Non è infrequente imbattersi in storie colorite di ristoratori che reagiscono alla crisi (economica e di valori a seconda dei casi) scegliendo di far esplodere le proprie nevrosi, anziché coltivarle in silenzio, come vorrebbe il buon costume.

Ricordiamo tutti il discutissimo caso del ristoratore romano che qualche tempo fa ha affisso un cartello vietando letteralmente l’ingresso a bambini di meno di 5 anni. La causa: il troppo chiasso e la maleducazione dei bimbi, non controllati abbastanza dai genitori, che finiva per scoraggiare clienti ben più educati e forse seriamente interessati ad usare il ristorante come luogo per mangiare, e non come parcheggio per minori.

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Un altro caso è spuntato fuori proprio ieri, e giunge dalla Francia. Un trentenne ristoratore francese ha deciso che nel suo locale non potranno sedersi i banchieri, a meno che non paghino 70mila euro per il solo ingresso, mentre i cani saranno bene accetti. La provocazione è nata da una complicata vicenda vissuta dal ragazzo, soprattutto nel rapporto con il mondo del credito. Denuncia infatti di aver ricevuto una ventina di porte in faccia, in filiale, prima di riuscire a incassare un finanziamento. Tuttavia, grazie a una nota sulla Guida Michelin, nel giro di un paio d’anni, ha creato un flusso consistente di clienti e l’attività è diventata presto remunerativa. Scegliendo di aprire una seconda attività, si è visto però ancora una volta scartato e rifiutato, dichiarando che, in banca, “ci chiedono di metterci a quattro zampe” per elemosinare un finanziamento. Ha deciso quindi di reagire, passando al contrattacco.*

Un ultimo caso, di un paio di anni fa, forse meno famoso ma significativo, era la frustrazione, divenuta isteria, di un oste della provincia svizzera, che stanco di assurde lamentele dei clienti sulla sua cucina (clienti che poi non pagavano) ha deciso di barattare il costo del cibo consumato presso il suo locale con le prestazioni di lavoro: chi voleva mangiare, doveva assicurare di poter lavare i piatti, sparecchiare o servire il cliente successivo. Il ristoratore contava di recuperare le spese di tasse e stipendi, che non riusciva a far rientrare nella maniera tradizionale. Tuttavia, non si sa se la cosa ebbe successo.

Sono lontani i tempi in cui locali, ristoranti e drogherie mostravano cartelli razzisti per tenere fuori i meno desiderati, proteggendo così i propri affari. Il ‘razzismo’odierno a cui sono sottoposti finanzieri, maleducati e perditempo sembra godere perlomeno di una legittimazione sociale, finendo per mostrare a quante difficoltà debba andare incontro e combattere chi gestisce un’attività. Grazie a dio, non solo in Italia. E, con buona pace di genitori troppo concessivi, banchieri spietati o falliti di ogni sorta, la capacità dei gestori, stretti nelle loro angustie, ha trovato una via per sfondare proprio grazie alle mancanze, alle incompetenze e al cattivo gusto di quei clienti che rischiavano di far saltare gli affari.

E se passare attraverso social e articoli giornalistici puntando su una fama quantomeno discussa è la maniera di ribaltare l’economia (individuale) per uscire dalla crisi, ristoranti e osterie non sono più solo posti che s-famano. Sono diventati posti che si af-famano.

 

*fonte: www.repubblica.it

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