Bologna/Manfredonia.

BAMBINI DI FERRO. Una mattina di fine estate, in un Giappone di un’era imprecisata, la direttrice dell’Istituto Gokuraku, Sada, e la sua assistente, Yuki, prelevano da una vecchia casa una bambina rimasta orfana: la piccola Sumiko. Presto si accorgono che Sumiko non intende parlare, mangiare, interagire con niente e nessuno; i suoi occhi sono persi in un punto indefinito davanti a sé, su qualcosa che sembra nulla. Anche Yuki, venticinque anni prima, è stata ospite dell’istituto: privata dei genitori, è stata sottoposta a un programma di accudimento materno artificiale il cui fallimento ha generato dei “bambini difettosi”, confinati in istituto sotto la guida e le cure soffocanti di Sada. Yuki dovrebbe essere la tutrice di Sumiko, ma viene risucchiata nella spirale dei suoi silenzi e della sua fissità, trascinata in una “zona pericolosa”, uno spazio interiore frammentato da cui pensava di essere uscita per sempre. Sumiko si rivelerà essere custode dei segreti del passato e dei traumi di Yuki, ma anche la sua possibilità di salvezza.

ANALISI. Rispetto all’esordio del 2011 registriamo progressi importanti: “Settanta acrilico trenta lana” era un romanzo piuttosto brutto, scritto benissimo, mentre “Bambini di ferro” è stilisticamente meno ricercato e originale, ma più maturo e complesso per quanto riguarda la trama. Forse troppo complesso, come se l’autrice volesse a tutti i costi stupire, mettendoci dentro le sue conoscenze riguardo il Giappone e le filosofie orientali. La protagonista di una vicenda distopica che, non solo per l’ambientazione, riporta al mondo di Murakami, è Yuki Yoshida, una giovane donna con un passato da bambina “issendai”, difettosa. Viola Di Grado ci riporta anche questa volta in un mondo cupo e pessimista, decisamente emo, anche se con contorni più sfumati e con una forte tematica di fondo: la maternità. “Bambini di ferro” è anche un romanzo di contrasti, “tra la più antica tradizione buddhista e la gelida essenza hi-tech di un futuro già presente”, e della difficile ricerca di una propria identità all’interno di una società che offre spesso soluzioni fittizie.

L’AUTRICE. Viola Di Grado (1987) è l’autrice di Settanta acrilico trenta lana (2011) – vincitore del premio Campiello Opera Prima e del premio Rapallo Carige Opera Prima e finalista all’International IMPAC Dublin Literary Award – e di “Cuore cavo” (2013), finalista al PEN Literary Award. Ha vissuto a Kyoto, Leeds e Londra, dove si è laureata in Filosofie dell’Asia orientale. I suoi libri sono tradotti in otto Paesi.

Il giudizio di Carmine
Viola Di Grado
BAMBINI DI FERRO
2016, La nave di Teseo
Valutazione: 3½/5

(A cura di Carmine Totaro, Redazione Stato Quotidiano.it – Riproduzione riservata)

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