Michele, Fabiano e un sedicenne di cui non sapremo mai il nome, non ci sono più. Hanno deciso di morire a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, quasi scandendo le decadi del mese appena trascorso. Se ne sono andati lasciando le nostre coscienze attonite ad interrogarsi su cosa renda una vita degna di essere vissuta, e viceversa, quali mancanze la rendano talmente insopportabile da fare del suicidio l’unico atto di libertà possibile.

Michele, grafico 30enne di Udine, si è tolto la vita a fine Gennaio, stremato da anni di precariato e delusioni affettive dalla quale non vedeva via d’uscita. Nella sua lettera d’addio ai genitori tanta rabbia per un mondo che “non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni […] non era quello che mi doveva essere consegnato” e la lucida e disarmante consapevolezza di non avere più la forza e la volontà di farne parte “le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di illudermi, di essere preso in giro […] mi è passata la voglia […]Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. […] ho resistito finchè ho potuto.

Anche Fabiano Antoniani, 40 anni, ha maturato la lucida consapevolezza di voler morire. Il ragazzo, pieno di vita amante dello sport della musica e dei viaggi che tutti conoscevano come DJ Fabo, in seguito ad un incidente d’auto si è ritrovato cieco e tetraplegico, immobile in una quotidianità fatta di buio e dolori lancinanti che lui non chiamava più vita e dalla quale non c’era possibilità di sollievo: “prova a farti legare ad un letto, immobile, con una benda sugli occhi per una settimana…non resisteresti neanche un giorno” diceva alla Iena Giulio Golia nell’ultima intervista. Fabiano è morto la mattina dello scorso 27 febbraio in Svizzera ricorrendo alla pratica del suicidio assistito, per ora illegale nel nostro Paese.
Sicuramente meno consapevole il gesto estremo del 16enne di Lavagna che il 13 febbraio si è lanciato dalla finestra della sua camera, mentre la guardia di Finanza ispezionava il suo appartamento sotto gli occhi dei genitori in cerca di droghe leggere di cui il ragazzo faceva uso abituale. Era stata la stessa madre (adottiva) ad allertare le forze dell’ordine, stanca di “vedere suo figlio perdersi, senza sapere più cosa fare per combattere la sua dipendenza prima che fosse troppo tardi”. La vergogna, la sensazione di essere stato tradito dai genitori, la paura, tipica degli adolescenti, che quel singolo evento avrebbe modificato per sempre il corso della sua vita in negativo, provare tutte queste cose insieme, magari per la prima volta nell’impulsività dei 16 anni…è bastato un attimo per saltare giù.

Michele, il liceale di Lavagna, Fabiano sono diventati inevitabilmente in questi giorni catalizzatori per il dibattito sociale e politico, e bandiere per le battaglie di alcuni contro la disoccupazione giovanile, sulla liberalizzazione delle droghe leggere, sulla regolamentazione del fine vita. Proibizionismo o progressismo, giusto o sbagliato, destra e sinistra, laici e cattolici, resistere, arrendersi, parlare, giudicare, tacere. Gli “schieramenti” sono sempre gli stessi, le parole troppo spesso anche.

Non sarà l’opinione favorevole o contraria di chiunque di noi a cambiare (soprattutto per Fabo e Michele) il senso di una scelta che resta libera e personale ed è quindi insindacabile. Non sarà la morte di Michele ad innescare politiche di occupazione giovanile, non sarà la morte dello studente a riportare in Parlamento il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere e probabilmente non basterà la morte di DJ Fabo, come non è bastata quella di Eluana per avere una legge sul testamento biologico o sull’eutanasia (che è bene ricordarlo, sono due cose diverse). Quello che accomuna Michele, Fabo e lo studente di Lavagna, al di là del clamore effimero di hashtag, post e fiumi d’inchiostro, è il loro grido disperato di aiuto che abbiamo sentito troppo tardi, quando già era un’invocazione di morte. Non abbiamo saputo dare risposta a tre ragazzi che in fondo cercavano solo un buon motivo per continuare a vivere, nonostante tutto.

