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Miriam Fieno ph. http://www.lastampa.it
Molti di noi la ricordano l’estate scorsa in “Room” o di recente nel “Bosco Addormentato”, entrambi per la regia di Cosimo Severo, e prima ancora per la “Notte sotto le stelle” alle Antiche Mura di Manfredonia, sempre per la Bottega degli Apocrifi. Alessandrina di origine, ‘scoperta’ qualche anno fa dalla Bottega, Miriam Fieno si è avvicinata alla recitazione teatrale a quindici anni. Formatasi in Accademia, è un’attrice professionista che ha fondato una sua compagnia, lavorando a contatto con diverse realtà italiane.

Che siano principali o secondari, i suoi personaggi non sono mai marginali: un’accurata caratterizzazione e un peculiare sforzo espressivo le permettono di dare colore a tutto il suo lavoro.

Miriam Fieno collabora tutt’ora con la Bottega degli Apocrifi, avremo quindi occasione di vederla al Teatro Lucio Dalla di Manfredonia, nello spettacolo su Lorenzo Milani.

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La Bottega degli Apocrifi, gli spettacoli ambientati nella nostra realtà, i tuoi collaboratori…cosa si può dire della Puglia?

Dobbiamo molto alla Puglia, a partire dall’ottima accoglienza, dal sentimento di una collaborazione alla pari. Lavorando anche in altre realtà, riscontro soprattutto delle differenze di approccio al lavoro. Certo, ci sono territori più difficili da rieducare o da formare, ma la Puglia è vivissima e ha fatto un buon lavoro.

Come ti sei avvicinata alla recitazione?

Frequentavo il liceo, avevo 15 anni. Nella mia scuola si faceva teatro in lingua e la mia professoressa di francese mi disse che ero perfetta per una piccola parte. Io non avevo mai fatto teatro in vita mia, non aveva idea di come potessi essere in scena, ma poi qualcosa mi ha fatto accettare il ruolo. Da quel momento ho capito che fare teatro mi faceva stare bene, senza troppe spiegazioni. Non ho potuto più rinunciarci.

Che passi hai compiuto in seguito?

Finito il liceo ho iniziato l’università, mi sono laureata in Archeologia a Genova, portando sempre avanti la mia passione. Durante l’ultimo anno di università frequentavo anche il propedeutico all’Accademia D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Dopo la laurea ho fatto diversi provini e poi sono entrata alla Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, dalla quale mi sono diplomata tre anni dopo.

Con chi collabori adesso?

Ho fondato una compagnia , La ballata dei Lenna, con due colleghi pugliesi, Nicola Di Chio e Paola Di Mitri. Sono uscita dall’Accademia anche come autrice, una realtà alla quale non posso rinunciare, perché mi permette di farmi veicolo di qualcosa che voglio raccontare…ma ho collaborato con altre realtà, anche in Piemonte e in Puglia, semplicemente da attrice.

Da cosa dipende, a tuo avviso, la crisi del teatro in Italia?

Un po’ ci nascondiamo dietro questa parola, ma che la crisi ci sia è tangibile. I teatri sono spesso vuoti, a causa delle riduzioni negli investimenti, di una cattiva politica, di un’amministrazione poco attenta. Proveniamo da un passato di benessere, di una divisione delle parti fatta senza tener conto del futuro. Enti e istituzioni dichiarano mancanza di fondi, per tutti, ed è spesso una scusa per difendersi. D’altro canto, in alcune città c’è stato poco lavoro sul territorio e di conseguenza una mancanza di interesse e di fiducia da parte del pubblico. Tuttavia, alcuni di noi sono sempre attivi, pronti a ricostruire sulle macerie.

Cos’ha alterato il rapporto di fiducia col pubblico?

Una peculiare programmazione, quella di un teatro spesso autoreferenziale, lo ha probabilmente alterato. Il confronto del teatro con la ‘facilità di vittoria’ della televisione e l’eccesso di input odierni non hanno aiutato. Bisogna invece far passare il concetto che il teatro è come il cinema, come la letteratura, perché arriva a comunicare un messaggio. È molto bello quello che si crea nella relazione col pubblico, e passa attraverso una promozione adeguata, adatta ai tempi…per fortuna le realtà che hanno lavorato bene si ritrovano oggi con i teatri pieni. Mi piacerebbe però che tutti i teatri lo fossero, sempre.

Il pubblico di oggi è davvero cambiato?

Il mondo è cambiato, non è una frase fatta. Si, il pubblico è cambiato e assieme a lui anche il teatro, solo che quest’evoluzione non ha proceduto di pari passo. Non si può pensare a quest’arte se fa bene solo a chi la fa, un teatro che parla al pubblico è un teatro ‘popolare’, non autoreferenziale.

Molti bravi attori non provengono dal tuo stesso percorso di studi. Qual è la realtà delle Accademie nel contesto italiano?

Le Accademie italiane sono buone, ciascuna con una sua impronta, bisogna trovare quella giusta per sé. Certo, dipende anche da chi si è e da come le si attraversa. Nessuno ti insegna a recitare, nessun maestro insegna come si sta su un palcoscenico, ma di certo se fossimo più rigidi sulla formazione sarebbe meglio per tutti, perché si tratta di una lunga e faticosa formazione, a mio parere fondamentale.

Cosa consiglieresti ai ragazzi che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?

Forza, tenacia nel cuore. Gli direi di provare senza rinunce. È un percorso difficile, ma in Italia qualsiasi cosa abbia a che fare con la cultura lo è, e l’attore, per eccellenza, non è mai sicuro. Credo ci siano buone realtà che conducano laboratori e portino avanti un serio percorso di formazione, ma sono dell’idea che un giovane che voglia fare l’attore debba formarsi in un’accademia, Milano, Roma, Genova, Torino…ma Accademia.

Da cosa e come giudichi un personaggio?

Non dò mai un giudizio a priori. Se ne elaboro uno, mi concentro sulla storia. Se lo interpreto…è ovvio che ho delle caratteristiche, dei colori, un ‘età, e sarebbe sbagliato prendere su di me un ruolo che non mi appartiene. Ma diventare quello che non si è rappresenta anche una grande, arricchente libertà.

Se non si può dare una definizione di arte, cosa distingue un artista da chi non lo è?

Il fatto di esserlo sempre. La totalità. Le scelte. Noi lavoriamo con la nostra intimità, con le emozioni, e spesso lavoriamo sulle relazioni. Nel mondo di un artista c’è spesso del disordine interiore, ma c’è anche profondità. Fanno un artista la volontà e l’ambizione stessa di diventarlo.”

 

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