Olga: “Noi ucraini siamo molto uniti e ci sentiamo europei”

StatoDonna, 1 marzo 2022. Da decenni un pulmino carico di pacchi parte da Foggia verso l’Ucraina. Ogni mese consegna roba che i residenti in città inviano alle loro famiglie. Oggi quegli stessi mezzi, guidati da ucraini, trasportano beni di prima necessità per l’emergenza della guerra. Uno dei luoghi di raccolta è lo spiazzale davanti alla Citta del cinema. Si cercano e si caricano soprattutto medicinali, cibo a lunga conservazione, abiti, coperte.

Olga, classe 1984, è una delle organizzatrici delle spedizioni. Impiegata in uno studio medico, vive a Foggia da 20 anni: “Dopo un primo momento in cui ci sentivamo smarriti ci siamo dati da fare per qualcosa di concreto, e ogni giorno ricevo centinaia di messaggi di solidarietà da parte di amici non solo italiani. Per esempio gli amici polacchi dall’Italia ci stanno dando un grande aiuto. C’è poi don Oleg cui la comunità ucraina fa riferimento”. 

La sua famiglia, suo padre e sua nonna paterna vivono in Ucraina, in Italia è arrivata con sua madre. Proviene da una zona al confine con la Polonia intorno a Leopoli. “È stata questa finora una parte più tranquilla, la situazione con la Russia si trascina da anni, da quando abbiamo intrapreso il percorso per entrare nella Ue, un percorso che ci è stato impedito. Tuttavia, non ci aspettavamo un intervento su così vasta scala. Zelensky è un presidente che io non avrei votato, ma sta difendendo la sua terra contro l’aggressione e io ne sono orgogliosa. Fra noi ucraini c’è una grande cooperazione, siamo sempre stati una terra contesa e oggi stanno arrivando da fuori per combattere”.

“Le reti sono fatte dalle donne e dalle ragazzine” (olga)

Fa l’esempio del tennista Sergiy Stakhovsky, ucraino di Kiev, che è tornato in patria per imbracciare le armi: “Noi si sentiamo europei, e crediamo nei valori dell’Europa, questo è un percorso che abbiamo iniziato non ora ma da diversi anni. Crediamo nella libertà di espressione e in quella di movimento. Mio padre era un ingegnere di una grande azienda pubblica dell’Urss e ogni volta che doveva spostarsi doveva chiedere tantissimi permessi. Senza il visto del comitato centrale era impossibile uscire per un cittadino comune, il turismo all’estero non esisteva”.

La guerra che si sta combattendo “non vuol dire solo di difendere la nostra terra, la nostra casa, la nostra vita, che è stata fino a qualche giorno fa quella di un cittadino qualunque, ma è la rivendicazione di una nostra identità nazionale”.

Nata nel 1984, qualche anno dopo l’Urss sarebbe finita: “Vero, non ho vissuto molto quel periodo ma quei pochi ricordi non sono belli. Io non ho mai condiviso l’ingerenza russa nella nostra politica. Siamo multietnici e nessuno è stato mai discriminato, questa storia di ‘salvare i russi’ non è credibile mentre poi sono gli stessi russi a protestare contro Putin. Avendo fatto parte dell’Urss parlo e scrivo correntemente sia in russo che in ucraino, poi c’è una lingua prevalente, è normale”.

A proposito della grande fuga dall’Ucraina fa notare: “In molti scappano accompagnati dagli uomini al confine, che poi tornano indietro per combattere. Ma tanti restano per diversi motivi, perché hanno un genitore anziano che non può muoversi, perché temono il saccheggio della loro casa, per paura di essere bombardati lungo le strade o perché le strade sono bloccate”.

Se fosse stata in Ucraina, le chiediamo, si sarebbe unita alla resistenza? “È difficile dirlo, sarei stata al fianco delle donne e delle ragazzine che fanno le reti per camuffare i mezzi militari. La storia non deve tornare indietro, non è questa la vita che vogliamo. Dico a tutti gli ucraini di non sentirsi soli perché siamo con loro con tutti i nostri pensieri”.

Paola Lucino, 1 marzo 2022

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