La violenza sessuale è ancora più ripugnante quando si dice “eh, però…”

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Stato Donna, 24 novembre 2021. Si può parlare di violenza sessuale in occasione del 25 Novembre? Si può e si deve, si deve dire quello che le donne vorrebbero dire. Per vari ordini di motivi. Primo tra tutti perché, tra gli infiniti tipi di violenza che esistono contro le donne, questa è sommamente disgustosa. Ad esempio perché spesso avviene tra le mura domestiche, ammantata tra silenzi che oscillano tra vergogna ed omertà. Ed è sommamente disgustosa perché è una di quelle situazioni nelle quali è molto facile sentire “eh, però”.

-Sì, d’accordo, lui l’ha violentata-

Eh, però lei è andata a casa sua.

Eh, però lei aveva bevuto.

Eh, però lei era drogata.

Ogni “eh, però” abbassa il livello di colpevolezza di lui e alza il presunto livello di colpevolezza della vittima. Immaginiamo il colpevole e la vittima come due piatti della stessa bilancia. Ogni “eh, però” è un sassolino che pesa nel piatto della presunta vittima. E questo, così come parificare l’altezza dei due piatti, cosa che potrebbe essere obiettivo di qualcuno, non è mai possibile. Perché la parte lesa deve rimanere assolutamente tale, anche se è andata a casa sua, anche se ha bevuto, anche se ha assunto sostanze stupefacenti, anche se all’inizio era d’accordo. Non c’è “eh, però” che tenga, e su questo non dobbiamo transigere.

 

Iniziamo a chiarire cosa significhi realmente “violenza sessuale” e che tipo di legame si generi tra la vittima ed il reo. È bene specificare che questo legame, in realtà, non esiste. C’è qualcuno che abusa di qualcun altro, non consenziente, con gesti ed atteggiamenti riferibili alla sfera sessuale e lo fa per il proprio puro piacere di agire violenza, umiliare, annientare, illudendosi in questa maniera di possedere l’altro dominandolo. La mancanza di consenso è il fulcro, perché il consenso è elemento fondante di ogni relazione anche temporanea, estemporanea, fugace e si deve essere liberi di tirarsi indietro in qualunque momento. Se facciamo nostro questo concetto, sarà più facile eliminare tutti gli “eh, però” che ci trasciniamo dietro, zavorre tanto giudicanti quanto inopportune.

 

Che cosa possiamo noi rimproverare ad una vittima? Quali potrebbero essere le presunte giustificazioni ad un atto di questo tipo?

Aveva la gonna troppo corta

Era troppo truccata

È una che ci sta, lo sanno tutti

Mi era sembrata disponibile

Fa la prostituta

È mia moglie

Abbiamo avuto una relazione in passato

Era drogata

Aveva bevuto

Ha cominciato lei

Mi ha provocato

Le è piaciuto

Non ha detto NO

Poteva andarsene

 

Valutare senza pregiudizi e senza cinismo la figura della vittima evita strumentalizzazioni e letture sbagliate. È  antipatica la vittima, diciamo la verità. Perché porta, all’interno del processo, un afflato emotivo, un coinvolgimento che mal si sposa con quel distacco necessario per analizzare in maniera oggettiva l’evento. E perché, con la sua sola presenza, ci ricorda che potremmo essere noi, lei, e questo ci fa paura e prendere le distanze ci rassicura. A noi non può capitare. E per quanto tempo abbiamo considerato la vittima solo come la figura che chiede un risarcimento economico? Complice il nostro ordinamento giudiziario, certo.

Foto: Teen Vogue

Eppure il risarcimento, quando possibile, non può essere solo di tipo economico e parlare con una vittima lo chiarisce bene, laddove poi tale richiesta diventi l’unico modo per ricordare la propria esistenza, con una dignità che merita un’attenzione maggiore di quella che, nell’ottica di un ordinamento giustamente garantista e di un auspicabile recupero, viene riservata al reo.

Ad oggi, se guardiamo con onestà il trattamento riservato alla vittima, non possiamo non accorgerci di un retaggio temporalmente e culturalmente molto lontano ormai, che mette nel Codice Penale al penultimo posto i reati contro la persona, così come di una fortissima influenza religiosa che ci fa propendere da una parte per senso di colpa e giudizio, dall’altra per il perdono gratuito. Ma la vittima merita di più.

Innanzi tutto di non diventare solo una definizione. Di non essere solo una “persona offesa dal reato”, ma che le venga riconosciuta e restituita l’umanità che qualcuno ha provato a toglierle, e questo lo dovranno fare tutti coloro che, con differenti ruoli e con tempi purtroppo molto lunghi, la prenderanno in carico. La vittima chiederà con fatica, paura, dolore, frustrazione, angoscia, di aiutarla a raccogliere i cocci, a ricostruire la storia, la propria storia. A ricomporre un puzzle che avrà sì gli stessi pezzi di prima, ma che per forza di cose raffigurerà un quadro differente. Perché niente sarà mai come prima e quello che la vittima chiede, prima di tutto, è che venga riconosciuto l’atto di violenza come tale e non derubricato ad altro. Non ragazzate, leggerezze, errori, debolezze. Molestie sessuali, stupro, pedofilia, tortura vanno chiamati con il loro nome.

 

Riconoscere la violenza commessa è, tra l’altro, anche il primo passo che il reo deve compiere per intraprendere non solo un percorso trattamentale all’interno delle Istituzioni, ma anche un necessario viaggio dentro di sé. E sarà quell’ammissione l’unico terreno comune, l’unico punto di incontro, l’unico vero momento di relazione tra la vittima ed il suo carnefice. E non la chiamiamo vittima.

Simonetta Molinaro, 24 novembre 2021

 

 

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