Giovanni Rinaldi, “C’ero anch’io su quel treno”: storie di una solidarietà esemplare

Stato Donna, 15 novembre 2021.  Un episodio grandioso del passato della nostra Italia. Un’esperienza da non dimenticare e che può essere considerata esemplare.  Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tanti bambini, alcuni di loro rimasti orfani, versavano in condizioni di estrema povertà e molto spesso vivevano per strada, soprattutto al Sud.

Ma un progetto animato da un incredibile spirito di solidarietà arrivò a salvarli.

A parlarne, Giovanni Rinaldi, nativo di Cerignola e che ora vive a Foggia, nel suo libro “C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia” – editore Solferino, nelle librerie dal 23 settembre scorso, e che sarà presentato a Foggia, per la terza volta, giovedì 18 novembre presso Palazzo Dogana, sabato 27 novembre a Manfredonia, e poi a Torino, a Senigallia, in giro un po’ per tutta l’Italia.

Appassionato ricercatore di Storia, Giovanni Rinaldi, pratica il proprio lavoro con il metodo della storia orale, fondato, cioè, su ricerche realizzate attraverso strumenti quali interviste, registrazioni, video, con l’obiettivo di dare voce alle persone.

Il suo libro, dunque, è nato dall’esigenza di dare una risposta al bisogno e alla voglia di memoria, di ricostruzione di un periodo della loro vita, che i protagonisti della vicenda narrata hanno espresso.

A raccontare, infatti, a Giovanni Rinaldi i particolari di quell’esperienza, sono stati proprio i bambini accolti da famiglie, spesso a loro volta povere, ma disposte a condividere e a donare, per qualche mese, quel che c’era.

A circa 70 anni dai fatti raccontati, quei bambini oggi sono più o meno ottantenni. E le loro storie, a pensarci bene, possono esercitare un fascino particolare, perché parlano di momenti ormai passati, certo, ma che si legano indissolubilmente al presente proprio perché vive, ancora, sono le persone che ne sono state protagoniste.

“C’ero anch’io sul quel treno” è, dunque, un insieme di racconti-testimonianza. Presentati in uno stile sobrio, in grado di arrivare a ogni lettore, in una sorta di mediazione tra la capacità di raccontare tipica del romanzo, e dei contenuti che, invece, sono reali.

Un libro che non mira a rientrare in uno specifico genere letterario, né in un’etichetta predefinita, ma nel quale Rinaldi, calandosi umilmente nei panni dei cantastorie di un tempo, intende proprio far parlare “storie che possano unire le persone, quelle di ieri e quelle di oggi”. Storie da lui raccolte nell’arco di 20 anni, in un percorso fatto di incontri, dialoghi, viaggi in giro per l’Italia ad incontrare e ad ascoltare persone. “In alcuni casi, i protagonisti di quella vicenda” riferisce Rinaldi a Statoquotidiano “o i loro parenti, mi hanno cercato di loro iniziativa”.

Già nel 2009, Rinaldi aveva racchiuso parte di un tale lavoro di ricerca nel suo libro “I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie”. Il volume era rientrato  tra i finalisti del Premio letterario Alessandro Tassoni di Modena.

Oggi, quel libro si arricchisce di nuove testimonianze, di altri protagonisti, proprio nel volume dal titolo “C’ero anch’io su quel treno”.

In cosa consisteva il progetto di cui parla il libro?

“Promosso dall’allora Partito Comunista, il progetto era stato concepito a Milano, da una donna temeraria ed appassionata, Teresa Noce, che era stata internata dai nazisti nel campo di concentramento di Ravensbruk, ma che poi era riuscita a tornare in Italia, dopo la Liberazione”, la risposta di Giovanni Rinaldi a Statoquotidiano.

“Obiettivo di quell’iniziativa: raccogliere il maggior numero di bambini in difficoltà nei convogli ferroviari di allora, anche a volte malandati, in partenza da Roma, Cassino, dalla Calabria, per accompagnarli presso famiglie di buona volontà, del Centro e del Nord Italia, messesi a disposizione per prendersene cura in un periodo di almeno 6 mesi, così come indicava la norma di riferimento”.

