Acqua che crea – vita, insediamento, attività -, che stringe – legami tra gli esseri umani e tra questi e l’ambiente -, che lava e purifica, sgorga, inonda, disseta. Preziosa da difendere, pericolosa da doversi controllare. Significativa per un lontano passato, quando la sua presenza poteva spingere gli uomini a vivere in un luogo piuttosto che in un altro, ma anche per il presente: è ‘l’oro blu’ che sta diventando una risorsa strategica in alcuni dei più caldi scenari geo-politici contemporanei. Facilmente deducibili le prospettive future in assenza di una oculata gestione delle risorse idriche del pianeta.

Per gli abitanti del Tavoliere di oggi l’acqua è il mare, è l’acquedotto, è la pioggia che spesso non cade oppure lo fa troppo di frequente. ‘Una terra costantemente in bilico tra l’eccesso e la penuria idrica’. Così è stata descritta ieri la pianura dauna, nel corso della presentazione dei risultati delle indagini archeologiche a Grotta Scaloria del biennio 2014-2016: sondaggi, carotaggi, campionamenti, indagini geo-elettriche per verificare i risultati delle ricerche degli anni ’80 e per rispondere a nuovi interrogativi: perché i punti di fuoco e i resti animali rinvenuti all’interno della grotta mostrano le tracce di una frequentazione che non sembra occasionale ma piuttosto prolungata nel tempo? Quale l’ingresso utilizzato da tali utilizzatori della grotta? Il legame di Grotta Scaloria con l’acqua è ben noto: un rituale religioso collegato al “culto delle acque” fu praticato al suo interno nel corso del Neolitico. I primi scavi sistematici vi furono condotti nell’estate del ’78 nell’ambito di un programma dell’Università di Genova e dell’Università della California. A illustrare, ieri, a Manfredonia, i risultati delle nuove indagini, Eugenia Isetti, Presidente dell’Istituto Italiano per l’Archeologia Sperimentale di Genova, Antonella Traverso, funzionario del Polo Museale della Liguria, Guido Rossi, responsabile del Museo Archeologico di Genova e Alberto Dressino, geologo che da anni si batte per la causa dell’acqua pubblica.

L’acqua, il Neolitico, il Tavoliere. Comune denominatore non è solo Grotta Scaloria e il culto legato all’acqua che vi è attestato ma anche le forme stesse dell’insediamento: qui l’acqua sembra essere stata, in quel periodo, tanto abbondante da aver permesso la coltura del grano. Inoltre, nel corso della presentazione si è ricordato come, pur convivendo con altre interpretazioni, non sia stata smentita, fino ad oggi, l’ipotesi di identificazione, avanzata da S. Tinè – dei fossati che circondano i numerosissimi villaggi neolitici individuati sul Tavoliere (i cosiddetti “villaggi trincerati“, noti soprattutto da fotografia aerea) come strutture destinate al drenaggio dell’acqua.

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