Pacca sul sedere gesto del maschio sciovinista, altro che goliardia!

Stato Donna, 2 dicembre 2021. Abbiamo tutti sentito della giornalista che mentre effettuava il collegamento televisivo alla fine di una partita è stata molestata da un tifoso che, passando, ha pensato bene di stampare una pacca sul sedere.

La ragazza ha immediatamente rivolto parole pacate ma determinate, esclamando: “Non si fa così.!” Un giornalista da studio le ha detto di non prendersela troppo …Il tifoso molestatore non aveva evidentemente fatto i conti con la telecamera. È stato infatti rintracciato dopo pochissimo tempo. E ne è nata giustamente la gogna pubblica. Dai giornali abbiamo appreso che ha tenuto abbassata la saracinesca del suo ristorante e che si è sentito male per la piega che ha preso il suo gesto.

GRETA BECCAGLIA

Questo è il punto. Si sarebbe pentito se non fosse stato rintracciato? Probabilmente no. Intanto il primo tentativo di difesa è stato quello di sminuire il suo gesto e di definirlo una goliardata. Con tutta la leggerezza che la parola reca abitualmente con sé. Ora sono quasi passate di moda ma chi ha frequentato l’università qualche decennio fa sicuramente si è imbattuto nella festa della Matricola, una iniziazione per i nuovi arrivati, con libertà di partecipazione. Tutti gli studenti più anziani si rivalevano verso le matricole sottoponendole a molti scherzi, qualcuno anche brutale, scherzi cui non bisognava ribellarsi pena la gogna pubblica. E talvolta si ricreava lo strumento della gogna durante gli spettacoli che la festa della matricola organizzava nelle varie comunità.

 

Guai a mostrarsi timidi o permalosi. Lo scherzo si accettava e basta. C’è da dire che l’arrivo delle ragazze in queste feste – fa fede la memoria storica di Ascoli Satriano – è stato tardivo. Piano piano sono state ammesse ma sempre con una certa cautela. Gli scherzi più pesanti e un linguaggio al limite della coprolalìa si tenevano in riunioni per soli maschi.La tematica principale è sempre stata quella del sesso; in subordine, politica, riferimenti a personaggi noti, presa in giro di usanze.

Viene immediatamente in mente la considerazione che, se pure la goliardia ha come data di nascita il Medioevo e Bologna, in realtà le sue radici giungono da lontano. Parte infatti da quei popoli che hanno giocato, nei rituali agricoli e a teatro, con il sesso, l’offesa, l’irriverenza verso il potere. I rituali agricoli prevedevano nella Grecia antica processioni dove si mostravano riproduzioni dell’organo genitale maschile e gli antropologi hanno dato a queste cerimonie della gente dei villaggi il senso di augurio per la fertilità dei campi e dell’abbondanza del raccolto. Il commediografo Aristofane, che ha ereditato tutto questo e che irride le varie manie della città di Atene, sbeffeggiando persone e situazioni, ha usato abbondantemente un linguaggio che oggi definiremmo osceno. Ci troviamo di fronte alla riappropriazione del corpo e delle sue funzioni vitali. Oggi le neuroscienze sarebbero d’accordo: lo spirito non può essere separato dal corpo nel quale si incarna, tanto che il male dell’anima produce conseguenze negative sul corpo fino a farlo ammalare.

 

Dunque la parola in sé – goliardia – ha una tradizione di tutto rispetto nella psiche collettiva. Ma, come sempre accade quando manca la consapevolezza, si concretizza la possibilità dell’abuso fino alla molestia. Nei rituali antichi uomini e donne erano insieme a celebrare la fertilità dei campi. Cori di giovanetti e giovanette cantavano le prerogative del loro sesso misconoscendo valore al sesso opposto. Aristofane faceva trionfare insieme al burlone anche una dèa che ne condividesse il nuovo assetto da dare alla società, di cui erano stati messi alla berlina i difetti e le ipocrisie.

La pacca sul sedere che abbiamo visto in tv è invece la banalizzazione di tutto questo. E il gesto del maschio che si sente ancora oggi, nel 2021, autorizzato a vedere in una donna una persona debole per natura e che non può ribellarsi se non a parole, come ha fatto la giornalista in diretta tv. E questa banalizzazione è la prova che le tante cose che andrebbero dette e fatte a scuola purtroppo latitano.

Si rimane negli stereotipi, con in più lo stupore di chi dice: “Che ho fatto?”. Hai fatto, gli si potrebbe rispondere, un gesto stupido, inutile, vile, lesivo della persona ritenuta erroneamente debole; un gesto di prevaricazione, che la dice lunga sul livello mentale di chi lo compie. Sull’educazione ricevuta, sul grado di scolarizzazione, sul risultato finale. Non è accanimento non perdonare questo individuo e voler proseguire nella denuncia per molestie. Questo gesto affidato alla immortalità della memoria televisiva merita una risposta altrettanto forte della vittima. Per seminare qualche dubbio sull’ovvio.

A cura di Maria Teresa Perrino, dicembre 2021

 

 

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