Maledetto”, ha gridato una donna che piangeva i suoi morti. Ce l’aveva con Dio. Don Milani racconta che il figliolo di una mamma di sei bambini, morta per tumore, mentre stava spirando, ha alzato il pugno verso una immagine della Madonna: “Non me l’hai voluta fare la grazia! Ricordatene, eh”. Come a dire me la pagherai. “E poi dicono che non c’è più fede“, è il commento del priore di Barbiana.

Di fronte al dolore innocente non si scappa: o Dio non è onnipotente o non è buono. O semplicemente è incomprensibile. O ancor più semplicemente non c’è. E’ superficiale questo discorso? Può darsi. Ma quello che è inaccettabile è il racconto di chi, in ogni fatto tragico, chiama in causa la Provvidenza. Un Dio che sceglie e che ha i suoi protetti o raccomandati è sfacciatamente e spaventosamente umano.

La salvezza è in un attimo di sosta, di fortuna, non altro. In quell’attimo, si è salvato chi come un sonnambulo si è precipitato fuori terrorizzato, chi ha trovato improvvisamente una finestra aperta…Forse è morto il bambino che in un momento di esitazione ha raccolto il suo orsacchiotto di peluche, o chi ha perso un istante a prendere la borsa… Uno è stato schiacciato sotto un architrave, un altro vicino è rimasto illeso. La morte e la vita date dal caso.

Eventi di questo genere non fanno perdere o acquistare la fede, cambiano la vita, con due conferme: la gracilità dell’esistenza e l’umiltà della conoscenza.

“La natura non è colpevole, non è matrigna, non è indifferente. È innocente. La terra si muove e non vuole distruggere: si muove soltanto. Perché è viva. La vitalità della terra a volte non è compatibile con la vita umana” (Cesare Viviani).

E’ stato detto: “Sono le opere dell’uomo che uccidono“. Tutte le opere? O forse lo sono alcune?

E allora proviamo a interrogarci: come mai una parte dell’ospedale costruita agli inizi del Novecento ha retto e quella parte costruita decenni dopo ha ceduto? Perché un campanile ristrutturato è caduto, cancellando una intera famiglia, e altri no?

Qualche giorno fa, in un incontro a S. Giovanni Rotondo, un medico ha chiesto: “Ma voi che dite? Se tutti facessero bene il proprio lavoro non ci sarebbero meno sofferenze?” Una domanda ingenua, certamente. Che, però, bisogna porsi spesso.

“Il volontariato è una realtà di alto e nobile valore, ma bisogna evitare il pericolo che una supervalutazione metta in ombra il valore del lavoro normale, con cui ognuno provvede a mantenere se stesso e la sua famiglia… Il volontariato è espressione volontaria di solidarietà. Prima vengono le solidarietà dovute, gli inderogabili doveri di solidarietà, come ad esempio fare bene il proprio lavoro… Senza un adempimento coscienzioso della solidarietà dovuta, quella volontaria si ridurrebbe a ipocrisia e alienazione”. Sono le parole del primo direttore della Caritas Giovanni Nervo nel 1971.

C’è enfasi sul volontariato e poco sulla necessità di fare bene il proprio lavoro. Si parla della corruzione, un po’ meno del clientelismo e poco invece della superficialità, viltà, interessata acquiescenza, “distrazione” di fondi o “distrazione” comunque…

Primo Levi scrisse che nella Germania di Hitler era diffuso un galateo particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, a chi faceva domande non si rispondeva. E’ azzardato pensare che in molti luoghi dove si sceglie, si decide, si delibera… ci siano comportamenti analoghi? E’ azzardato e provocatorio, certamente!

Prendiamo atto che il volontariato comunque c’è, la compassione altrettanto (anche se talvolta un po’ loquace e chiacchierona). Poco la cittadinanza vera, attiva. Quella di singoli cittadini che sopportano la fatica di informarsi, di parlare e di tenere orecchie e occhi aperti.

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte futuri paralleli.it)

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