Che nostalgia della moda quando pochi erano i fashion designer

Stato Donna, 11 marzo 2022. Parliamo di moda facilmente accessibile. E’ risaputo quanto i “social” siano utilizzati fondamentalmente per mostrare sé stessi. Questo gioca un ruolo inevitabile sulla costruzione della propria identità e della propria immagine corporea che si afferma, anche, attraverso il confronto sociale.

Spesso si incorre nell’errore di valutare sé stessi concentrandosi esclusivamente sull’aspetto fisico; si ritoccano, dal punto di vista estetico, proprie immagini per assicurarsi l’approvazione che restituisce a sé stessi l’impressione di apparire belli e armoniosi, i responsabili sono i canoni di bellezza divulgati e sovrastimati e non corrispondenti alla realtà perché conseguenza di un’idealizzazione.

Naomi Campbell (gettyimages)

Si osserva una costante analisi del proprio aspetto fisico rapportata ai modelli di riferimento a cui somigliare svalutando la propria individualità. È la strategia costruita dalle aziende che, attraverso la personalizzazione, corteggia l’acquirente che abbocca all’amo. Questo evidenzia una generalizzata insoddisfazione della propria forma estetica che dipende, sostanzialmente, dall’interazione con i propri followers misurata qualitativamente dai feedback ricevuti.

Linda Evangelista per Chanel (Foto Vogue)

Lontani sono i tempi in cui sfogliare una rivista di moda su carta stampata aggiungeva ornamenti alla propria persona senza spersonalizzarsi, arricchendo il proprio guardaroba di capi di tendenza senza travestire degli indossatori. Anche l’odore della carta nuova restituiva la voglia di rinnovarsi e si andava dal sarto con la foto strappata dalla rivista di moda perché non esisteva una funzione distributiva immediata e, soprattutto l’acquisto di un abito non poteva avvenire in tempo reale.

Si doveva cercare, e spesso, il capo, non era economicamente accessibile e c’era l’alternativa per soddisfare la vanità. Si guardavano le vetrine, si ammiravano i vestiti in esposizione e si entrava in negozio sprovvisti di capacità da fashion designer certi di essere accolti dalla commessa che, con grande fierezza, ti mostrava la stagione primavera-estate. Il tempo era lento, la scelta era attenta e calma e c’era indecisione.

Oggi rapidamente il guardaroba si rinnova con un click e c’è la prevaricazione del consumo sulla necessità, perché non esiste più “la moda”, si liquida il prodotto velocemente, lo si acquista, velocemente e, si ricomincia. La moda si è oggettivata e non si vende più il capo indossato dal manichino, si vende l’esemplare da imitare per riprodurlo e diventare sempre più equabile.

Come se l’individualità fosse incastrata in un perimetro dove diventa necessario scavare un sottopassaggio per non venire contaminati, si tratta di una dimostrazione di identità quella di scegliere di accettare un percorso impopolare. Penso ai molto giovani e alla lora natura incerta e approssimativa, una certa predisposizione al “forse”, al “non lo so” a non avere un progetto su sé stessi perché, al momento, non c’è un luogo stabile su cui costruire un sistema personale in un mondo non in accordo con la necessità di equilibrio.

La progettualità diventa fortemente preoccupante perché non sembra possibile, per cui si sceglie di sospendersi e farsi influenzare. Questo rinvia all’esigenza di educare all’identità e alla costruzione di opzioni diverse da quelle imposte dai macchinatori visivi ma anche a un’educazione ad accettare le sbavature e le imperfezioni. Una persona adeguatamente educata all’individualità potrebbe diventare un individuo poco incline ad un processo di influenza in un contesto sociale come quello dei social Network.

Eugenia Pagone, 11 marzo 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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