Manfredonia. Passioni di quartiere, così era intitolato un progetto del 2014 promosso dall’ANCI (Associazione dei comuni italiani) e dal Comune di Manfredonia (assessorati all’urbanistica e politiche sociali), con la partecipazione di alcune associazioni, cooperative e due parrocchie (S. Pio dei Comparti e Spirito Santo del II piano di zona). Le aree di intervento riguardavano il welfare, l’utilizzo degli spazi e beni pubblici, mobilità collettiva e individuale, cultura. L’obiettivo consisteva nell’offrire a una comunità la possibilità di ridisegnarsi dall’interno, entrare in possesso degli strumenti per poter restituire senso al quartiere, facendo leva sui giovani come forza in grado di esprimere idee innovative e scardinare i recinti, almeno quelli psicologici e culturali. Si rivolgeva al secondo Piano di zona e alla vasta area dei comparti, ma poteva estendersi anche agli insediamenti del Litorale Sud. Le periferie insomma.

Era prevista la creazione di una rete diffusa di centri e strutture mobili in aree sfornite di spazi, il decentramento di alcune funzioni sociali e culturali per ricucire il tessuto urbano, la riqualificazione delle periferie mettendo in rilievo gli aspetti originali di ogni area. Una rigenerazione culturale e sociale con servizi di segretariato sociale, utilizzando il camper delle politiche sociali e quelli delle associazioni che ne sono fornite, e produzione di un flusso di informazioni settimanali dalle periferie al centro e viceversa, con notizie sulle attività nei quartieri, sensibilizzazione di scuole e parrocchie… E ancora escursioni nelle aree periferiche, pic nic nei canaloni, teatro e “improvvisazioni” musicali e teatrali.

Un grande laboratorio per sperimentare nuovi modelli di gestione condivisa dello spazio e dei servizi. Tutti i partner avrebbero messo a disposizione le proprie sedi, competenze, con l’impegno a coinvolgere i giovani e la popolazione. I luoghi di tre associazioni e delle due parrocchie sarebbero stati centri di informazione e di ascolto. Credo che il progetto dell’Anci non abbia avuto seguito. Si può riprenderlo come idea e scegliere alcune cose che si possono fare. Un punto di partenza anche per mettere da parte la caratteristica dominante della comunicazione politica di questi tempi: il lamento e la sfiducia. Partire da qualche verità elementare: non si può costruire nulla da soli, né è sufficiente esprimere parole anche sincere di solidarietà, ma trasmettere fiducia. Costruire aspirazioni concrete, realistiche, condivise. Ricordo l’idea di una ragazza che doveva andare ad abitare in uno dei comparti nella primavera di un anno fa: mettere in piedi un asilo nido in famiglia. Era ed è possibile; è una iniziativa diffusa nel nord Europa e nel Trentino: Tagesmutter (mamma di giorno), in pratica una mamma anche con figli o una coppia che mette a disposizione la sua casa e accoglie altri bambini. Una piccola idea geniale.

Nelle periferie c’è bisogno di creare uno spirito appartenenza. Appartenenza vuol dire amare ma anche non nascondere le difficoltà di un luogo, di un abitare. Per cercare sempre insieme soluzioni e miglioramenti. La prima risorsa sono gli abitanti: in particolare le donne, i bambini, i giovani che sono più portati a stabilire relazioni. Le periferie sono “un concentrato di energia, libertà, passioni, con soggetti carichi di speranze e voglia di cambiamento”, scrive oggi Renzo Piano.

Dal governo delle periferie può venire un contributo di idee e di pratiche per affrontare alcuni problemi di questa città: traffico, congestione del centro storico, partecipazione, rinnovamento della classe politica… E poi si può pensare ai Consigli di quartiere.

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte futuri paralleli.it)

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