Il velo integrale imposto non si può archiviare come “fatto culturale”

Stato Donna, 21 novembre 2021. Il Corriere della Sera di oggi, domenica 21 novembre, riporta il caso di un marito marocchino denunciato dalla moglie presso il Tribunale di Perugia perché le imponeva il velo integrale nei pochi anni nei quali hanno vissuto insieme e formato una famiglia in Italia. Poi lui l’ha riportata in Marocco con i bambini e alla fine c’è stato un divorzio.

La donna – praticamente incapace di parlare anche la lingua del Marocco, ad eccezione del dialetto del suo villaggio, perché sempre segregata come è ancora costume – aveva denunciato i toni e i metodi con i quali il marito le imponeva le scelte in fatto di abbigliamento.

Il Pubblico Ministero ha archiviato la denuncia perché non ci sono le prove di maltrattamento in quanto la donna non sarebbe mai stata minacciata di morte, non è mai ricorsa ad un ospedale per i maltrattamenti, né avrebbe subito aggressioni fisiche, ad eccezione di uno schiaffo. Diciamo che una magistratura che pretende prove così stringenti rispetto ad una denuncia che vuole evitare che si arrivi alle lesioni personali qualche interrogativo lo pone.

 

Ma ciò che ha maggiormente alimentato la polemica verso il magistrato è stata la sua dichiarazione secondo la quale le pretese del marito rientravano “nella loro cultura”. Adesso l’avvocato della donna pare stia sul piede di guerra e anche il Procuratore capo avrebbe preso le distanze dal suo Pubblico Ministero. E in effetti il problema c’è. Sempre sul Corriere di questa domenica sono riportati gli articoli relativi a due femminicidi per i quali sono incolpati i compagni delle vittime. Una donna è stata accoltellata dall’ex compagno a Reggio Emilia, nonostante il divieto per l’uomo di avvicinarsi a lei. Il tormento inflitto alla compagna nel tempo si è concretizzato nell’uccisione. Così come l’uccisione di una stilista a Milano vedrebbe come sospettato il fidanzato. Secondo la famiglia, la ragazza, di nome Carlotta, aveva purtroppo creduto che quando riceveva uno schiaffo poi non ce ne sarebbero stati più. E questa ragazza era ricorsa anche all’ospedale per le violenze subite, e infine aveva denunciato ben quattro volte l’uomo. La morte sarebbe stata fatta passare per suicidio. Tesi che la famiglia respinge e su cui è ancora aperto un lunghissimo iter giudiziario.

 

Sappiamo tutti che in ogni storia di donna violata e uccisa si ripete in fotocopia sempre lo stesso schema di comportamento. E oggi ancor più viene da chiedersi quale sia il limite che deve far scattare l’attenzione degli organi competenti verso il maltrattamento delle donne. Perché se uno schiaffo è poco, non bisogna nemmeno consentire che diventi una consuetudine da collaudare e da perfezionare. E non dobbiamo dimenticare un altro dato importante, cioè che quando si prendono molto sul serio le denunce spesso i mariti violenti aggirano i divieti loro imposti. La protezione delle donne dai mariti violenti ha molte lacune, anche per un fatto di mancanza di persone che possano vigilare sui tantissimi casi di abuso. Stridono le due storie delle donne morte con l’archiviazione per i fatti di Perugia. Stridono non solo in quanto l’attenzione deve scattare al primo segnale di un comportamento intimidatorio, ma stride il commento con il quale un esponente del mondo giudiziario italiano bolla i comportamenti maschili, chiamandoli fenomeni culturali.

Foto: nonsolofreud.it

Certo, accade anche di notare l’ambiguità del termine “culturale”. Esso è usato giustamente per gli usi e i costumi di un popolo ma sarebbe troppo riduttivo ridurlo solo questo aspetto. Cultura è anche la consapevolezza che il cittadino deve avere nei confronti della comunità nella quale vive e opera. Se non possiamo pretendere che un profugo dal Marocco abbia studiato la costituzione italiana prima di decidere di vivere qui, è anche vero che manca quell’anello di congiunzione fra il prima e il dopo, fra la terra di origine e la terra di arrivo. I mediatori culturali esistono e tuttavia la donna tenuta sempre chiusa in casa a Perugia non ha usufruito di questi servizi né presumibilmente faceva comodo al marito ricercarli. E si calpesta la Costituzione la quale dice tante cose in tema di diritti ed è anche attenta a chi compie i reati. È l’uomo di legge italiano che avrebbe dovuto stare attento alle parole pronunciate a commento della sentenza di archiviazione.

Un uomo anche di cultura non dovrebbe ignorare il fatto che le parole sono le armi con cui si svolge la lotta prima di passare alle armi vere; e che le parole e il silenzio generano fatti. Chi ascolta un commento di questo tipo potrebbe sentirsi autorizzato a fare a meno di sapere se il suo stile di vita sia compatibili con una società che ha messo nero su bianco, sulla carta costituzionale, tutto il lungo e faticoso percorso verso la libertà e i diritti della Persona.

 

Come il Corriere mette in pagine consecutive fatti stridenti tra loro, che avrebbero meritato una cronaca anche comparativa dei fatti narrati, così anche gli operatori della giustizia non dovrebbero marciare in ordine sparso. L’archiviazione in punta di diritto avrebbe potuto anche fare a meno di un commento sconsiderato.

Maria Teresa Perrino, 21 novembre 2021

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