Sergej Esenin

Il 3 ottobre 1895, nel villaggio di Konstantinovo, in una Russia contadina, retta dall’ultimo zar, nasceva Sergej Esenin, destinato a divenire uno dei poeti russi più letti e studiati.

Esenin
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Definito “poeta agreste” per la prima produzione, che è dedicata soprattutto alla vita in campagna e alla Russia, fu, in seguito, negli ambienti letterari pietroburghesi, da un lato apprezzato sia per le sue qualità artistiche che per la sua bellezza fisica – slanciato, dai lineamenti delicati, dagli occhi azzurro intenso, caratteristiche che facevano sì che destasse un grande interesse nell’universo femminile e in quello omosessuale dell’epoca – dall’altro criticato, da alcuni, per il suo essere “folkloristico” e provinciale, per quelle sue camicie “a punto-croce”, in quel contesto marchio di ruralità, e per la disinvoltura nel cantare, su richiesta, le filastrocche del paese. Molto diverso, in definitiva, dagli altri frequentatori di quei salotti.

Allora Esenin aveva già un figlio, avuto da una donna conosciuta quando, pochi anni prima, aveva lavorato in una tipografia moscovita. Aveva, inoltre, già pubblicato la prima raccolta di poesie, Radunica, ispirate all’amore e alla vita semplice, che gli avevano conferito una certa popolarità.
Nel 1917 sposò la sua prima moglie, l’attrice Zinaida Rajch, dalla quale ebbe due figli, e, quattro anni dopo, conobbe, e poi sposò, una ballerina americana, Isadora Duncan. Del rapporto con quest’ultima fece scalpore soprattutto il fatto che la coppia non aveva possibilità di comunicare a parole: Esenin, infatti, non parlava nessun’altra lingua oltre al russo, del quale Isadora conosceva, invece, solo poche parole. Alcuni sospettarono, nei termini di quell’epoca, che il matrimonio fosse solo una trovata pubblicitaria. Gor’kij di loro scrisse: “in comune hanno solo il linguaggio dell’alcool e del sesso”.

Sergei Esenin and Duncan
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Sembra che quando si sposarono, per la felicità, Esenin abbia improvvisato un ballo tradizionale sotto il municipio, urlando che da quel momento si chiamava Sergej Esenin-Duncan. Isadora aveva diciotto anni in più di lui e, alle spalle, il dolore di due figli annegati nella Senna. Nel suo campo era stata un’innovatrice, imponendo sui palcoscenici russi del tempo, dominati dal balletto classico, la propria danza libera. Pur essendo americana, era vicina ai capi rivoluzionari, a Lenin in particolare. Anche Esenin aveva creduto negli ideali della rivoluzione bolscevica, per poi rimanerne, però, deluso, di fronte all’involuzione del periodo staliniano.

Nel corso di un viaggio in Europa e negli Stati Uniti, per accompagnare Isadora in tournée, il loro matrimonio si incrinò. Alienato in un mondo molto diverso dal proprio, in preda alla nostalgia, sembra che Esenin impiegasse il tempo per lo più nel bere e nell’acquistare abiti costosi, trasformandosi da poeta agreste in essere mondano e irrequieto.

Duncan Isadora
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Tornò, poi, a Mosca, dove ebbe relazioni con altre donne e un altro figlio che non conobbe mai, questa volta dalla poetessa Nadežda Vol’pin; la sua dipendenza dall’alcool si fece sempre più grave e i suoi comportamenti sempre più sregolati. Nella primavera del 1925 sposò la sua terza moglie, Sofia Andreevna Tolstaja, una nipote di Lev Tolstoj, conosciuta solo pochi mesi prima.

La notte del 27 dicembre 1925, nell’Hotel Angleterre di San Pietroburgo, nella stessa stanza dove tre anni prima era stato ospite durante il viaggio di nozze con Isadora, Esenin fu trovato impiccato. La mattina prima avrebbe lasciato all’amico Elrich una poesia di congedo, scritta col proprio sangue, con la promessa di leggerla solo l’indomani. Secondo altri, Elrich lesse la lettera il giorno dopo solo per dimenticanza.

Il corpo, tuttavia, presentava graffi, un taglio profondo sulle braccia e un livido sotto un occhio: Esenin dopo aver tentato di tagliarsi le vene sarebbe sopravvissuto e avrebbe provato, poi, a chiedere aiuto all’amico, che però non lesse immediatamente il biglietto, dopodiché, la notte successiva, avrebbe ripetuto, questa volta con successo, il tentativo di suicidio.
A questa ipotesi, però, se ne affianca un’altra, che vede il poeta ucciso da agenti della GPU, futuro KGB, che non avrebbero apprezzato le sue critiche al regime.
La poesia di congedo, dedicata al poeta Anatolij Mariengof, che sarebbe stato, secondo molti, non solo suo amico ma anche suo amante, recita:

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei qui, nel mio cuore.
Questa separazione voluta dal destino
Ci promette un incontro futuro.

