È giusto parlare di arte quando si parla di icone? La questione è complessa.

Nicola Damiano, iconografo di Manfredonia, comincia con la sua passione per le icone nel ’98, vale a dire diciotto anni fa, partendo dal fatto puro e semplice che gli “piace disegnare”. Ma facciamo un passo ancora più indietro. Mentre disegna da giovane e affina ancora le proprie capacità, scopre che di fronte a dove abita tutt’ora suo padre, c’è un maestro iconografo che ha il ‘vizio’ di dipingere con la porta aperta. Nicola, ovviamente, si incuriosisce, suo padre addirittura si intrufola e finisce per spingere suo figlio verso il settore. Il discorso delle icone non entusiasma molto Nicola, che tuttavia inizia ad entrare nel vivo della faccenda, e ne rimane poi affascinato. “È stato un caso, in seguito sono entrato a scuola, il primo corso risale al ’98. I corsi ti danno l’ABC dell’iconografia, si trattava di corsi estivi prolungati che forniscono anche oggi un attestato di diploma riconosciuto dalla U.E. Devi poi approfondire da solo tutti gli altri discorsi”.

Ormai ci sono parecchie scuole, una cinquantina in tutta Italia, ma una delle prima è stata la scuola di iconografia di Pulsano. Ci sono diversi iconografi che lavorano individualmente, iscritti ad una sorta di albo (circa 150). Non tutti dipingono per lavoro, e in ogni caso “non è facile entrare in questo mondo”.

Uno è colpito dalla sua bruttezza a volte, ma poi l’icona è una porta che si apre. Io dipingevo, ero innamorato di questo e in seguito sono andato spessissimo a Roma. A Manfredonia l’interesse per le icone coinvolge soprattutto i privati e qualche prete, ma è al nord Italia che c’è parecchia attenzione”

Perché, cosa si cerca in un’icona?

Le icone sono riproduzioni fedeli di modelli: diverse migliaia di originali provenienti da un mondo antico di almeno mille anni. Un pubblico di estimatori, generalmente molto colto e alle volte facoltoso, mostra interesse verso questi oggetti, la cui bellezza risiede nel fatto di essere sempre gli stessi: legate al culto di una determinata zona in un determinato periodo, riprodurre le icone in una maniera diversa da quella canonica significherebbe tradirne il senso.

Riproduzione esatta, ma di tipo artigianale. Manualità nella tecnica e uso di colori naturali. Nessun adattamento o cambiamento che segua le trasformazioni sociali. In sostanza, niente che assomigli o si avvicini all’arte come gli occidentali sono abituati a considerarla: l’arte iconografica, oggi considerata una forma d’artigianato, è sopravvissuta agli ‘scossoni’ che tutte le altre forme artistiche hanno invece intercettato e a cui si sono abituate.

Il primo, fortissimo, è l’introduzione della prospettiva. Un altro è l’abbandono della visione dell’arte come riproduzione della natura. Un altro ancora è il passaggio all’industrializzazione dei processi produttivi anche per quanto riguarda l’arte, con tutta la polemica connessa se l’opera artistica fosse o meno un oggetto di mercato assimilabile agli altri (Walter Benjiamin ne parla nel 1936 con il libro “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”).

L’iconografo non apporta alcuna modifica personale, il suo è un lavoro quasi femminile, che richiede cura ma non premia la personalizzazione. Non è un artista in senso letterale ma non è solo un artigiano, tuttavia il suo campo di azione è piuttosto limitato: qualche lieve variazione a livello cromatico, ma nulla di più. Il colore, in generale, deve rimanere lo stesso, affinché il significato ad esso associato si possa mantenere. E non è questione da prendere alla leggera: nel mondo ortodosso sono state combattute vere e proprie guerre per la difesa di significati e ideologie.

Al pari di un direttore d’orchestra, che riproduce Mozart ma lascia la sua impronta, il pittore di icone sa che si tratta di un’opera artistica, ma che ha una funzione religiosa”

Ma che arte è quella che non si adatta ai cambiamenti sociali? Nessun professore, o estimatore, o persino amatore d’arte riconoscerebbe il valore di un’opera sempre uguale a se stessa, che non rispecchi i valori della società che l’ha creata, o che non porti il segno dei tempi che l’hanno legittimata. Eppure, ci dice Nicola “ci sono professori di Belle Arti andati a seguire i corsi a Pulsano. Volevano approfondire, sono campi artistici paralleli, netti e separati”.

