Cos’hanno in comune una rumena manfredoniana, un campione di body building e un missionario? Si possono gemellare Borgo Mezzanone e New York?

Partendo dall’accettazione di quella chiusura tipica del nostro territorio, Andrea e Marco Nasuto si sono spinti ad affrontare quel complesso discorso sull’identità italiana a partire dalle sue radici. Radici che non sono stanziali. Se essere ‘outsider’ è davvero nella nostra storia, come si conciliano le istanze opposte di stabilire un’identità legata a un territorio con l’esigenza di integrazione al di fuori, in realtà differenti? Sono davvero istanze opposte? E se nella natura genetica degli italiani c’è proprio l’emigrazione, cosa contraddistingue davvero un italiano?

Dopo Made of Limestone, che si interrogava sul dilemma tra restare o partire (e ritornare), si attende a breve l’uscita di Kosmonauts. In ogni caso, una cosa è certa: i fratelli Nasuto parleranno ancora di noi.

State lavorando a Kosmonauts. Cosa siete stati stimolati a raccontare?

La condizione di outsider. Quella tensione tra l’amore intimo, non tanto per le persone, ma per l’idea che si ha di casa propria, e la necessità di valorizzare guardando le cose da un’angolatura diversa.

Kosmonauts parla di migranti?

Parla di un ciclo, che è quello dei migranti. C’è un storicità nell’emigrazione, il New York Times o The Guardian, per citare qualche esempio, parlano dei migranti, e c’è una narrazione di ’italianità’ che passa attraverso l’emigrazione. Il migrante è in noi, non soltanto quando parliamo degli attuali fenomeni migratori verso l’estero, è in noi quando pensiamo alle basi della nostra cultura: Enea per primo, Virgilio, Ottaviano. L’Impero Romano con la sua ‘cittadinanza allargata’ somiglia molto, in fondo, a quell’Europa dell’accoglienza che conosciamo così bene. A livello genetico, storico, la migrazione costituisce la nostra identità.

Da cos’è nato allora l’interesse per un racconto come questo?

Spiegare come nasce Kosmonauts non è semplice. Forse può aiutare un’immagine: tanti affluenti, intesi come percorsi mentali, che convergono e si uniscono in un fiume più grande. La domanda principe, “chi siamo?”, nasce da una condizione comune a molte persone della nostra generazione: migrare, cercare di rendere un nuovo posto ‘casa’, sentire di aver sviluppato un sistema di appartenenze a macchia di leopardo. Essere consapevoli di quanto la mobilità sia diventata un elemento strutturale delle nostre esistenze. Mobilità potrebbe essere tradotta in possibilità di sperimentarsi e di esplorare, da una parte, dall’altra in una fonte di un precariato molto profondo: l’impossibilità di ritrovarsi in un luogo-professione-ecosistema solo, il dover essere precariamente fluidi.

Se la cultura italiana nasce spesso ‘in negativo’, vale a dire da un confronto con altre identità, cosa vi ha portato all’attenzione verso i migranti?

Rispondere a questa domanda vuol dire ancora una volta chiedersi: perché parlare di migrazione? Quanto la migrazione è parte strutturale dell’identità italiana?

Qual è l’aspetto dell’emigrazione che vorreste portare alla luce?

Il fatto di come la creatività nasca dalla diversità. Il genio italiano è proprio saper capire e strutturare questo ‘salto’. Abbiamo avvertito la necessità di narrare in modo diverso e non assoluto.

Cosa vi siete fermati ad osservare per portare avanti questa narrazione?

L’intero lavoro è un continuo cambio di prospettiva, in e out, tra parti girate in Italia e parti girate all’estero. Questo per de-ri-costruire l’identità, per esprimere la non-linearità delle cose, le loro interconnessioni, specie dell’identità di un paese così variegato come l’Italia. Ci sono diverse Italie all’interno del territorio italico, ci sono Italie al di fuori del territorio italico.

Il mondo odierno e le politiche economiche hanno sbiadito la forza dei confini nazionali. Su cosa si ci concentra se confini e barriere sono sempre meno evidenti?

Se si bypassano i confini, si lavora su quanto avviene in ogni punto e sulle reti di punti. Ed è così che questi da locali divengono globali. La nostra sopravvivenza più che passare attraverso “come ci confrontiamo con l’Italia?”, passa attraverso “come ci confrontiamo con il mondo, inteso come rete di punti?”. La digitalizzazione porta un oceano di possibilità, ma servono competenze, voglia di capire il mondo per potervi accedere (dal punto di vista sociale, economico…). Ora, cosa accade se determinate dinamiche e strumenti per affrontare questa sfida sono già presenti nella nostra storia, nel nostro territorio? Kosmonauts è un tentativo di narrare in maniera nuova l’identità italiana, un’occasione per guardare con occhi nuovi chi siamo.

Un esempio?

Pensa ad un luogo come Borgo Mezzanone, un laboratorio sociale. Se pensiamo ad una realtà multiculturale, chissà perché ci allontaniamo con la fantasia, spostiamo i nostri punti di riferimento, o andiamo verso la più vicina grande città. Invece lì, periferia dimenticata, tra pomodori e sfruttamento disumano dei migranti, case occupate e degrado, ci sono tutta una serie di dinamiche che lo rendono una possibile ‘miniera’. Come non ci sia bisogno di allontanarsi chissà quanto da casa per confrontarsi con la diversità e col problema identitario, quanto un luogo come quello parli del mondo molto più di tanti finti stereotipi ‘internazionali’.

Il discorso che portate avanti è l’esatto opposto del colonialismo?

Diciamo che le identità nazionali si formano all’interno di un paese, ma per noi questo discorso non vale. Il tentativo era proprio comprendere in cosa consiste, allora, la nostra maniera di essere italiani. Poi, se risolviamo determinati problemi del Sud Italia, ad esempio, possiamo anche comprendere come risolvere altri radicalismi…

Quest’ultimo documentario e il precedente, Made fo Limestone: cosa ne sarebbe stato di te se fossi rimasto qui, a casa?

Non saprei rispondere…diciamo che ho trovato una spinta fortissima alla comunicazione nella solitudine, nel distacco da altri italiani. Giornalismo e scrittura diventano essenziali, specie per trovare una via tra la frammentazione e la coerenza, che è poi il problema di tutti i migranti.

Il documentario ha ricevuto diverse manifestazioni di interesse, l’ultima da parte di Roberto Saviano. Cosa avete intenzione di fare da grandi, tu e tuo fratello Andrea?

Ci piacerebbe poter continuare a lavorare insieme, continuare a raccontare. Saviano ci definisce “due talenti geniali della documentaristica” ma fare questo mestiere in Italia non è affatto facile.

Kosmonauts: cosa vuol dire allora essere italiani? È davvero possibile giungere ad una conclusione?

Una risposta alla domanda in sé la diamo, ma non è una definizione…

Ponendo di restare a casa propria, senza partire: questo discorso, il ritrovarsi, il cercare la propria identità, è anche utile per forgiare la realtà a cui si appartiene?

Ma certo, è il talento che forgia la realtà, non il contrario. E se vogliamo, il punto non è tanto l’essenza delle cose, ma come le si racconta.

Marco e Andrea Nasuto sul Gargano
Marco e Andrea Nasuto, Gargano ph. https://italianiamanchester.files.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

 

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