Con un diploma di geometra, coronato poi da una laurea, Lucia viene assunta nel customer service di un’azienda nella quale non aveva speranza di entrare. Si occupa di clienti esteri, e grazie alle competenze linguistiche può aprirsi ai mercati di lingua tedesca e inglese.

Quando viene assunta ancora non sa che quello sarà l’ultimo anno dell’azienda, che conta una decina di donne a fronte di 240 uomini. Nessuna donna lavora in fabbrica, né nell’attività produttiva, né, cosa ancora più grave, a livello dirigenziale.

Questo l’inizio di una storia che ha come protagonista Lucia Piemontese, ex-lavoratrice della Sangalli Vetro Manfredonia.

Nel giro di qualche mese Lucia entra nella programmazione logistica. Felice e ancora incredula trova però un ambiente pesante: negli uffici manfredoniani i ritmi sono sostenuti e gli errori non vengono tollerati. Tuttavia, alla lunga riesce a guardare oltre e inizia ad assaporare la diversità di trattamento che la donna riceve all’estero. Germania, Austria, Olanda, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Ungheria: anche in quei paesi (persino in Repubblica Ceca!) alle donne viene riconosciuta una dignità di condizione e se i mercati esteri mostrano una diffidenza di base, si sciolgono quando riconoscono la competenza.

Nel frattempo, il lavoro prosegue, una bassissima incidenza di malattia e di assenteismo permette ad un’équipe lavorativa buona, come viene dichiarato più volte, di lavorare tanto senza mai tirarsi indietro, rinunciando spesso ai premi di produzione per aiutare l’azienda. Garantire il lavoro, la puntualità nei pagamenti e qualche premio extra è invece la maniera dell’azienda di sostenere i suoi lavoratori.

Mentre Lucia lavora lì, stringe la sua conoscenza con due delle sue colleghe, in azienda da tredici anni. Per tutte loro è chiaro come la media azienda, venuta al sud a investire, sia in realtà gestita come un’azienda familiare. Ricevendo inizialmente i finanziamenti dal Contratto d’area, l’azienda assume i lavoratori sotto livello con la prospettiva di farli procedere, ma la cosa non avviene se non molto dopo, e solo a seguito di insistenze da parte dei lavoratori più determinati. Tra loro c’è proprio Angela Coccia, una delle tre donne a combattere per la vertenza attuale, che nonostante qualche avanzamento si ritrova comunque al di sotto del ruolo al quale può ambire… ma tanti sono nella sua condizione, e va bene così.

A distanza di dieci mesi dall’assunzione della loro amica, Lucia, Stella e Angela iniziano a percepire che qualcosa, in azienda, non va: pur dichiarando un periodo di crisi, la Sangalli riceve ulteriori finanziamenti e apre un’altra sede a Porto Nogaro, in Friuli-Venezia Giulia. Avviandosi, la nuova sede produce solo vetro base ed extrachiaro, poi inizia ad occupare quella fetta di mercato che fino a quel momento era stata interessata esclusivamente da Manfredonia, che però ne risente solo relativamente: gode infatti della presenza di prodotti competitivi sul mercato e non fabbricati da porto Nogaro, oltre a ‘sfornare’ una qualità di vetro superiore.

Nonostante il mercato italiano sia in crisi, l’azienda inizia a ricevere centinaia di ordini al giorno. Lucia e le sue colleghe scorgono nei file di ufficio di Porto Nogaro gli stessi prodotti di Manfredonia e lì iniziano a comprendere: la sede sipontina sarebbe stata svuotata delle basi ormai inutili e svenduta “come un rottame”.

E non è tutto: l’imprenditore, dichiarando pubblicamente di volersi occupare del rifacimento del forno (e quindi indirettamente di voler investire nella sede di Manfredonia) dichiara contemporaneamente che il magnetronico, una delle produzioni locali, si sarebbe invece spostato a Porto Nogaro. Il rifacimento del forno fusorio, necessario dopo 15 anni di attività, prevede un costo di 15 milioni di euro. La Regione viene incontro all’imprenditore offrendo un finanziamento di 6 milioni, al qualche può accompagnarsi un ulteriore rimpolpamento di un milione da parte dei comuni limitrofi. A questo punto, da parte di un referente della Regione, a Giorgio Sangalli viene proposto in diretta un finanziamento da 5 milioni di euro ‘cash’ in cambio di garanzie da offrire alla regione. Lucia, Angela e Stella riconoscono oggi nella risposta di Sangalli “salviamo il salvabile” lo scioglimento di ogni altra perplessità.

A novembre, il forno viene spento. Manfredonia continua a produrre solo vetro di base e procede con le seconde produzioni, magnetronico e satinato. I lavoratori della Manfredonia Vetro decidono che è il momento di saltare fuori. La lotta parte da lavoratori e sindacati, viene chiesta la cassa integrazione per 165 persone: il resto della gente, non tutelata, deve restare in azienda e accettare i cambiamenti a venire. Esposti al rischio di liquidare la loro azienda, l’11 dicembre alcuni lavoratori decidono di stupire il proprio imprenditore con effetti speciali, rimanendo all’esterno a protestare.

Se la linea ufficiale è che la crisi possa determinare la chiusura della fabbrica, ai lavoratori la cosa non torna quando esaminano il curriculum dell’imprenditore, costellato di tentativi affini: chiudere un’azienda da una parte per aprirne un’altra, in un altro luogo. In aggiunta, disinvestire dopo il primo quando un impianto come quello di Manfredonia ha i suoi massimi utili nel secondo ciclo, è una mossa che giudicano quantomeno bizzarra.

