Manfredonia. A volte mi chiedo, come sarebbero state la mia infanzia e la mia adolescenza senza le commedie di Dina Valente. Si perché Dina, prima ancora che essere regista e attrice, è madre, amica, confidente, consigliera, una persona molto cara. Andare a teatro a vedere le commedie di Dina Valente, non significa solo trascorrere una serata diversa, farsi due risate e tornare a casa con il buon umore addosso. Entrare in teatro per seguire un suo lavoro, equivale a fare un salto nei ricordi, nell’intimità di quel passato, a noi tanto caro.

Attraverso le sue storie sempre originali, di vita quotidiana , Dina racconta quell’esistenza semplice ma dignitosa dei nostri nonni, delle nostre zie, comare e conoscenti, che gioivano e piangevano, che scaldavano i propri animi magari per una parola di troppo, ma che poi erano capaci di riappacificarsi con un sorriso e un abbraccio. Le rappresentazioni proposte al pubblico, ora in vernacolo, ora in lingua, somigliano tutte a dei cammei, dei quadretti densi di riferimenti e significati simbolici: la famiglia, il senso del dovere, l’onore, la dignità, il senso di appartenenza, i legami affettivi e la dignità nonostante la povertà. Quest’ultimo lavoro, che venne già messo in scena alcuni anni fa e che si rivelò vincitore al Festival Provinciale di Foggia al Teatro Umberto Giordano,, li racchiude tutti in sé. La scena si apre in un tipico cortile di Manfredonia, il luogo fisico un tempo coincideva con lo spazio metaforico in cui si svolgeva la quotidianità, si intessevano amicizie e relazioni, si discuteva del più o del meno ma si prendevano anche delle decisioni importanti per la famiglia. Protagoniste sono appunto due famiglie di pescatori, che non sanno come far convolare a nozze i propri due giovani figlioli, perché non hanno i soldi necessari per organizzare un matrimonio con tutti i crismi.

“Storje d’Amore e de Curtigghje” è la storia dei nostri nonni, abituati a vivere nell’ingenuità e nell’ignoranza, ma che erano in grado di godere delle piccole e grandi cose della vita;.magari non sapevano nemmeno di quale consistenza fossero le stelle ma gli era sufficiente ammirarle in alto nel cielo, stretti in un abbraccio, per sentirsi appagati. Tutti intenti a far ragionamenti e a far di conto, i nostri amici non si accorgono però, che in mezzo a loro c’è una persona particolarmente sensibile, alla quale poco interessano quei discorsi, lei vuole solo sposare il suo amato ed essere felice come tutte le altre ragazze del vicinato. Alla fine, le due famiglie , per salvare capra e cavoli, giungeranno ad una infelice conclusione: consiglieranno al ragazzo e alla sua futura moglie di “scapparsene”, così si leveranno da ogni impiccio e non dovranno organizzare nessun matrimonio.

La giovane sposina, non è del tutto convinta di voler compiere questo gesto: che male avrà mai fatto, per non potersi sposare come tutte le altre coetanee? Si chiederà. “Io non voglio scapparmene, io non voglio sposarmi dietro all’altare”, ma a nulla serviranno le suppliche della giovinetta, in quanto donna e figlia non avrà altra scelta se non quella di ubbidire. E così sul palco prende vita uno spaccato tipico della quotidianità manfredoniana,con tanto di pettegolezzi, “i zingriaminde” e furibonde liti, che porteranno le due famiglie a spaccarsi e a chiudersi ognuna nelle proprie ragioni. Al loro ritorno i due sposini si ritroveranno di fronte ad una realtà ben diversa da quella che avevano lasciato, partendo per “la montagna” con il loro fagottino pieno e le mani vuote. Momenti comici e di intenso sentimento si intrecciano: il matrimonio, la famiglia, la dignità, la giovinezza, sono i valori e i simboli portanti della storia e alla fine, partendo dal riconoscimento dei propri errori, tutti i protagonisti ritorneranno sui propri passi, pervasi da un legame di solidarietà che si rivelerà, nonostante tutto, indissolubile. A toccar le corde più intime dello spettatore, non si possono non menzionare le musiche melodiche e passionali, che caricano di pathos e di intensa emotività la scena. La povertà unisce, nella gioia come nel dolore, e se è pur vero che “Nui nun simm com i signor” è anche vero che l’Amore è uno solo e che non guarda il vestito più bello o la festa più costosa, esso alberga nel cuore puro di chi sa accoglierlo e dargli dimora.

Nel cast Tonino Pesante, Filomena Trotta, Teresa Grieco, Antonio Potito, Antonio Vairo, Sipontina Verrini, Camillo Renegaldo, Tina Guida, Antonio Renegaldo, Peppe Sfera, Matteo Caratù, Lucrezia Giordano, Luigi Armiento e Rosanna Stelluti. on loro anche Girolamo Mangano, Miriana Notarangelo, Miriam Stelluti, Salvatore Armiento, Sara Robustella e Carmela Guida
Regia Filomena Trotta, Scene Giuseppe Fatone, Service audio Michele Trimigno, mixer/luci Mimmo Robustella, foto /TV Andrea Colaianni.

(A cura di Mariella La Forgia, Manfredonia aprile 2016)

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