Un tram che si chiama desiderio…75 anni dopo, ancora così puntuale

Stato Donna, 3 aprile 2022. Seduti al Teatro Toniolo di Mestre, avevamo appena assistito all’ultima del Tour di quest’opera teatrale, Un tram che si chiama desiderio, scritta nel 1947 da Tennessee Williams, vincitrice del premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1948, tradotta in film qualche anno dopo (con il premio Oscar Vivian Leigh e Marlon Brando protagonisti) e portata oggi in Teatro dalla regia di Pier Luigi Pizzi con in scena Mariangela D’Abbraccio e Daniele Pecci.

Un pubblico tipicamente nordico, un po’ freddino, asettico, incapace di tradurre in applausi i secondi fra un cambio di scena e l’altro e manchevole pure di standing ovation finale, meritatissima e onorata da chi scrive. Appena liberati dalla mascherina dopo 2 ore e mezza di Teatro volate via, a passeggio per la freddina Mestre, ci si interrogava sui temi più profondi dell’opera, risultati così attuali e tristemente “moderni”.

Blanche DuBois, la protagonista, costretta ad abbandonare la sua città Natale e rifugiatasi ospite a casa della sorella, Stella, e del di lei marito, Stanley Kovalsky, a New Orleans, mette in luce tutte le angosce, le angherie, le violenze morali, sociali, fisiche, cui una donna rischia di essere sottoposta in quel non facile percorso chiamato vita. Blanche, sposata con un giovane poeta, del quale scopre per caso la sua omosessualità, scoperta che lo induce, per la vergogna verso la moglie, al suicidio, è una donna fragile. Che ha provato ad annegare questa tragedia giovanile nell’alcol e nel sesso occasionale. Ma le tragedie, si sa, sanno nuotare e venire a galla.

In questa forsennata corsa alla perdizione, in una società certamente più bigotta di quella moderna (forse), finisce davvero per perdersi e per essere messa finanche al bando dalla sua città dopo alcuni sospetti da parte dei genitori dei suoi alunni e dopo alcune assidue frequentazioni in alcuni locali malfamati.

Tanto basta, dietro la spinta delle malelingue, a “marchiarla” come non gradita, e così, con l’aggravante delle difficoltà economiche, prova a trovare rifugio presso sua sorella Stella.

Ma, come spesso accade, anche nel porto sicuro sono in agguato i carnefici. Blanche finisce per essere preda degli improperi, delle accuse e delle battute poco gradevoli e poi anche della violenza fisica e carnale da parte del cognato, Stanley. E così, le condizioni già precarie di Blanche, terrorizzata dalla sua età adulta, affannata nella ricerca di una amore salvifico e panaceutico, che confidava di aver trovato in Mitch, amico di Stanley, innamoratosi di lei ma spaventato dalle “verità” scoperte e rivelategli dall’amico su Blanche, finiscono per peggiorare…fino all’epilogo del suo ricovero in una clinica.

Mariangela D’Abbraccio e Daniele Pecci

Il fil rouge dell’opera è quello della sottomissione della donna, sia nell’ambiente societario che nell’ambiente familiare, dove neppure la solidarietà femminile fa breccia in un meccanismo maschilista e pregiudizievole fin troppo incardinato. Anche la figura di Stella è ambigua e attuale.

Sorella ma prima ancora moglie e futura mamma, solidale ma essa stessa vittima, del marito, di se stessa, di una quasi naturale sindrome di Stoccolma, della difficile capacità di comprendere il disagio di sua sorella Blanche. A far riflettere, senza ulteriori particolari sulla trama, è la vetustà e al tempo stesso l’attualità del racconto, storica e geografica. Scritto 75 anni fa e ambientato in quell’America così poco progressista…ma che ben potrebbe narrare fatti di ieri o di oggi…e speriamo, sempre, con impegno e lotta, non anche di domani.

L’invito è di andare a vedere questo spettacolo, nel nuovo tour che speriamo ripartirà il prossimo anno, e magari nel frattempo goderne del film…perché da arte e cultura discendano riflessioni e, perché no, la storia insegna, evoluzioni o rivoluzioni.

Benedetto Mandrone, 3 aprile 2022

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