La sera dell’11 dicembre, Lucia riceve una telefonata dal suo capo, che le propone di andare a lavorare a Porto Nogaro. Nonostante sia sposta con tre figlie grandi, non lo considera un problema: le garanzie che le si offrono sono quelle di poter chiedere ciò che vuole, perché le figure professionali dell’altro stabilimento non sono come le locali. Pur in mancanza di notizie specifiche, l’ottimo rapporto instaurato con i colleghi di Porto Nogaro rivelano l’impasse dello stabilimento friulano: tutto viene gestito da Manfredonia, che si erge a fulcro; le nuove leve vanno quindi addestrate.

E di qui, la svolta: alcuni lavoratori accettano di andare a Porto Nogaro; Lucia, Angela e Stella, assieme ad altri lavoratori, invece, restano a guardare un’azienda produttiva, capace, dotata di risorse, chiudere dall’oggi al domani. Percepiscono i limiti di lavorare per un imprenditore che non sia del posto e che non abbia volontà di rimanerci, affrontano il divario culturale tra nord e sud, specie quando i figli di Sangalli dichiarano che alla morte del padre sarebbero partiti “mandando a quel paese questi quattro terroni”. La volontà di mettere radici sul territorio a favore del suo sviluppo manca, come manca la prospettiva di una crescita economica, anche quella alla quale si era lavorato.

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Le tre lavoratrici, Stella in particolare, iniziano la loro battaglia l’11 dicembre probabilmente per tutelare il proprio posto di lavoro, ma col tempo la lotta diventa quella per la dignità, per il lavoro in senso lato. A Lucia i 15 mesi danno la possibilità di uscire dai margini, risvegliando sensazioni e spinte caratteriali che riscopre di avere dai tempi delle manifestazioni della scuola superiore, pulsioni che l’attività di moglie e madre hanno sopito.

In una condizione psicologica difficile, le battaglie culturali instaurate vengono portate avanti dal mondo femminile. E a proposito di questo è proprio Lucia a dichiarare: “Ci lamentiamo che non ci venga dato spazio, ma noi lo spazio ce lo creiamo e lo rivendichiamo. Prendiamo parola quando abbiamo qualcosa da dire. Nonostante le critiche di ‘nullafacenza’ come quella avvenuta su un forum tempo fa (‘parla pure una che dovrebbe stare a casa a fare la pasta’ ndr) la battaglia in corso è di tipo culturale. Per donne e lavoratori. Noi ci siamo trovate in prima linea solo perché gli altri hanno fatto un passo indietro. Il nostro inserimento all’interno del mondo maschile ha creato meccanismi di scontro e condivisione tra lavoratore e lavoratore, più che tra uomo e donna”

Dopo l’11 dicembre si alternano incontri al ministero dello sviluppo economico, tra cui l’unico a viso aperto con Giorgio Sangalli, soluzioni mai prospettate, tante promesse, tutte vane, e il prodigarsi dei colleghi, alcuni del quali hanno subito conseguenze pesanti, come il pignoramento dei beni a seguito del dissesto economico. “Il carattere e l’anomalia di questa vertenza è proprio la determinazione, non molleremo fino a quando non vinceremo portando la vertenza all’esito positivo”

Il prossimo appuntamento è il 17 marzo, a Roma, in cui si prospetta un ulteriore incontro ministeriale e per cui si attende anche l’autorizzazione per una manifestazione a Montecitorio. “La vertenza è legata alla giustizia. L’imprenditore ha diritto di fare ciò che vuole coi suoi soldi, ma qui si parla di 90 milioni di finanziamenti pubblici, è questo che è diverso, perché c’è un mondo a cui dare conto. Ho colleghi che non potevano mettere il piatto a tavola. E per quel motivo noi siamo rimaste. Tre donne? Tre donne, bene. Tantissime altre donne sono le mogli dei nostri colleghi, una realtà che ci ha permesso di sentirci meno sole. Non solo hanno alimentato la vertenza, ma hanno supportato le loro famiglie e motivato i loro mariti. Io credo nelle donne perché riescono a fare integrazione, hanno una forza interna di scontro e confronto che riesce ad arrivare più incisivamente, non hanno riverenza e sono più fuori controllo rispetto agli uomini, che ritengo più vulnerabili”

Dichiarando la mancanza per la quotidianità del loro lavoro, della complicità con i colleghi si dichiara, forse, l’amore per il posto dove si vive. Definendo un onore aver vissuto 15 mesi di lotta faticosa, in cui rinunciando alla cassa integrazione si è sottratto un introito alle proprie famiglie, si capisce come mai le tre signore parlino di ‘arricchimento dell’ingiustizia’.

Mettendosi ‘a picchio’ (per usare un’espressione di Lucia) per raggiungere un risultato “vogliamo andare a gridare il nostro disagio e i punti focali: giustizia, pari opportunità tra nord e sud e naturalmente il nostro posto di lavoro. Vogliamo salvare quest’azienda. Sono del parere che ce la faremo. Tuttavia, non stiamo facendo niente di straordinario, solo il nostro dovere”

Un esempio di civiltà sipontina, dove una società che si ostina a mantenere una facciata patriarcale si regge ancora, in realtà, sulla forza di carattere delle sue donne.

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Architetto, sbarcata a Manfredonia due anni fa, ho studiato a Roma e Praga e lavorato e vissuto a Parigi per qualche anno. Dopo un corso di formazione in una casa editrice di Bari, al momento mi occupo di giornalismo: curo in particolare la sezione culturale di Stato Donna, ma collaboro anche con altre testate, tra cui Stato Quotidiano.

1 commento

  1. Ritiene gli uomini più vunnerabili ? Alla faccia del mascilismo e questa chi si crede di essere, oltre ad una disoccupata…

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