Arrivederci, senza strette di mano né parole.
E non piangere, non fare il viso triste.
In questo mondo non è cosa nuova morire,
Ma neppure vivere è più nuovo.

[traduzione italiana di C. Ferrari]


 

Non più vagabondo, smetterò di cercare
Le tue impronte, di pestare le bietole
Lungo gli arbusti rossi: per sempre
Dimenticherò il covone dei tuoi capelli d’avena.

Meravigliosa eri e dolcissima;
Il sangue delle bacche sulla pelle,
Somigliavi a una distesa raggiante
Sotto il tramonto rosa.

Poi sono appassiti gli acini dei tuoi occhi;
Il tuo nome si è spento, friabile come un suono.
Ma nelle pieghe dello scialle ti è rimasto forse
L’odore delle mani innocenti, odore di miele.

E verso sera, nell’ora del silenzio, quando il sole
Sul tetto sembra un gattino intento a lavarsi il muso con la zampa,
I vortici dell’acqua mi sussurrano di te miti parole
E la loro voce trema nel vento.

O almeno qualche volta la sera turchina
Mi dica che tu sei musica e sogno.
Anche se colui che ti plasmò così, sinuoso il fianco e le spalle,
Ha baciato il tuo splendente mistero.

Non più vagabondo, smetterò di cercare
Le tue impronte, di pestare le bietole
Lungo gli arbusti rossi: per sempre
Dimenticherò il covone dei tuoi capelli d’avena.

[da Azzurro, 1915-1916; traduzione italiana di C. Ferrari]

Avanti, baciami, baciami tantissimo,
Fino al dolore e al sangue.
La fermezza non va d’accordo
Con l’onda effervescente del cuore.

Il bicchiere che versano
I commensali lieti non è per noi.
O mia cara, mettiti in testa
Che si vive una volta soltanto!

Se ti guardi intorno senza timore
Vedi come la luna nel buio
Si attorcigli alla terra
Simile a un corvo giallastro.

E allora, baciami! Lo voglio.
Il marciume è pronto anche per me.
Ciò che volteggia là in alto
La mia morte ha fiutato.

Energia che si estenua!
Morire – oh, morire!
Ma fino all’ultimo la tua bocca
Lasciami baciare.

Sì che senza pudore
Per il tempo che ci resta
Nel lieve bisbiglio dei ciliegi selvatici
Riecheggi: «Sono tua!»

E sul bicchiere ricolmo la luce
Non sia schiuma che sbava –
Canta e bevi, mia cara:
Si vive una volta soltanto!

[da Mosca delle Bettole, 1925; traduzione italiana di C. Ferrari]

Cara, sediamoci accanto
E guardiamoci negli occhi. Mi piace ascoltare,
Avvolto nel tuo sguardo dolcissimo,
Il grido sensuale della tempesta.

In questo autunno d’oro,
In queste tue chiare ciocche di capelli
Il dannato teppista
Trova la sua pace, la sua salvezza.

Da molto tempo ho lasciato la mia terra
Dove fioriscono selve e praterie:
Qui, nell’amara cronaca d’ogni giorno
Ho vissuto da avventuriero

Cercando di soffocare i ricordi,
E quel mio giardino e l’estate
Assorta alla musica delle rane
Mentre da me, lentamente, sbocciava il poeta.

Adesso è autunno anche laggiù…
L’acero e i tigli
Sforzano coi rami le finestre
Come per salutare qualcuno

Che invece è già partito.
In un rustico cimitero la luna,
Dipanando i suoi raggi sulle croci,
Aspetta una visita non lontana;

Perché lei sa che dopo aver tanto sofferto
Anche noi finiremo in quel cerchio d’alberi spogli.
E i vivi continueranno a godere
Del loro cammino d’insidie.

Cara, sediamoci accanto
E guardiamoci negli occhi. Mi piace ascoltare,
Avvolto nel tuo sguardo dolcissimo,
Il grido sensuale della tempesta.

[da L’amore del Teppista, 9 ottobre 1923; traduzione italiana di C. Ferrari]

Fonti

Sergej Aleksandrovič Esenin, “Russia e altre poesie”, Introduzione e traduzione di Curzia Ferrari, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2007, con bibliografia.

Wikipedia, vc. Sergej Aleksandrovič Esenin

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