Nello studio delle icone, si spalanca una porta “Ogni volta che disegno, apprendo delle cose, anche se vale per qualsiasi mestiere. Le modifiche, dopo un po’, non vuoi farle nemmeno tu, diventi in qualche modo ortodosso. Sono il primo a rifiutare quando mi chiedono le icone di Padre Pio, perché non c’entrano niente col tema”.

A differenza di altre forme artistiche, anche tradizionali, l’icona non contempla infatti la riproduzione di persone reali, ma crea personaggi emblematici, di cui ha dovuto proporre un’immagine. A sostegno di questo, i personaggi delle icone non hanno una proporzione realistica: nelle greche, ad esempio, hanno un corpo che è 13 volte la testa, in quelle russe 7.

Come si fa un’icona?

A farne una o due ci vuole una settimana, in media”. Le fasi sono la gessatura di una tavola di legno (oggi si utilizza il multistrato e non più legno normale, che può seccarsi e modificarsi), poi la sua doratura, e “a quel punto il 50% del lavoro è fatto”. Si dipinge con colori a base di sostanze naturali, soprattutto terre. Le scuole principali sono quella russa e greca, ma nonostante i russi siano maestri indiscussi e si tratti di un’arte orientale, l’Italia è a un buon livello. Il disegno si fa all’inizio, tramite un’incisione che deve lasciare una traccia per permettere di ricoprire il gesso con la pittura (almeno secondo il metodo pulsanese, altrove si agisce attraverso un sistema di trasparenze e venature o ancora in altri modi). Il tratto del disegno iconografico è, anche per questa ragione, sempre marcato e mai sottile. L’utilizzo dell’oro ha anch’esso un significato, rappresentando la luce di Dio.

Quando si affronta la fase di copiatura, cioè quando si riproduce l’originale che si ha di fronte, quello è il momento in cui si lascia qualcosa di proprio.

Cosa c’è dentro un’icona?

Salta all’occhio soprattutto la bidimensionalità. Poi, l’assenza di prospettiva, ma è solo una mancanza apparente “Si tratta in effetti di una prospettiva rovesciata, il punto di fuga non converge e l’immagine fuoriesce. Il punto di fuga è l’osservatore, che viene in questo modo incluso nella scena, ed è una questione di culto”

Una volta che l’osservatore è ‘dentro’, si accorge di essere in un mondo dove tutto è simbolico e niente è lasciato al caso.

Dallo studio di Nicola, un viaggio dentro ad un quadro

Le icone, non c’è da prenderle sul serio: se siete abituati a considerare la realtà in maniera letterale, rinunciate.

Al tempo in cui furono create, la gente (almeno tutta) non sapeva leggere, e la prima forma di comunicazione, anche quella funzionale alla catechesi, era quindi quella visiva. Tuttavia, non è semplice e nemmeno immediato leggere questa sorta di quadri, intanto perché per ogni episodio della Bibbia, per ogni racconto, per ogni personaggio, c’è un’icona. In secondo luogo perché la realtà, come piacerebbe a Montale, non è quella che si vede: ad ogni tratto, ad ogni colore, ad ogni posizione corrisponde un significato preciso, e più si è capaci di leggere in profondità, più si scoprono sensi e riferimenti. Un gioco di rimandi e di similitudini che finisce per descrivere per intero, e in maniera universale, il mondo. Quello vero e anche quello ideologico.

Un’icona vista da vicino

Nicola, con il contributo di suo padre, lascia avvicinare i visitatori del suo studio alla riproduzione dell’icona della Trinità, nella versione dipinta a mano da lui.