Nel suo j’accuse Michele sostiene che “il mondo insulta qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità”. Una vita “normale” è ciò a cui si aspira fin da quando si acquista capacità di discernimento: nascere fisicamente sani, in una famiglia che ci ama, crescere, coltivare delle amicizie, degli hobbies, trovare un lavoro rispondente alle nostre inclinazioni, innamorarci ed essere corrisposti, avere una casa e dei figli sani. “…non chiedo molto in fondo”, si chiosa spesso alla fine di un elenco del genere. Questo prototipo appare infatti come il “minimo sindacale” che spetterebbe a ciascuno di noi per rendere la vita bella e degna di essere vissuta e che tutti siamo chiamati a raggiungere per non essere considerati dei falliti.

Tuttavia ci basta una lettura più attenta di ciascuna delle voci dell’elenco per capire quanto sia difficile avere tutte queste cose insieme, anzi statisticamente è quasi più “normale” che qualcosa di queste ci manchi, spesso indipendentemente dalla nostra volontà e dai nostri sforzi di realizzare noi stessi. Ritrovarsi dalla nascita o nel corso dell’esistenza, malati fino ad essere disabili, poco amati dal prossimo fino ad essere soli e disoccupati tanto da non potersi costruire una famiglia ed una vita autonoma sono possibilità frequentissime, quasi come quelle di “normalità”. “Perché a me?” ci si chiede legittimamente quando ci si sente schiacciati da questi dolori e mancanze. Perché questa vita da eterno precario e questi amori non corrisposti? Dev’essersi chiesto Michele. Il sedicenne prima di lanciarsi forse si è chiesto “Perché questa famiglia e questa profonda solitudine?” Chissà infine quante volte negli ultimi tre anni DJ Fabo si è chiesto “Perché questo letto e questo buio, proprio adesso che finalmente stavo vivendo la vita che ho sempre sognato e per cui ho lottato?

L’impossibilità di rispondere a questa domanda e quindi di dare un senso alla forma che la loro esistenza aveva preso ne ha probabilmente determinato il rispettabile e personalissimo rifiuto. Ma se fosse la domanda di partenza ad essere insensata, o meglio mal posta?

L’unica risposta possibile al “Perché a me?” potrebbe essere una controdomanda: Perché non a te? Nessuno essere umano venendo al mondo ha firmato un contratto con la sanità fisica, con l’amore di partner, amici e famiglia, con la realizzazione professionale…insomma con la cosiddetta normalità. Nessuno nasce sano o disabile, in una famiglia felice o problematica, per meriti o demeriti propri. Spesso anche nella realizzazione professionale la fortuna è importante quanto e più del merito. Questa consapevolezza, così dura da interiorizzare nella sua scarna evidenza, potrebbe offrire un importante cambio di prospettiva. La disabilità, il precariato, la solitudine possono essere fonte di grandissima sofferenza, ma non rappresentano l’eccezione rara e sfortunata di qualcuno, bensì la regola che accomuna quasi tutti, parte integrante della vita stessa e quindi portatrice dello stesso valore intrinseco della cosiddetta “normalità”, per il semplice fatto che esiste al pari di essa e quasi in egual misura. Non una versione sbiadita e svilita di una normalità ideale, ma modi diversi di vita possibile. Ignorarli, come spesso accade nel mondo contemporaneo, non serve a cancellarle. Anzi, proprio perché tutti o quasi, siamo chiamati prima o poi a vivere disabilità, solitudine, precariato la società civile e le istituzioni dovrebbero educare non a fuggirli e nasconderli, ma ad accoglierli e affrontarli (e ove possibile superarli). E’ necessario quindi non solo rispettare la libertà di scelta dell’ albero che cade (e fa rumore), ma soprattutto dare ascolto e sostegno alle lotte quotidiane della foresta silenziosa che nonostante le difficoltà, si sforza di continuare a crescere.

(A cura di Annapina Rinaldi, Manfredonia 03.03.2017)

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