Lo stupro nella società medievale di “The Last Duel” e i secoli che verranno

Stato Donna, 2 novembre 2021. Nel buio di un cinema, nella tensione della scena più cruenta, ci è capitato di voltare la testa. Per non guardare. Per non guardare le scene di violenza, fisica e sessuale, subite da Donatella Colasanti e Rosaria Lopez nella notte della “Strage del Circeo”, così crudamente riprodotte nel film “La scuola Cattolica” (vietato ai minori), di Stefano Mordini, in sala lo scorso mese. Ci è capitato, magari, di socchiudere gli occhi, per filtrare la crudezza della scena della violenza sessuale subita da Marguerite de Thibouville, moglie di Jean de Carrouges, da parte di Jacques Le Gris, nobile scudiero vicino a Pierre d’Alencone, a sua volta cugino del re francese Carlo VI.

I cinefili più appassionati e al passo coi tempi, avranno colto certamente il riferimento al film “The Last Duel”, di Ridley Scott, trasmesso in questi giorni nelle sale.

Dipinti di Artemisia Gentileschi (foto VanillaMagazine)

Tacendo la trama, che lasciamo alla curiosità degli spettatori, a colpirci è una data scena, quella in cui durante il processo avviato a seguito della denuncia della vittima, Marguerite, lo stupro viene qualificato come reato contro il patrimonio del tutore maschio della donna (in questo caso il marito, in alternativa al padre). Si era in pieno Medioevo, intorno al 1380, seppur in un paese giuridicamente e socialmente evoluto come la Francia, e la cosa potrebbe apparire normale per l’epoca. Ma ha destato comunque una riflessione su altri episodi legati a questo fil rouge.

 

Pensiamo ad Artemisia Gentileschi, superba pittrice nata a Roma 200 anni dopo, nel 1593, e rimasta vittima, nel 1611, di uno stupro da parte di un pittore amico del padre, Agostino Tassi. Con sommo coraggio, Artemisia, mentre tutti auspicavano al cosiddetto “matrimonio riparatore”, denunciò il suo aguzzino, subendo lei, vittima, un processo invertito, fatto di invasive visite ginecologiche e torture volte a estorcerle la verità; ma, con forza e perseveranza, ottenne giustizia e la pena detentiva di 11 mesi per il suo aguzzino oltre al diritto a una nuova vita a Firenze, lontana dallo scandalo morale che la vedeva, purtroppo, ancora additata come colpevole nella società romana.

 

Facendo un altro balzo in avanti di 350 anni ritroviamo un caso speculare. Siamo nel 1965, nel trapanese, e parliamo di Franca Viola, protagonista di una vicenda troppo poco narrata.
Franca fu la prima donna in Italia, in epoca moderna, che, vittima di rapimento e violenza carnale da parte di Filippo Melodia e della sua banda, rifiutò il matrimonio riparatore e denunciò il suo aguzzino, supportata dalla famiglia, lottando contro il bigottismo morale, giuridico e mentale di quegli anni in cui il Codice Rocco qualificava la violenza sessuale come crimine contro la morale pubblica e il buon costume; e lo fece in una realtà come quella del sud Italia, in cui il matrimonio riparatore previsto dal Codice (art. 544) come forma di estinzione del reato si sovrapponeva alla tradizione della “fuitina”.

Franca Viola all’epoca del processo (foto Pollyanna.it)

Ma la lotta di Franca non fu vana, ottenendo la condanna di Melodia a 11 anni di carcere, segnando un passo di svolta e destando la morale pubblica, l’orgoglio sociale delle donne e della società civile. Il suo coraggio fu il sasso che smosse la valanga, fatta di movimenti, femministi e non, che spinsero gli iter normativi e parlamentari che portarono nel 1981 all’abolizione dell’art. 544 C.P. su menzionato e nel 1996 alla Legge n. 66 con la creazione dell’art. 609 bis C.P., che per la prima volta (in Italia) qualifica il reato di stupro come reato contro la persona, a tutela della libertà sessuale della stessa, finalmente “vista” quale vittima del reato. Lo stupro diventò, per legge, non più reato contro il patrimonio del marito/padre o contro la pubblica morale, ma reato contro la persona.

 

Questo maturo, seppur tardivo, percorso giuridico è compiuto. Ma le dinamiche frastagliate del #MeToo, del “se l’è cercata”, dell’arretratezza culturale e patriarcale, sono ancora in divenire, e il percorso di maturazione civile, morale e sociale è ancora irto di ostacoli e complesso da ultimare. Tuttavia, dei passi avanti sono stati fatti. Anche l’uomo, e con lui la società civile, tutta, inizia a prendere coscienza, empaticamente, della sete di tutela agognata e ricercata, nei secoli e con coraggio immane, da Marguerite, da Artemisia, da Franca, Donatella e Rosaria e da tutte le donne vittime di violenza sessuale. Oggi non possiamo più voltare la testa.

Benedetto Mandrone, 2 novembre 2021

 

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