Foggia. SVOLTOSI ieri, presso il dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia, il seminario dal titolo: Social Lab, social work: il lavoro come progetto sociale, coordinato dalla professoressa Chiara Scardicchio, docente di progettazione e valutazione dei sistemi educativi e formativi, in collaborazione con l’Ufficio Stage e Placement dell’Ateneo. Al centro dell’incontro il concetto di self placement, cioè l’attitudine alla ricerca e soprattutto alla creazione del lavoro, in contesti in cui è difficile trovarlo. “Cercate di essere titolari di insegna e non di cartellino”, ha detto il dottor Tommaso Vasco, responsabile dell’area orientamento, tutorato e diritto allo studio.

Si è cercato anzitutto di superare l’eterna suddivisione fra lauree deboli (quelle socio-umanistiche) e lauree forti. “Al giorno d’oggi, tolta forse la triade medicina, informatica, ingegneria, non esistono più lauree forti” ha affermato la professoressa Lucia Maddalena, delegato Rettorale ad orientamento, tutorato e placement. “Qualsiasi tipo di laurea andrebbe vista non come un punto d’arrivo, ma come un punto di partenza. Questa verità inizialmente può spaventarci, ma può e dovrebbe essere innanzitutto un incentivo a trasformare la nostra passione in professione. Così facendo-come diceva Confucio-sarà come non lavorare mai. Inoltre qualsiasi titolo di studio è “forte” se noi siamo forti- ha aggiunto la prof.ssa Daniela Dato, delegata del Dipartimento ad orientamento tutorato e placement. “Le competenze tecniche spesso possono essere acquisite rapidamente. Ciò che è davvero importante sono le competenze trasversali come le capacità empatiche, il saper lavorare in gruppo, il problemsolving e soprattutto la cultura, tutti saperi forniti dalle lauree cosiddette “deboli”.

Bisogna inoltre saper fare self marketing partendo dai propri punti di forza, essere proattivi e ottimisti e cercare di avere chiari in mente degli obiettivi e dei progetti di vita, salvo poi essere pronti a modificarli in base alle contingenze e alle possibilità che ci si presentano di fronte, nell’ottica di una formazione che deve essere continua. “Mai abbandonare i libri e lo studio” chiosa la Dato. Inoltre non bisogna disdegnare la “raccomandazione”, intesa come capacità del singolo di costruirsi, ferme restando le proprie competenze, una rete di contatti e conoscenze che gli possano tornare utili per inserirsi nel mondo del lavoro e/o continuare a formarsi. Certo, la vita spesso è fatta di affitti e bollette da pagare e mettere in pratica tutte queste “buone intenzioni” non è facile, specie in un territorio economicamente svantaggiato come la Capitanata, tuttavia il mercato del lavoro sta cambiando, il “posto fisso” è sempre più un miraggio, e non si può fare altro che regolarsi di conseguenza. “Bisogna fare quante più esperienze possibile-ha aggiunto la professoressa Scardicchio, e cercare di tesaurizzarle tutte, pensando all’arricchimento personale, prima che all’aspetto economico.”

Citando il sociologo indiano Appadurai la Scardicchio ha parlato del cosiddetto “capitale di aspirazione”, cioè la voglia di rivalsa, la volontà di fare meglio e di più. Il capitale di aspirazione è quasi sempre maggiore nelle zone in teoria più svantaggiate, dove le cosiddette “condizioni di possibilità” sono minori: ecco che da uno svantaggio oggettivo, può avere origine un vantaggio.
Come esempio concreto di placement si è presentata la storia della cooperativa sociale barese “Progetto Città”, diretta da Andrea Mori e attiva nel capoluogo pugliese sin dal 1980 con decine di progetti di animazione socio-culturale volti a migliorare città, rendendola più vicina ai desideri dei cittadini. Mori chiama tutti i laureati in materie umanistiche ad essere innovatori sociali e, da bravi educatori, a lavorare per il futuro. Proprio come stanno facendo Davide Ivan e Valeria, tre giovani ragazzi che grazie al servizio civile effettuato nella cooperativa “Progetto Città” hanno acquisito competenze socio-culturali e tecniche che, seppure diverse da quelle acquisite nei rispettivi percorsi accademici, hanno consentito loro di “mettersi in proprio”, fondando insieme ad altri ragazzi, l’impresa sociale “Social Lab Social Work” attiva anche essa nel campo dell’animazione culturale e della progettazione educativa.

Redazione Stato Quotidiano.it – RIPRODUZIONE RISERVATA

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