Ventisette anni, un metro e settanta, laureata con il massimo dei voti. Positiva, dinamica, ottima predisposizione ai rapporti interpersonali. Tuttavia, non si sta proponendo per un posto di lavoro, né ha voglia di trovare l’uomo della sua vita. Quell’uomo crede di averlo già trovato. La fa sentire veramente libera e amata così com’è. Un solo particolare: quell’uomo è vissuto in Palestina più di duemila anni fa. Laura ha, infatti, da poco intrapreso il cammino che la porterà a diventare una suora.

Esattamente a che punto sei del percorso?

Sono a una tappa che si chiama “Vieni e Vedi”, il periodo precedente al postulato, quindi alla richiesta di entrare in convento. Si tratta di una fase preparatoria, di discernimento. È un periodo pieno di entusiasmo ma anche di ricerca, nel quale si mantiene un ampio margine di libertà sia da parte dell’istituto che da parte della richiedente.

Sarai una suora di clausura?

No, il mio è un istituto di vita attiva, anche se la fondatrice diceva di “camminare nel mondo con cuore di scalza” perché è uno dei primi ordini che è uscito dalla clausura.

In quante siete? Quante della tua età? In generale, quante ragazze giovani incontri?

Fino a un mese fa c’erano fa due novizie sulla trentina, che poi hanno proseguito divenendo “junior”; in comunità siamo cinque di cui la più giovane, che ha appena fatto i voti perpetui, ha circa quarant’anni.

Come è maturata questa decisione?

Io non ero credente nel senso vero e proprio della parola, andavo a messa la domenica ma neanche tutte le domeniche. Non credevo in modo profondo, m’interessava, ma non pensavo che avrei trovato in chiesa le risposte al senso della vita. Invece a ventun anni, quando mi sono trasferita a Roma per frequentare il corso di laurea specialistica cui mi ero iscritta, ho avuto la grazia di abitare vicino a una parrocchia molto molto attiva e lì mi sono inserita all’interno del gruppo universitario, ho trovato dei sacerdoti meravigliosi, pieni di entusiasmo, e grazie a loro ho ricominciato a frequentare i sacramenti. La cosa che mi ha più colpito era la gioia, l’amore che io percepivo nei loro volti, nei loro gesti, nell’accoglienza che mi facevano i miei amici. Questo pian piano mi ha portato a cominciare a pregare e quindi poi, nella preghiera, ho sentito sempre più forte il desiderio di stare con il Signore e ho percepito nel mio cuore la Sua presenza. Così anche durante tutte le attività che la parrocchia organizzava per i poveri: quelle della Caritas, quelle organizzate dalla Comunità di Sant’Egidio per i Rom,… Tutto questo mi ha portato a vedere Gesù nelle persone più disperate e più povere: perché il Padre, se ha una preferenza, è proprio per gli ultimi.

Dove vivi? Com’è articolata la tua “giornata-tipo”?

Vivo all’interno della Comunità di Formazione delle Giovani. Mi sveglio alle sei, alle sette c’è la messa, poi le lodi e la colazione. Attualmente insegno in una scuola, per cui, se devo lavorare, dopo messa esco. C’è sempre un’oretta di meditazione da ritagliarsi durante la giornata, sul vangelo del giorno o su questioni relative ad affettività, relazioni, sul rapporto con il proprio passato… riflessioni finalizzate al discernimento. Se invece non devo lavorare studio, perché mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Religiose. Poi pranziamo – facciamo a turno nelle preghiere e nella cucina, mentre le stoviglie le laviamo tutte insieme -; alle sette abbiamo i vespri e mezz’ora dopo la cena. Tra il pranzo e i vespri, se l’indomani ho scuola, preparo le lezioni, altrimenti studio. Quattro sere a settimana, inoltre, seguo i corsi all’università.

Cos’hai provato nel momento, forse tra i più difficili, in cui hai preso concretamente la decisione, hai varcato la porta del convento e sei andata a comunicare le tue intenzioni?

In realtà io sono molto entusiasta della scelta. La parte più difficile l’ho affrontata un po’ prima. Quando ho preso la decisione di entrare era già da anni che maturavo nel mio cuore questo pensiero, quindi diciamo che il momento “clou” è stato prima, quando mi sono resa conto che poteva essere questa la mia strada. E poi, con tale consapevolezza in cuore, quando parlavo con delle suore avevo sempre una certa “ansia”, il cuore mi batteva. È stato difficile anche perché ha significato andare contro la famiglia, contro le idee di alcuni amici. Non è stato semplice. La lotta, comunque, è anche interiore, perché è il desiderio di tutti avere una famiglia, però ti accorgi che per te c’è un amore diverso a cui Gesù ha pensato. Io, pregando, ho sentito che questa poteva essere la mia strada. E ci sto camminando, non è che sia ancora sicura al 100%, però sono piena di entusiasmo. Quindi parlare alle suore è stata una gioia, una felicità, sicuramente un’emozione.

Quali sono le difficoltà principali che hai incontrato finora?

Le difficoltà principali le ho avute con la mia famiglia, che non è molto credente, e per un non credente è molto difficile accettare che tu possa donare la vita per una persona che per loro “non c’è”, ti prendono un po’ per pazza. Ma alla fine è un modo per volersi “più bene” perché si vive nella verità dei rapporti, e in questa ci si vuole bene veramente, senza ricatti affettivi, senza compromessi. Inoltre, penso sia uno dei modi per testimoniare Cristo: l’ha detto Lui che nessuno è profeta in patria! Il punto è che ciascuno dovrebbe un po’ slegarsi dall’idea che gli altri si sono fatti, per cercare di essere veramente se stessi, e questo comporta delle difficoltà, perché le persone che ti hanno visto in un modo fino a quel momento, e poi ti vedono cambiato, non sempre lo accettano.

Com’è cambiata la tua vita?

È cambiata certamente in meglio, sono passata da una vita normale, con le sue tristezze e le sue gioie, a scoprire la gioia piena del Vangelo, a sentire il cuore pieno di amore, pieno di senso, a vivere una vita che ti riempie davvero di pace, di gioia, di amore verso il prossimo.

Questo cambiamento ha influito in qualche modo sulle relazioni con gli altri?

Certo. Innanzitutto si scopre la relazione con la “R maiuscola” che è quella con Dio, e da quella scaturisce tutto il bene e il bello delle relazioni con gli amici: non è che Gesù ti fa perdere qualcosa, ma ti offre un guadagno, perché ti fa vivere in pienezza anche le relazioni con gli altri.

Qual è la tua più grande paura?

È quella di sbagliare strada, di non aver capito la volontà del Signore.

Un consiglio che daresti a una ragazza che sta vivendo ciò che hai vissuto tu negli anni scorsi?

Beh, innanzitutto di pregare, perché senza preghiera non c’è discernimento: nella preghiera e nel silenzio si riesce a cogliere la voce del Signore. Poi una buona guida spirituale, la calma e sicuramente avere vicino la comunità e gli amici.

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