“Lo schwa è un segno tangibile per cambiare il mondo”

StatoDonna, 6 gennaio 2022. Salve a tuttə. Sembra bizzarro, vero? Persino i miei occhi hanno avuto un impercettibile sussulto quando si sono soffermati su quell’ultima lettera. È la stessa sensazione di entrare in un posto a noi familiare ed esser certə che qualcosa sia cambiato, ma, pur volgendo il nostro sguardo attento a ciò che ci circonda, non riuscire ben ad identificare cosa. Forse la disposizione dei mobili? O magari il colore delle pareti? Quel tappeto era lì quando sono venuto l’ultima volta?

Immaginiamo la lingua come una casa, un enorme edificio che noi tuttə abitiamo ed abbelliamo continuamente. Ne cambiamo l’arredamento, le pavimentazioni, le forme delle finestre, finché della nostra casa sembrano rimanere invariate solo le solide fondamenta che fanno da colonna portante alla nostra storia. A volte appendiamo un ritratto, altre volte compriamo uno specchio nuovo, ed ogni volta ci assale la sensazione di doverci re-introdurre in un mondo nuovo, in un posto diverso.

“I giovani di oggi sono diventati troppo sensibili”, ha esordito un signore anziano che sedeva accanto a me al bar qualche giorno fa, mentre sfogliava il giornale, le due bustine di zucchero che mi fissavano appoggiate alla tazzina del suo caffè. Noi, definiti generazione Z, effettivamente non possiamo che essere d’accordo con ciò che ha detto: siamo diventatə sensibili, ci siamo resə tali. In un clima in cui sono state portate a galla le proprie legittime rivendicazioni, sono moltə i ragazzi e le ragazze che non sono rimastə indifferenti quando si tratta di inclusione.

Se siamo utenti attivi di qualsiasi social network, ci sarà capitato almeno una volta di imbatterci nella nota questione dello schwa, ossia “ə”. Se n’è servita Michela Murgia all’interno di un suo articolo, viene impiegato da centinaia di persone su Twitter, lo troviamo nelle descrizioni di molti post di Facebook. Effequ, una casa editrice italiana, ha addirittura dichiarato che una collana di saggi verrà ripubblicata facendo uso di questa vocale intermedia. Come in una caccia alle streghe mediatica, fin da subito si è creata l’accusa di wokismo, condannando al rogo tuttə coloro che avrebbero cercato di estendere alcuni dei propri ideali “progressisti” anche alla lingua. C’è da porsi dunque un quesito: perché l’utilizzo dello schwa è così importante per molte persone?

Vera Gheno (foto da ‘Protagonsta Donna’). Nella foto di copertina Mario Cifaldi

Sono cresciuto tra donne, donne che si raccontavano, che si confidavano, che comunicavano. Donne che si ponevano domande, che non lasciavano che nessun dettaglio venisse accantonato nella penombra. Donne che mi hanno reso possibile aprire gli occhi su tematiche che vengono spesso ignorate o, semplicemente, date per scontato. Il cosiddetto maschile sovraesteso, ossia l’utilizzo del genere maschile anche laddove è in prevalenza la componente femminile, favorisce una visione radicalmente maschilista della società, talvolta anche interiorizzata.

Una delle prime linguiste e professioniste ad aver puntato i riflettori sulle rivendicazioni linguistiche legate al genere è stata Vera Gheno che, nel suo libro Femminile singolare, propone l’alternativa dello schwa a quelle suggerite precedentemente, quali l’asterisco, la chiocciola o la “x” che presentano un problema: non possono essere pronunciate. Come spiega la sociolinguista in un’intervista a MicroMega, tuttavia, “siamo ancora sul terreno della sperimentazione”, e quindi non invita – tantomeno impone – a servirsi dello schwa in qualsiasi contesto, persino all’interno di documenti ufficiali o manuali accademici, ma solo in quelli in cui è permesso (e anche auspicabile) “sperimentare fino ai limiti della fantalinguistica”.

Una fra le tante obiezioni di carattere filogino che è stata mossa riguarda il dubbio secondo cui lo schwa potrebbe rendere ancora una volta invisibile l’uso del femminile, che è stato lentamente svincolato da quello maschile. È doveroso quindi ricordare che  l’arché dello schwa non è l’annichilimento dell’identità femminile nella lingua, bensì la sostituzione del maschile neutro nel momento in cui ci si rivolge ad un gruppo eterogeneo di individui. Ma cosa succede se, fra coloro che sono parte di questo gruppo, ci sono anche persone non binarie?

Le persone non binarie sono coloro che non si rispecchiano nel binarismo di genere e dunque nello schema binario maschile e femminile, motivo per cui non si identificano completamente né nel genere maschile né in quello femminile, indipendentemente dal sesso attribuito alla nascita. Nonostante si tratti di una piccola percentuale di persone, non possiamo chiudere gli occhi davanti ad una realtà in cui, moltə, non si sentono rappresentatə nel loro stesso linguaggio, percependolo come disagevole, estraniante, alienante. E lo schwa potrebbe costituire uno strumento attraverso cui abbattere questa dicotomia di genere, oltre che garantire a chiunque il rispetto che merita.

Forse, per moltə, la risposta a quella domanda “perché lo schwa è così importante?” aleggia ancora nell’aria, fluttua come cenere che piove dal cielo. Perché, agli occhi di chi non sa dove e come guardare, non c’è nessun nesso tra un piccolo segnetto sullo schermo e l’ultimo episodio di aggressione perpetrato ai danni di una persona transgender, tra un fonema e l’ennesimo caso di femminicidio. In verità, si tratta solo dello stesso odio che si manifesta in forme diverse, crudeltà con sagome dissimili, ma pur sempre generate dalla medesima matrice. C’è chi sostiene che lo scopo ultimo dello schwa o dei linguisti che propongono un linguaggio che incoraggi la coesistenza delle differenze sia quello di rendere l’italiano una lingua radical chic, non è così. Il vero obiettivo è quello di raggiungere un cambiamento nella società, ancor prima della lingua. Un cambiamento reale, tangibile.

I giovani sono “sensibili”, ma sappiamo che sarebbe stato più facile se non avessimo provato alcun interesse, se ci fossimo fattə scivolare addosso anche le piogge più acide. Sarebbe stato conveniente per ognunə ingoiare delusione e amarezza e fingere che, neanche per un secondo, la cosa ci toccasse. E invece siamo arrabbiatə. Anzi, no, siamo furenti. “Sensibili”, che è un modo striminzito per dire che stiamo cercando di essere il motore di questo cambiamento, di dare il giusto spazio a chi, per molto tempo, non ha potuto riceverlo. Perché la cosa ci riguarda da vicino. Perché ci tocca nella nostra interiorità.

Mario Cifaldi, 6 gennaio 2022

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