Tra il 1945 e il 1952, più di 70.000 bambini dal sud Italia, figli di famiglie smembrate dalla povertà e dalla guerra, furono presi in carico da famiglie più fortunate della Toscana, dell’Emilia Romagna, delle Marche e della Liguria.

L’impresa, portata a compimento grazie alla tenacia delle donne dell’Unione Donne Italiane, di cui proprio Teresa Noce era dirigente, non fu priva di ostacoli e  richiese un intenso lavoro logistico, con il coinvolgimento di medici, insegnanti, in una sostanziale concertazione di enti, istituzioni, associazioni benefiche che fecero corona intorno ai principali promotori.

Ne derivò, tuttavia, un’esperienza che oggi potrebbe, forse, sembrare favolistica, ma la cui narrazione serve ad evidenziare un grande lavoro di affettuosità, di empatia da parte di famiglie che, piuttosto che mostrare indifferenza di fronte alla sofferenza altrui, diedero prova di grande solidarietà sociale.

Un’esperienza che vale la pena raccontare perché capace di mostrare il volto di un’Italia aperta alla collaborazione, al dono, all’impegno per una crescita collettiva.

E che è utile conoscere, perché se, per alcuni versi, può portare il lettore a considerare che nel presente tendono piuttosto a mancare episodi di solidarietà collettiva di una tale portata, per altri, e proprio per questo, può sortire, invece, l’effetto di riportare la speranza in un popolo che, se è stato capace di grandi gesti eroici e generosi in passato, può ritornare ad esserlo anche oggi.  In un popolo che può ritornare ancora a coltivare quel certo senso di comunità che fa sentire uniti, che fa superare l’individualismo che tende a far arroccare ognuno nelle proprie sicurezze, e che spinge a guardare l’altro e a stringergli moralmente la mano nei momenti di difficoltà.

Affezionato a tutte e ad ognuna delle storie riportate nel suo libro, “perché vi si parla di persone, non di documenti”, Rinaldi ne racconta una ai lettori di Statoquotidiano.

“Tragica e bella, la storia di Vincenzo Maione di Pozzuoli che, grazie all’impegno della figlia Laura, si è rivolto a me per raccontare la sua vicenda e per provare a cercare la famiglia che si era occupata di lui. Famiglia che poi si è riusciti a ritrovare e a incontrare con grande emozione”.

Vincenzo partiva da condizioni totalmente disastrose, al limite della sopravvivenza. Un’esperienza, la sua, assimilabile a un “inferno”.

Orfano di padre, era sfruttato dalla madre che lo costringeva a lavorare, perché c’era bisogno di soldi in casa. Faceva dunque ogni giorno chilometri per recarsi al lavoro, pur essendo ancora molto piccolo.

Venne così mandato – rispondendo all’appello per la “Salvezza dei bimbi di Napoli” – presso una famiglia della Toscana, dove finalmente venne trattato con quelle attenzioni e quelle premure tipiche dei genitori che tengono ai propri figli. E Vincenzo se ne innamorò.

Dopo circa un anno, come prevedevano gli accordi con il Comitato che gestiva le operazioni del progetto, dovette però ritornare nella sua famiglia di origine.

La madre ricominciò a sfruttarlo, nascondendogli persino le lettere e i regali che gli venivano inviati dalla Toscana, e lui non riuscì più ad integrarsi in una realtà così misera. Cominciò, allora, il suo itinerario di riscatto da solo. Si allontanò da casa, lavorò, studiò, si sposò affermandosi presto come imprenditore.

Già nel 2011, parte delle storie riportate in “C’ero anch’io su quel treno” erano state rappresentate in un film-documentario, portato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, “Pasta Nera”, con la regia di Alessandro Piva, per il quale Giovanni Rinaldi aveva fornito consulenza storica.

A partire da febbraio 2022, queste saranno messe in scena anche in uno spettacolo organizzato dalla compagnia Teatri della Viscosa di Sabbionara d’Avio in provincia di Trento.

Daniela Iannuzzi, 15 novembre 2021

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