“Che dice la signora Lidia?” Storie di cucina e affetti dalla porta accanto

StatoDonna, 9 gennaio 2022. La chiamavo tutte le sere prima della mia cena, ma dopo la sua. “Hai mangiato Lidia?” Di solito mi rispondeva di sì, anche se il cibo non è mai stato la sua passione, almeno nel senso di alimentarsi. Perché invece era la sua missione. Cucinare. Sapeva preparare qualunque cosa, salato e dolce, primi e secondi, contorni e dolci. Era capace, con tre verdure avanzate nel frigo, di comporre una zuppa che la Star farebbe carte false e lo faceva con una sicurezza tale che Cracco non avrebbe osato proferire parola.

Mi rispondeva, il più delle volte, di aver mangiato pane e pomodoro che era forse il suo piatto
preferito, oppure un uovo, ma solo uno.

Foto: cookist.it

In camicia, con un goccino di aceto nell’acqua, e un pizzichino di sale e di pepe verde macinato al momento. Aveva la passione per queste varietà di pepe, tutte sconosciute ai più. Uno per le uova, uno per il filetto, uno per la carne di maiale, uno per ogni cosa.

E ti guardava male se non indovinavi subito l’abbinamento giusto, scuotendo la testa, tra la delusione e la rassegnazione. Ogni tanto mi diceva che non aveva cenato. “Ho passato un dispiacere”, sussurrava. E il dispiacere di solito era perché era morto qualcuno e siccome era anziana, che dire vecchio pare brutto, anche le persone che conosceva lo erano. E morivano. L’avevo conosciuta perché abitavamo sullo stesso pianerottolo, nell’ultima casa dove sono stata a Bologna. Salivamo in ascensore e lei profumava di violetta e cipria, quella rosa nel barattolo grande, con il piumino.

Lo teneva sul comò della camera da letto, vicino alle foto dei nipoti, tutti, anche quelli che abitavano al piano di sotto e che andavano e venivano da casa sua in continuazione. Per farsi aiutare con i compiti, per farle lavare i body per la danza, e le divise del calcio. Per mangiare qualcosa e per raccontarle piccoli segreti che lei custodiva gelosamente. Per farsi consolare e per avere compagnia e giocare con Ulisse, il gatto, che la seguiva ovunque come una persona e la chiamava con uno strano verso che sembrava dicesse “mamma”. E infatti i gatti erano stati il motivo del nostro avvicinamento.

I gatti che, come il cibo, sono linguaggio universale. Io andavo a trovarla tutte le sere e mi portavo dietro Aladino, che anche lui era una persona e si metteva, alle dieci, davanti alla porta d’ingresso per ricordarmi quell’appuntamento serale. Tavolo della cucina, tisana, gatti. Casa. Mi raccontava di quello che aveva fatto, e di come certi giorni il tempo passasse lentamente, e nella noia. Usciva tutte le mattine per la spesa. Andava nei negozi intorno casa e ogni tanto si spingeva al centro commerciale, ma non le piaceva tanto. Aveva capito che le offerte speciali non erano tanto speciali e odiava fare grosse scorte perché ogni giorno cucinava in base all’umore. Così andavano benissimo i negozietti piccoli, dove litigava per il prezzo e diceva a Loredano, che lo aveva visto bambino garzone di bottega e poi proprietario dello stesso posto, che 14000 lire erano un furto per un chilo di ciliegie e se le poteva mangiare tutte lui. E negoziavano, ma ormai era un gioco, un passatempo, un teatrino. Si adoravano. Lui comprava farine di aziende nuove e gliele faceva provare.

Se le piacevano, usava il suo nome per farsi pubblicità.

“Piace anche alla Lidia”, era la garanzia, l’imprimatur e lei si stimava, come dicono a Bologna, si schermiva, ma ne era tanto fiera. Dal profumo che sentivo entrando, capivo se stava bene, se era triste o arrabbiata. E anche dalla tisana che aveva messo a tavola. La melissa per riflettere, la passiflora per chiacchierare, la verbena per ricordare. Che poi, confesso, a me le tisane non piacciono e non le distinguo l’una dall’altra. Mentivo per farle piacere e affermavo di percepire profumi e sentori tipo sommelier, ma non era vero niente e mi scopriva e prima ridevamo ma poi scuoteva la testa, come per il pepe. Mi aggiornava sulle condizioni di salute delle sue amiche, riportandomi ogni giorno bollettini quasi di guerra. La signora di fianco, che viveva da sola perché le badanti fuggivano a gambe levate, aveva l’Alzheimer e i figli, occupati a fare i manager a Milano e le avvocate a Londra, se ne “impipavano”, diceva la Lidia.

