Riprendiamoci i nostri ragazzi, abbiamo chiuso gli occhi per troppo tempo

StatoDonna, 1 marzo 2022. Le abbiamo viste tutti le scene di guerriglia urbana che arrivano dalle nostre città. E non dalle periferie degradate, quelle dove trovi più facilmente le armi e la droga del pane, ma dai centri storici, dai luoghi della movida, dalle scale di istituti scolastici, dai parchi urbani, dalle piazze famose. Le risse, le aggressioni, le bande rivali che si affrontano. Tutto puntigliosamente filmato e messo in rete, condiviso, non solo per minacciare seppure indirettamente “guardate cosa capita a chi non ci rispetta”, ma per vedersi online.

“Ci rivediamo quando saremo famosi” dicono spavaldi ridendo ai giornalisti che cercano di comprendere come mai tanta cattiveria, tanta violenza gratuita resa spettacolo a favore di telecamera. Persi nel limbo della vita reale che pesca in quella virtuale, comportamenti mutuati da videogiochi sempre più spesso reperiti in rete, senza bisogno di passare attraverso il permesso e i soldi di genitori, complici di fatto, colpevoli di mancanza di attenzione e a volte di interesse verso quello che i propri figli effettivamente fanno. Genitori che riconosci da lontano.

Foto: notizienazionali.it

Mamme giovani e giovanili, vestite come le figlie adolescenti, con le unghie ispessite da gel fluorescenti, sopracciglia tatuate e l’immancabile bottiglietta di acqua, che idratarsi è fondamentale.  Padri adultescenti, con il dito a scorrere lo schermo del telefono e incapaci di rispondere alle domande dei figli se stanno leggendo su Messenger o guardando video inutili su Facebook. È un giudizio severo? Forse. Un’esagerazione? No, purtroppo.

È la necessaria presa di coscienza con conseguente assunzione di responsabilità che ogni adulto dovrebbe fare guardando le immagini dei telegiornali che parlano delle baby gang. Che poi…”baby gang” è quasi un nome tenero, che richiama momenti di dolcezza, con paste Fissan, omogeneizzati e ricordi di buffe lallazioni a fare da contorno. Come associare queste immagini che la mente rievoca a quello che sgomenti i nostri occhi vedono?

Ragazzi e ragazze, senza distinzione, che picchiano, insultano, aggrediscono coetanei colpevoli di essere il nemico. Nemico perché di etnie differenti, nemico perché ricco o perché povero. Nemico perché diverso. Nemico senza un perché, troppe volte. E allora bisogna porsi delle domande. Abbiamo permesso troppo? Abbiamo avallato qualunque tipo di comportamento, questo è certo. Abbiamo chiuso gli occhi per non vedere quello che non sappiamo affrontare, abbiamo dato la colpa a tutti ma non a loro, li abbiamo giustificati anche quando avevano torto.

Non riuscendo a conoscerli nella vita, gli abbiamo chiesto l’amicizia su Facebook, illudendoci che fosse possibile fino a quando loro non hanno cambiato social, trasferendosi su piattaforme dai nomi impronunciabili, ma ormai noi lì ci siamo ambientati, siamo tutti vecchi e ci stiamo così bene, che ci siamo dimenticati che per iscriverci avevamo usato la scusa di doverli controllare, e non immaginiamo nemmeno che avevano dei profili fake a noi inaccessibili e sconosciuti, dai quali ci prendevano in giro, quando ci andava bene.

Oppure il contrario, li giudichiamo per come sono vestiti, per quanti tatuaggi hanno, per gli amici che frequentano. Non li capiamo e ci fanno paura. Abbiamo voluto prendere le distanze dai nostri genitori che sono stati troppo severi, ma non lo abbiamo saputo fare, perché non abbiamo elaborato quello che ci aveva fatto soffrire. Abbiamo rifiutato quel modello senza però crearne uno valido, in cui l’ascolto e l’autentica disponibilità alla comprensione dovevano essere il nucleo centrale.

