Manfredonia. 22 febbraio 2011. La strage in Norvegia. Ce ne saremmo dimenticati se non ci avesse pensato Alì Sonboly. Una tragedia che ha visto morire 77 persone. Prima una bomba e poi 69 giovani uccisi uno per uno. Il protagonista di quella tragedia viene condannato a 21 anni, è sano di mente, non si pente, fa il saluto nazista… E’ lui che è diventato l’eroe di una mente “finita sotto assedio”. Il fenomeno di “rinchiudersi” è diffuso. I genitori non ne parlano. Se ne vergognano. Di un caso ne hanno parlato dopo che il figlio non usciva da 6 anni. Si dice che è dipendenza da internet e invece bisogna parlare di comportamenti patologici, di isolamento affettivo e relazionale. Le difficoltà di comunicazione con gli altri si collegano a un uso smodato del web. Sono per lo più maschi. Una mamma, però, mi ha raccontato che la figlia non usciva più di casa, perché non vestiva bene, non aveva abiti firmati e le amiche la snobbavano. L’esperienza di molti adolescenti è scandita da rapporti e relazioni crudeli.

Le cause? Un amore non corrisposto, l’isolamento, la stigmatizzazione, l’umiliazione, la competitività che non si regge, il bullismo… Il bullismo si rivolge a chi è indifeso, è impacciato, si sente rifiutato a scuola, che rappresenta il luogo dove ci si misura, cresce o si cancella l’autostima.

Che fare? Che la scuola faccia bene il suo lavoro. L’esperienza del recupero scolastico ha fatto notare come ragazzi e ragazze irrequieti, fastidiosi, impossibili da gestire miglioravano il loro comportamento, nel momento in cui andavano meglio a scuola. E cioè non facevano brutte figure.

All’inizio del 2000 un importante quotidiano nazionale raccoglieva, da figure significative della cultura e della politica, le 10 cose necessarie da fare all’inizio del nuovo millennio. Una di queste era: affiancare un volontario ad ogni bambino immigrato e contemporaneamente fargli frequentare laboratori teatrali. Mi stupii molto di quella scelta così interessante e originale.

Nelle introduzioni al festival di teatro delle scuole (curato dalla Bottega degli apocrifi) di qualche anno fa leggo: “ E’ dovere di tutta la comunità operare perché nessuno resti indietro, resti solo, prenda vie sbagliate. E quindi sviluppare iniziative di animazione socio culturale, doposcuola, laboratori teatrali… I giovani sono analfabeti a livello emotivo, non sanno riconoscere i propri sentimenti, non sono educati al controllo delle emozioni… Fare teatro (e partecipare ai laboratori) significa compiere un viaggio di conoscenza di sé e degli altri, maturare le capacità espressive, imparare a interagire con coloro che stanno intorno a noi attraverso i sentimenti e non con la violenza”.

I giovani della curva Sud del Manfredonia che volevano aiutare i bambini poveri, donarono un laboratorio teatrale e successivamente anche uno musicale per i ragazzi del doposcuola. Erano gli Ultrà del Manfredonia!

Cosa c’entra questo discorso con i lupi solitari, le paure, le stragi… Niente. Quello che deve contraddistinguerci non è cosa fare contro gli attentati, ma aiutare le persone italiane o immigrate a vivere meglio, a stare bene.

L’educazione è la frontiera della città. La scuola da sola non salva né educa. E’ tutta la città che educa. La scuola, mi ha detto un’insegnante, è il luogo “dove ragazzi che provengono da ambienti e famiglie oggi molto diverse si incontrano su un terreno comune. L’impegno nostro è far sentire tutti inclusi, accettati, apprezzati. La sfida è che tutti alzino la mano per intervenire e vigilare a che nessuno avverta intorno a sé l’indifferenza e l’esclusione”.

Abbiamo nel territorio di Manfredonia oltre 250 ragazzi immigrati, a Zapponeta vi è la più alta percentuale di Puglia… nelle campagne sono decine… Li conosciamo? Parlano la lingua italiana?

Ieri a Foggia ho visto un gruppo (forse scout o parrocchiale) che partiva per un campeggio. C’erano due ragazzi immigrati… Queste le micro risposte. L’integrazione dal basso, quotidiana.

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte futuri paralleli.it)

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