Di recuperi e cuciture storte. Per ricominciare: “Made in Carcere”

Raddrizzare le curve storte della vita, possibile?

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Made in carcere
PH: ©Diego Zanetti
Made in carcere
PH: ©Diego Zanetti

È mai possibile raddrizzare le cuciture storte della vita? Ma che domanda è questa, vi chiederete. In realtà è una di quelle domande, forse un po’ marzulliane, che ti affiorano quando nel fruire caotico della quotidianità, tra routine e lavoro, ti capita l’occasione, assai rara, di fermarti a riflettere su qualcosa su cui prima non avresti mai immaginato di posare occhi, mente e cuore. Così mentre guardo il bracciale “Made in Carcere”, che mi hanno regalato le detenute del carcere di Trani, a cui ho fatto visita durante il Pellegrinaggio Artusiano organizzato dal Movimento del Turismo del Vino in Puglia, ecco che inaspettatamente giunge la domanda degna di una notte da “Sottovoce” con Gigi Marzullo.

 

Raddrizzare le curve storte della vita. Possibile?

Made in carcere
PH: ©Diego Zanetti

Caro Gigi, mia nonna ti direbbe senza dubbio: sì! “Dai, dammi qui, scuciamo e ricuciamo. Certo che si può”, ti risponderebbe con la sua vocina delicata, mentre con una mano posiziona gli occhiali sulla punta del naso, e con l’altra mette il piede nel pedale della sua antica Singer.

Chissà, se anche queste donne, che lì stanno scontando le loro pene, sapranno davvero raddrizzare quelle cuciture storte, così come stanno imparando a fare, al laboratorio sartoriale dentro il carcere, lavorando tessuti di recupero e scarti che non servono più a nessuno.

Chissà se ad ogni pezza usata, associano un pezzetto della loro vita da ricostruire. Di certo, nella grande stanza del laboratorio campeggia uno striscione con su scritto “il dolore è una perdita di tempo e noi non possiamo permettercelo”; cresce in loro il buon gusto, apprendono un mestiere, imparano ad associare i colori. Così ci racconta Luciana Delle Donne, la responsabile del progetto, mentre all’interno di quella grande stanza piena di stoffe e colori, in quel carcere che non sembra tale, tanto è luminoso, le quattro donne detenute ti osservano, staccando un po’  la spina dalla monotonia del loro vivere.

Qualcuna di loro è lì già da quattro anni, ha figli a casa e mentre ti fa vedere i lavori realizzati (borse, bracciali, grembiuli) ti confida che lavorare in quel laboratorio è vitale. “Cucendo non penso, il tempo passa e non mi tormento per la tragedia che mi è capitata”.

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PH: ©Diego Zanetti

La direttrice del carcere, Bruna Piarulli, intanto, si dice fiera del gruppo di lavoro e del modo in cui si gestiscono quelle donne. “Vogliamo rieducarle e questo progetto dà loro una seconda opportunità di vita. Lasciamo che siano sempre coinvolte in attività, in modo che stiano nella loro stanza di pernottamento solo di sera”. Stanza di pernottamento: così definisce la cella.

Mi ha colpito questo carcere. Intanto a Trani, con il mare a vista e un senso di libertà senza pari. Poi, un luogo luminoso che non sembra così restrittivo. Eppure, al di là di quelle che possono essere le percezioni avute, quelle donne lì passano tutti i giorni, e non sempre in armonia. Si intuisce e lo afferma la stessa direttrice. Ma resta il fatto che per le quattro che hanno la fortuna di lavorare al laboratorio sartoriale, per otto ore al giorno, c’è una chance. Se continueranno a cucire fuori da lì, è difficile da dire. Qualcuna dice di sì al momento.

Mi resta il dubbio. E insieme una speranza, mentre osservo questo tessuto avvolto sul mio polso dove l’etichetta Made in Carcere mi ricorda quell’esperienza speciale. Non so se sapranno e/o potranno raddrizzare le cuciture storte delle loro vite, una volta fuori da quelle mura; mia nonna continuerebbe a dire di sì. Ed io a lei credo, come ho sempre fatto fin da quando ero bambina e la osservavo intenta alla sua macchina da cucire, mentre le chiedevo di farmi provare.

Con la sua stessa determinazione, di una loro probabile nuova vita ne è convintaLuciana

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PH: ©Diego Zanetti

Delle Donne, la responsabile del progetto. «Mi è sempre piaciuto ricostituire la cassetta degli attrezzi delle persone – afferma – dare loro una seconda possibilità. Perché ho questa missione? Mi viene facile, automatico. Ho sempre pensato che costruire il successo degli altri rappresentasse anche un mio successo. Mi piace vedere le persone felici, realizzate, che vanno avanti. Perché se vanno avanti loro vado avanti anch’io».

Le difficoltà non mancano. “C’è molto turn over perché quando termina la pena di un membro del gruppo, occorre riattivarsi per formare altre detenute e questo fa sì che il team di lavoro non sia mai completamente omogeneo”. Ma questo gruppo a Tranifunziona in armonia. E poi c’è Lecce e ci si sta attivando anche in altre carceri d’Italia con progetti simili. Sul web (www.ecommerce. madeincarcere.it) si trova anche uno shop online. Il ricavato delle vendite va direttamente alle detenute che percepiscono un regolare stipendio, con assunzione a tempo indeterminato.

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Made in Carcere, Filo Dritto, Ora d’aria, A l Revés, Impronte di Libertà sono brand certificati, realtà di progetti molto seri di recupero, attraverso il lavoro, di detenuti nelle carceri italiane, organizzate da cooperative sociali. Questi fanno capo a Progetto Sigillo, prima agenzia nazionale di coordinamento dell’imprenditorialità delle donne detenute, e  nuovo modello di economia sostenibile.

In Sicilia, sono attivi Filo Dritto portato avanti da Ninni Fussone, sociologa, che ama i tessuti e lavorare il feltro. Lei ha creato un laboratorio tessile nel carcere di Enna e

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diCatania, un laboratorio artistico ma anche punto di riferimento nel difficile percorso di rieducazione (www.filodritto.com). E Al Revèrs a Palermo. Già nel nome, una locuzione di lingua ispanofona che significa “al contrario”, si indica la scelta del cambiamento (http://www.coopalreves.it).

Insomma tutto si ricicla, tutto si trasforma, tutto può avere una seconda vita. Non solo un tessuto. Forse anche una vita.

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Francesca Landolina, giornalista e da due anni ideatrice del blog www.fashioncooking.it Passione sfrenata per i viaggi, la fotografia, la moda, il buon cibo e per tutto ciò che di bello può narrarsi. Soffre di estasi da buon cibo (se cucinato divinamente); ama scrivere, il mare, la Sicilia, il cioccolato (ne è assolutamente dipendente), il fitness (per scontare i peccati di gola). La sua filosofia di vita: crea, inventa, sii libera. I suoi press tour tra cantine e città sono una ghiotta occasione per scrivere sul suo blog. Fashioncooking.it è infatti mix di racconti filtrati da sensazioni personali sui loghi visitati. Ma anche una sorta di magazine con interviste a personaggi che a vario titolo danno sfogo alla loro creatività. Francesca scrive inoltre per giornali di enogastronomia e si occupa di spettacolo e turismo.

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