Insegno in una scuola dove ci sono diversi ragazzi che scontano misure alternative di sicurezza, ragazzi di quattordici anni con processi importanti in corso, e ragazzi di quattordici anni che stanno già scontando delle pene, e che si collegano in dad da stanze che non sono colorate camerette di adolescenti, ma ambienti asettici e freddi di comunità di recupero, quando sono fortunati. Qualcuno finisce in carcere e non lo vedi più, ma il carcere non è la soluzione, ed è molto dura per loro, sia in comunità sia in carcere.

In quei luoghi imparano però il senso della responsabilità. Comprendono che a ogni azione corrisponde una reazione e apprendono il concetto di “conseguenza” che nelle famiglie e nelle scuole spesso è un concetto che sfugge, molte volte per incapacità di educatori non all’altezza perché troppo severi o al contrario perché troppo politicamente corretti.

Perché bisogna saperlo fare l’educatore. Non bisogna essere autoritari ma autorevoli, lo sappiamo bene, e l’autorevolezza si conquista con la competenza, con la capacità di ascoltare, di guardare, di affrontare, di guidare senza paura ma con uno spirito adulto. Con un esempio coerente rispetto a quello che predichiamo.

E i soldi troppo facili e le sostanze troppo sdoganate e troppo facili da reperire offline e online? Perché loro lo sanno bene che cos’è il deep web, anche se noi non ne abbiamo assolutamente idea e forse per molti è meglio così.

E Instagram e le sue vite fasulle spacciate come reali? Gli aperitivi infiniti, i muscoli gonfi di ormoni spacciati per naturali, i filtri abusati, le macchine di lusso che non si sa mai di chi siano, e le spa che non si negano a nessuno. E la responsabilità dei media e di alcune serie televisive? Hanno i nostri ragazzi, certi ragazzi, gli strumenti per guardare Gomorra e comprenderne il sotteso? Oppure resta loro nella testa solo “ripigliamm chell che è ‘o nuost?”

Quale di questi ragazzi non vorrebbe essere Spadino o Aureliano? Chi non ha visto la sopravvalutata Breaking Bad, provando ammirazione per lo sfigato prof e la sua parabola? Il suo sedicente riscatto? Può un ragazzo leggere nel legame tra Walt e Jesse “una lettura molto attenta delle relazioni che intercorrono tra alcuni uomini in un rapporto quasi edipico”? Cito testualmente un amico psichiatra, ma temo che non sia questo il motivo per cui lo guardano.

E certe canzoni, non quelle di Achille Lauro che tanto ci preoccupa, anche se siamo rassicurati dalla benedizione di Orietta Berti, più vicina a noi per età e cultura musicale, e quindi capace di tranquillizzarci, se non fosse che il nostro spirito cattolico cristiano è ancora sconvolto dalle sue ultime performances, ma tant’è…ci devono preoccupare le canzoni che non ascoltiamo a Sanremo, ma che circolano sul web,  di cantanti neomelodici che parlano di criminalità organizzata o di rapper improvvisati che hanno studiato all’università della vita e che pubblicano in siti che noi mai saremmo in grado di scovare, che inneggiano alla violenza gratuita ed assoluta contro gli altri e contro se stessi, che almeno, ai tempi nostri per sentire quello che diceva Alice Cooper dovevamo fare lo sforzo di ascoltare il disco al contrario.

Dovremmo avere ora il coraggio di ammettere le nostre di responsabilità. L’assenza vera, la presenza assente, l’aver abdicato come genitori e come educatori. E non basta recriminare, e rimpiangere “come eravamo”, e parlare di valori perduti se noi per primi ce ne siamo dimenticati. Bisogna agire, esserci, conoscerli, cercare di comprenderli senza giudicare, intervenire quando è necessario, essere solidi punti di riferimento, non temere di fare i genitori, o gli educatori. Ripigliamm chell che è ‘o nuost. Riprendiamoci i nostri ragazzi.

Simonetta Molinaro, 1 marzo 2022

 

 

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