Icona della Santissima Trinità, Nicola Damiano
Icona della Santissima Trinità, Nicola Damiano ph. Antonella Attanasio

Il padre di Nicola parla di tre coppe presenti nel dipinto. Ma le tre coppe dove sono? Solo una è chiaramente disegnata in forma di coppa vera, dalla quale bere, al centro tra le figure. Le altre due, in effetti, si scoprono solo ‘in negativo’, dall’assenza di disegno:

Icona della Santissima trinità e simbologia
Icona della Santissima trinità e simbologia ph. http://www.reginamundi.info

Si passa poi a scoprire qualche senso: le figure rappresentate, come dice il titolo, sono tre, padre, figlio e Spirito Santo: le dita di Gesù sono chiuse, tranne due, aperte a indicare la doppia natura, umana e divina; Spirito Santo e Gesù si inchinano con la testa al Padre, l’unico con la testa alta; il foro centrale rappresenta l’Olocausto per gli ebrei; il tempio è la casa del padre, l’albero rappresenta la croce. È ad esempio per questo che il legno sul quale l’icona viene incisa viene ‘telato’, perché il telo rappresenta il sudario di Gesù.

E veniamo ai colori: dato che il rosso è il colore della divinità e il blu quello dell’umanità, Gesù, figlio di dio, è quindi rappresentato vestito di un drappo rosso, ma ‘ammantato’ di umanità. Qualunque altro oggetto non è inserito mai a casaccio, la fascia sacerdotale ha una posizione ben precisa, i nastri rappresentano gli annunciatori. “Non siamo abituati a questo tipo di discorsi, l’arte dei primissimi secoli d.C., quando la chiesa stava dando una forma ai canoni principali, in mezzo a teorie diverse, guerre e battaglie a causa delle diversità interpretativa, quando il cristianesimo si stava formando, il significato era importante per la trasmissione di determinati concetti”

Icone, Oriente e Manfredonia

Pur se nella fase iniziale di creazione delle icone c’è stata una qualche sperimentazione, ma non al punto di stravolgere il fulcro iniziale, questa fase si è poi fermata, dando luogo al un lungo processo di canonizzazione e quasi di cristallizzazione. Tra i tentativi nel mondo moderno di apportare novità all’interno di uno schema antichissimo e rigido rientrano i mosaici di Ivan Rupnik a San Giovanni Rotondo.

La realtà sipontina, specie in passato, ha dato il suo apporto a questa arte ascoltando il messaggio che dall’iconografia proveniva, più che intervenendo a formarne un altro essa stessa, offrendo, con la composizione delle icone nelle sue scuole e botteghe, una sensibilità e una risposta maggiore in rapporto ad altri luoghi, dove comunque l’oriente era arrivato. L’influenza maggiore rimane comunque quella dell’oriente sul nostro mondo, non viceversa. Oggi, sarebbe quantomai interessante chiedersi il perché.

Resistite a ogni tipo di sdoppiamento che il resto dell’arte ha subìto, e sopravvissute alle variazioni del gusto estetico ancor più che le opere di grandi maestri occidentali, le icone interessano, oggi, una nicchia di pubblico colta e facoltosa. Dichiara Nicola: “A molti preti non piacciono, ricevo manifestazioni di curiosità soprattutto dai privati perché non tutti comprendono il linguaggio iconografico, molti si fermano all’immagine. È vera una cosa: che Raffaello, Caravaggio, Giotto, non lasciano il segno quanto un’icona, la madonna rappresentata nelle icone ha creato anche una sorta di marchio, di immagine riconoscibile da tutti”.

Insomma, si potrebbe pensare che si sia trattato, tutto sommato, di un accorto lavoro di visual design dell’antichità.

Noi ci siamo addentrati in questo discorso, ma se non si riesce ad andare al di là dell’estetica, le icone si trovano brutte. Gli iconografi sono considerati artigiani, non artisti, ma non importa: se si riesce a fare quello che si vuole con passione, la vita ha già trovato un suo senso”

 

1 commento

  1. GRANDE NICOLA DAMIANO ,IO TRENTA ANNI FA LUI MI AVEVA CHIESTO UNA MIA FOTO ,DOPO QUALCHE GIORNO MI CONSEGNAVA UN ICONA DIPINTO A MATITA LIBERA UN SPETTACOLO VERO
    GRANDEEEEE

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