Sorrentino si racconta, ed è grandissimo cinema

(letteremeridiane). È stata la mano di Dio è un film che ti fa rimpiangere i festival e perfino i cineforum, perché appena finito di vederlo avverti il desiderio prepotente di parlarne, di confrontarti, di mettere in rete e in comunione sensazione, emozioni, riflessioni. Le piattaforme di streaming hanno rivoluzionato il modo con cui si fruisce il cinema, ma hanno ridotto ai minimi termini la possibilità di “parlare di cinema”.

Se vi va facciamolo qui, cari amici e lettori di Lettere Meridiane: fate girare il post, commentatelo, dite la vostra, insomma.

È stata la mano di Dio è un film “di spessore”, in tutti i sensi. È un racconto di formazione, autobiografico, intenso e sincero, ma nello stesso tempo intriso di pudore e di tenerezza. È un atto d’amore verso Napoli e la sua grande bellezza, molto diversa da quella sontuosa e barocca di Roma già immortalata dal regista. È una bellezza più profonda, commossa, che attinge alle radici e all’identità. È anche, forse soprattutto, un film sul cinema, com’è inevitabile che sia quando l’autobiografia riguarda un autore che ha fatto della settima arte una scelta di vita.

Paolo Sorrentino cita direttamente ed espressamente registi tra di loro molto distanti, ma che hanno avuto un ruolo nella sua formazione: Federico Fellini da un lato e dall’altro quel genio misconosciuto del cinema italiano che è Antonio Capuano, autore che più indipendente non si può, che più scomodo non si può.

Nel dialogo tra Fabietto Schisa (l’alterego di Sorrentino, interpretato in modo sublime da Filippo Scotti, premio Mastroianni a Venezia) e Antonio Capuano (un tosto Ciro Capano) la poetica del film, ma in fondo di tutto il cinema di Sorrentino, viene declinata in tutta la sua fragranza. “Guardare è l’unica cosa che so fare. La realtà non mi piace, la realtà è scadente. Ecco perché voglio fare il cinema”, dice Fabietto a Capuano, mutuando da Fellini parte della citazione.

La fantasia, la creatività – gli risponde Capuano – sono solo falsi miti: per fare cinema devi avere un dolore, qualcosa da dire. E tu, hai qualcosa da dire? Hai visto quante cose ha da raccontare ha questa città?” Quindi l’invito a non partire per Roma, a restare a Napoli per raccontarla e, soprattutto, a “non disunirsi”.

 

Nel film aleggia un terzo grande autore italiano, che però non viene mai citato direttamente (se potessi incontrare Sorrentino gli chiederei le ragioni di questa scelta, forse dovuta alla volontà di evocarlo e basta): è Sergio Leone. Fabietto noleggia C’era una volta in America, che però per una ragione o l’altra non riuscirà a guardare, e che suo padre Saverio definisce sbrigativamente: “il film con De Niro.”

La trama non voglio raccontarvela neanche un po’, perché È stata la mano di Dio è un film ad alto rischio di spoiler. È un raccolto corale affidato a personaggi che Sorrentino disegna con impeccabile maestria, componendo un mosaico narrativo di altissima efficacia. Toni Servillo e Teresa Saponangelo (premio Pasinetti come miglior attrice a Venezia) sono il padre e la madre di Fabietto, Saverio e Maria Schisa. Un convincente Marlon Joubert è il fratello Marchino. Luisa Stranieri interpreta in maniera struggente il ruolo controverso della zia Patrizia, l’impeccabile Betti Pedrazzi è la Baronessa Focale.

Il titolo è un omaggio a Maradona, il cui arrivo a Napoli e il cui contributo alla conquista dello scudetto partenopea costeggiano tutta la narrazione.

Il film sta conquistando decine di premi e di nomination nei festival dl tutto il mondo. Dopo essersi aggiudicato il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria e il Premio Pasinetti come miglior film, è candidato come miglior film straniero ai Golden Globe 2022, ed è stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022.

Se non l’avete ancora visto, guardatelo (su Netflix) e poi ne parliamo.

Geppe Inserra

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