Ogni tanto l’amministratore del condominio li chiamava per riportare le lamentele di chi, attraversando il cortile, aveva ricevuto in testa bucce di mandarino o tozzi di pane, se era stato fortunato. Perché la signora aveva l’abitudine non solo di scrollare la tovaglia, ma anche di buttare giù quello che prendeva in mano durante la giornata e quindi era un pericolo non da poco. E noi lo sapevamo tutti e in linea di massima facevamo il giro largo, anche quando pioveva. Perché la signora avrà anche avuto l’Alzheimer, ma non aveva perso il senso dell’umorismo, evidentemente. E la notte si divertiva a bussare ai campanelli o a salire e scendere con l’ascensore.

La Lidia aveva una sua personale teoria sulle condizioni di salute della signora, e diceva che la forma evidentemente era stata precoce, perché lei la conosceva da quarant’anni e non aveva memoria di grandi differenze. Poi mi raccontava di Angela, che lei sì era veramente malata. Ma i figli non glielo avevano detto e così lei ogni mattina chiamava la Lidia per sapere che giorno fosse e piangeva perché capiva di star male ma non capiva perché. E si vergognava di chiedere ai figli che, forse per proteggerla, la trattavano come una bambina e per fortuna viveva con la figlia, che però lavorava tutto il giorno e per pranzo le lasciava la spesa, ma dentro c’era solo l’occorrente per farsi panini, e lei non capiva ma la Lidia sì, comprendeva
che non volevano accendesse i fornelli, quando era sola.

E allora le diceva, mentendo, che anche lei a pranzo mangiava i panini e che era una cosa molto moderna, e così mantenevano la linea e poi le raccontava che giorno fosse e cosa stesse succedendo nel mondo. Parlavano di quando erano giovani e andavano al mare in Riviera mentre i mariti rimanevano in città, con i bambini che erano nati a poca distanza l’uno dall’altro e loro erano giovani e belle, e usavano gli zatteroni e i pantaloni a zampa e i capelli lunghi, una bionda e l’altra rossa, con la riga in mezzo. Non come adesso che una volta la parrucchiera aveva tonalizzato in maniera creativa e, controluce, aveva i capelli azzurri e a casa avevano riso da morire e la chiamavano Gina, come la Fata Turchina di Comencini, e il giorno dopo si era presentata in salone senza parlare ed era uscita con un biondo cenere più rassicurante, per gli altri. Noioso. Perché a lei, quell’azzurro quasi era piaciuto.

Poi c’era Tina, con la sua artrite che poi era forse un dito a scatto, ma anche un tunnel carpale scoperto grazie ad una presunta sindrome da graffio di gatto. Un’odissea, alla quale Lidia aveva partecipato con affetto, incoraggiando e sostenendo. Preparando “mangiarini” pieni di affetto, con la scusa che l’amica non potesse cucinare. E allora scendeva, al primo piano, con il pentolino ancora bollente e certe vellutate di zucca con una spolverata di chissà quale pepe e il parmigiano vecchio trenta mesi altrimenti si attacca al cucchiaio e un olio di oliva speciale e lasciava un profumo che, se entravi in ascensore dopo di lei, svenivi. E ciambelle all’arancia che la mia memoria olfattiva vive di vita propria, ogni tanto. E poi c’era Anna che faceva la dialisi, ma faceva finta di niente e parlavano di altro, scambiandosi ricette di dolci che nessuna delle due mangiava, ma che sollevavano il morale, e ingannavano un po’ le giornate, lunghe e solitarie.

Poi sono partita e la chiamavo tutte le sere, e la sentivo un po’ più spenta, che il tempo passa, crudele, e certe volte dimentichi di essere felice. E di esserlo stato.
“Perché non vai in parrocchia, Lidia? Hai visto che bei viaggi organizza don Giorgio?”
“Scherzerai? Io, con tutti quei vecchi?”
E capivo che lei non lo aveva dimenticato, perché la felicità è un dono, e non ci sono ricette da tramandare. E impari solo se guardi con attenzione.

Simonetta Molinaro, 9 gennaio 2022

 

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