Sulla testata giornalistica Stato Quotidiano, avevamo già trattato, quale esempio, la biografia di Rita Maierotti, insegnante veneta d’origine, che a Bari, dove era stata trasferita per aver vinto un concorso, operò nel 1915 a tutela delle donne.

Sulla lodevole e insostituibile partecipazione delle crocerossine, sovente sacrificatesi sino alla morte, poi,  molto si è scritto.
Per tutte ricordiamo la milanese Sita Mayer Camperio, pioniera crocerossina che, dopo aver operato sulla nave ospedale Menphi durante la guerra di Libia (1912), si distinse durante la Grande Guerra e pertanto le furono assegnati continui riconoscimenti.

Sino a tutto il 1918 furono impiegate ben milletrecentoventi crocerossine e, senza meno, il loro sacrificio divenne eclatante quando si trovarono a fronteggiare la catastrofe del Monte San Michele, teatro di ben cinquemila caduti su ottomila combattenti, vittime dell’infame gas asfissiante al cloro, i cui sintomi erano ancora sconosciuti ai medici, impotenti a intervenire.

I moribondi, con gli occhi distorti, le labbra schiumose e il respiro ansimante, invocavano la morte liberatoria al cospetto delle attonite infermiere, tutte prodigatesi ad alleviare almeno il supplizio, pur a rischio delle loro vite.

Crocerossine durante la Grande Guerra
PH: dizionaripiu.zanichelli.it
Luigia Ciappi
Luigia Ciappi – PH: siesspinellitorino.eu

Donne eroine, però, si contavano anche fuori della Croce Rossa,  come la ventenne Luigia Ciappi di Rosarno, che si travestì da soldato, si intrufolò tra i richiamati e riuscì persino a seguire il prescritto addestramento a Firenze ed entrare nel 127° Reggimento “Firenze”.
Fu scoperta dai commilitoni durante la tradotta verso il fronte e arrestata.
In ogni caso rincasò esente da ogni reato, rilasciata poiché fu solennemente considerato il suo amor patrio.

Lungo le rive dell’Adige accorse la ventiseienne Maria Abriani a porre ausilio agli ufficiali italiani, indicando la posizione giusta dove osservare il nemico e poterlo ben affrontare.
La giovane si prodigò rischiando più volte di essere colpita ma alla fine riuscì nello scopo, tanto da ricevere la medaglia d’argento.

Maria Abriani
Maria Abriani – PH: milistory.net

In Friuli, la portatrice Maria Plozner Mentil aveva accettato di portare rifornimenti ai

Maria Plozner Mentil
Maria Plozner Mentil – PH: museograndeguerratimau.it

ragazzi in montagna assieme a tante sue compaesane, utilizzando il familiare gei una sorta di gerla tradizionale nel territorio.
Cadde colpita a morte e decorata d’oro.

Ma le donne in guerra furono certamente anche le seicentotrentamila i cui figlioli non fecero più ritorno, le trecentomila vedove e le centottanta orfane.
Le donne in genere, però, durante la Grande Guerra, dovettero adattarsi a ricoprire i posti vacanti lasciati dagli uomini.
Esse, insomma, abbandonavano il loro tradizionale lavoro stagionale nelle filande e nelle risaie aprendo la strada alla novità di una composizione della classe operaia al femminile.
Furono impiegate addirittura nel lavorare le spolette delle bombe.

Un lavoro però che le trascinava ad accettare paghe da fame e a depositare i figlioletti negli asili impiantati in gran fretta e pertanto malcurati.
L’istituzione dell’ora legale dal 9 maggio 1916, oltre tutto, sarebbe servita piuttosto ad aumentare le ore di luce e a protrarre così la giornata lavorativa.
Motivo per cui, vedi le operaie a Schio nel Veneto, si lasciarono trainare dalle compagne politicizzate agli scioperi, vuoi a oltranza vuoi reiterati, sino a trascendere in una vera rivolta.
Molte protagoniste dovettero allora pagare con l’arresto il loro ardire di guidare le proteste per reclamare il dovuto.

Un successo nazionale era stato però raggiunto a seguito dei tumulti popolari in cui le donne apparivano in prima fila, costringendo il governo a sospendere i dazi doganali per cereali e farine, causa il rialzo sui prezzi del pane e della pasta.

C’erano, tuttavia, altre donne, quelle della borghesia – meglio sarebbe dimenticarle – che vantavano la loro solidarietà agli uomini in guerra indossando per moda cappellini denominati “casco alla francese” o “granata a mano”, finanche osando infilarsi una sorta di pantaloni.

A ogni buon conto, in Francia, era accaduto che alcune donne si fossero per davvero impegnate a dare sostegno ai combattenti, conducendoli agevolmente al fronte a bordo di taxi che lo stato aveva requisito.

Testo a cura di Ferruccio Gemmellaro

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