che duravano quattro giorni più lo spettacolo vero e proprio che facevamo almeno in due serate, con il presentatore e i genitori e i nonni ad applaudire emozionati e fieri, tutti convinti di avere in casa una stella.

Si stava a teatro tutto il giorno, niente pause. Le mamme facevano da cambusiere e ci portavano da mangiare, cose leggere, naturalmente e frutta e litri di acqua. Dividevamo tutto, correndo da un camerino all’altro, facendo rumore con quelle scarpette di gesso che nascondevano vesciche coperte da gommapiuma o fasciature, non da cerotti o altro che si spostasse. E poi ci sedevamo per terra, dietro alle quinte a guardare i balletti delle altre, perché durante l’anno ciascuno provava le proprie parti, i propri pezzetti e non sapevamo niente degli altri.

Noi eravamo un gruppetto di sette, e fino a quando abbiamo continuato abbiamo sempre ballato insieme. E sempre insieme guardavamo le altre e parlavamo piano, di arabesque e linee e punte, che sono la vera ossessione delle ballerine, che ancora oggi quando sono seduta sul letto a gambe incrociate mi controllo il collo del piede e me lo massaggio, che sia sempre bello arcuato. E lei aveva portato un cesto enorme di ciliegie ed erano fenomenali. Arrivavano dal suo giardino perché finalmente erano venute con la macchina, anche perché bisognava caricare i tutù, e la spazzola, il phon, e tutto il resto. Anche le ciliegie, che profumavano di erbe selvatiche e per gioco me ne ero messa due dietro le orecchie, come giugno sui sussidiari, perché mi spetta di diritto.

“Anche io!”, ha detto lei, e abbiamo scoperto di essere nate addirittura lo stesso giorno, lei un anno prima. E infatti poi abbiamo festeggiato insieme, nel camerino con le altre cinque, mangiando di nascosto la torta che aveva fatto mamma e il gelato che aveva comprato la sua. Di nascosto perché se ingrassi un etto durante le prove del saggio, è un disastro, con i tutù che sono praticamente cuciti addosso e respirare appena è l’unica cosa che ti è concessa. La danza ti insegna rigore e disciplina, come se facessi il militare, solo che hai sempre fame. E questa cosa te la porti dietro, e non ricordo mai nella vita un giorno in cui mi sono veramente abbuffata, neanche quando aspettavo Francesco e mi svegliavo alle otto di mattina con la voglia di patate e sedano, che meno male che c’era mia nonna, perché mia madre si sentiva male solo a parlarne.

E infatti noi ci vediamo, quando io torno giù e lei mi raggiunge, sempre nello stesso posto, un ristorantino che prima chiamavamo macrobiotico e sappiamo che farlo ora è molto anni ottanta, ma per noi è sempre così, e mangiamo sempre le stesse cose. Una boule, sempre questo francese così chic, comunque sempre meglio di poké, con riso Venere e verdure grigliate, e un po’ di feta e due pomodorini confit, ma due eh, solo a dare colore. E acqua frizzante, dai, una botta di vita. La fame, insomma.

La guardavo, il mese scorso, ho detto che controluce avrei potuto contarle le ossa, e lei ridendo “Non vale, hai studiato anatomia, bareresti” e mi ha preso la mano e ha stretto forte. “Mi sento tradita, Simonettina”….”Da chi, Nicolina?”. Che ogni tanto ci chiamiamo in questo modo, io un po’ per farla arrabbiare, una vita vissuta sulle punte con la grazia dell’attitude e tu mi chiami Nicolina. E tu, allora, che già vivo con un nome che è un diminutivo. Perché sei la mia piccola, dice. E sui telefoni reciproci siamo salvate così, per vezzo. “Dal tempo”. Mizzica -dico- filosofia oggi”.

Ma è seria e non ride. E mi racconta che si guarda intorno ed è come se non avesse realizzato niente. Il matrimonio, le figlie, la sua scuola di danza…ma come? chiedo. Come se il tempo fosse passato invano, mi dice, vorrei rifare tutto, e farlo meglio e diverso. E vivere le cose che non ho vissuto, per scelta mia e degli altri, perché non è vero che possiamo sempre scegliere, forse all’inizio, ma poi quella strada porta ad altri bivi, e sono bivi appunto o incroci ma le strade quelle sono, esistono già e tu ne devi solo imboccare una, mica hai sempre il tempo di aprirne di nuove, e questa cosa delle strade non battute o della via più facile è solo una boutade, e lo fa apposta a dire così e per un secondo mi sorride complice.

La difficoltà non ha unità di misura universali, penso mentre si passa le mani sul viso e scuote la testa e cadono ciuffi da quello chignon che negli anni è sempre stato sempre tirato e perfetto, e ora un po’ sbilenco e io le dico che è sexy e me lo faccio anche io con un fermaglio che trovo in borsa e ci facciamo un selfie, abbracciate e sorridenti. E mi dispiace per la mia amica che paga lo scotto di aver rinunciato ai sogni, o almeno di averli ridimensionati e che ora, con il nido vuoto e un marito un po’ distratto, litiga con il tempo e forse rimpiange una scelta che ai tempi era sembrata agli occhi degli altri la più facile.

Il marito ricco, proprietario delle terre confinanti, le famiglie contente, la scuola di danza pronta, come regalo per il diploma all’Accademia, che l’unico problema che ha dovuto affrontare è stata la scelta del nome “Ti prego, Nicolina, Tersicore no!”, e poi le bambine, svezzate sul parquet delle sale prove.

Ma è stata la scelta più difficile, invece, io lo so. Rinunciare alle tavole dei teatri importanti, con l’ansia dei provini e della competizione e del giudizio e della selezione, in un mondo complicato già di per sé, barattando tutto questo con le convenzioni e con quello che gli altri si aspettano da te e tu credi di scegliere, ma in realtà qualcuno con garbo ti ci ha messa su quella strada e tu non hai avuto la forza di capire e se hai capito, di ribellarti e hai sempre pensato di essere fragile e di aver bisogno di qualcuno a sostenerti.

Ma chi a undici anni avrebbe affrontato due volte alla settimana un viaggio per venire in città, arrivando a casa dopo le nove di sera? Chi studiava in treno per non farsi dire “Non ce la puoi fare”? Chi lavorava d’estate e la sera d’inverno in pizzeria per andare a Roma, in Accademia, senza chiedere niente? Non sei fragile, Nicolina. Hai scelto e oggi guardi indietro perché abbiamo appena festeggiato il nostro compleanno e i bilanci più passa il tempo più siamo bravi a farli e ci sentiamo traditi e derubati e monchi di quei sogni e di quella vita che oggi avremmo voluto vivere e che invece fino ad ora ci siamo accontentati di immaginare. Perché avevamo gli anni davanti e ci sembrava che se volevamo eravamo ancora in tempo per farlo. Oggi è più dura. E il tempo ci sembra un traditore, perché corre veloce e non torna indietro, lo sappiamo tutti.

Ma anche noi possiamo correre, se vogliamo. E regalare, a questo tempo che rimane, altri visi altri profumi altri contorni altri perimetri. Un altro tutto.

Simonetta Molinaro, 26 giugno 2022

 

 

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