Roma. “Il part time agevolato, che peraltro arriva con grave ritardo, rappresenta il primo tentativo di dare una risposta ad un nuovo fenomeno sociale: quello dell’invecchiamento attivo. Finora il problema del lavoro è stato affrontato allo stesso modo per fasce di età diverse e quando il proseguimento del rapporto di lavoro diventava complicato si faceva ricorso ai prepensionamenti. E’ una strada che non si può più percorrere. Il part time agevolato è figlio di questo cambiamento”. Lo afferma il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in una intervista a Repubblica ritenendo che dovrebbero aderire alla misura “intorno ai 30 mila lavoratori”, misura che, inoltre, “in prospettiva si può estendere anche al lavoro pubblico”. Afferma poi che le donne non restano sostanzialmente escluse: “Non tutte. Chi ha potuto usare la precedente finestra pensionistica l’ha fatto, una parte rientra in questa norma, un’altra dovrà aspettare il 2019”. E spiega anche perché non è stato vincolato il ricorso al part time agevolato con l’assunzione di giovani: “Sarebbe stato un modo per non fare nulla. L’esperienza ci ha insegnato che se si vincola un’opportunità poi non si fa niente. Il nostro obiettivo, in questo caso, era e rimane quello di cominciare ad affrontare la questione dell’invecchiamento attivo, non quella della staffetta generazionale”.

L’arrivo del part time agevolato non va interpretato come la rinuncia a forme di flessibilità pensionistica: “Sono due cose completamente diverse” afferma il ministro del Lavoro. E spiega che il tema del pensionamento flessibile “è sicuramente all’ordine del giorno ma la sua complessità è confermata dal fatto che finora non si è riusciti a farlo. Da una parte ci sono i vincoli europei, dall’altro le nostre regole di contabilità nazionale che non ci consentono di attualizzare i risparmi. Insomma secondo la contabilità nazionale i risparmi che realizzi in un anno li registri in quell’anno e non in quelli successivi” ma “continuo a pensare che ci siano meccanismi possibili per gestirlo”. Il ministro quindi ipotizza al “51 per cento, più della metà” la percentuale di possibilità che con la prossima legge di Stabilità si introduca la misura. Quindi precisa: “Si deve individuare un equilibrio delicato tra vincoli europei e vincoli nazionali. Ma c’è anche un altro aspetto, quello dell’impatto sui cittadini. Perché non possiamo escludere dal pensionamento flessibile le persone che riceveranno un assegno troppo basso per effetto delle penalizzazioni previste. Bisognerà trovare delle soluzioni articolate, non uguali per tutti con un bilanciamento tra componente assistenziale e componente previdenziale”.

Il taglio dell’Ires verrà anticipato? “Non confermo, ne smentisco. Non ne ho idea. Non so se sia tra i pensieri del collega Padoan o di Palazzo Chigi”. Il governo ha promesso per maggio un provvedimento per rafforzare la contrattazione aziendale. Sarà un decreto legge? “Non lo so. Il cantiere è stato aperto. Un decreto legge deve soddisfare i requisiti di necessità e urgenza. Vedremo. In ogni caso il tema della produttività va affrontato e con una batteria di strumenti. D’altra parte è da più di dieci anni che la produttività italiana non si muove. Abbiamo dato una prima spinta con l’ultima Stabilità attraverso la detassazione dei premi di produttività. La via è questa”. Cosa conterrà il provvedimento? “Lo vedrete quando sarà varato. Posso dire, per esempio, che va sostenuta la capitalizzazione delle imprese, favorendo l’investimento nelle aziende ricorrendo alla leva fiscale. Vedremo con quale formula”. Il governo pensa che vada superato il contratto nazionale? “Assolutamente no. Non pensiamo affatto che vada abolita la contrattazione nazionale, tanto più che abbiamo un sistema produttivo basato sulle piccole aziende. Le tutele di base spetteranno sempre al contratto nazionale”. L’impressione è che possiate recepire l’accordo tra Confindustria e sindacati sulla rappresentanza sindacale. E’ cosi? “Ne terremo conto. Se ci sono accordi che risolvono i problemi io sono per assumerli”.

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