Il punto rosso viene da lontano. È prima di tutto elemento: punto nello spazio, base della linea e della forma. Assume una dimensione e diventa poi colore: rosso, espressione di forza e di movimento, di amore e di energia vitale. Acquisisce movimento. Entra in un contesto per farsi carico di un messaggio, mai urlato: il punto è come quelle piccole cose che veicolano un messaggio grande. Il punto è come l’arte stessa.

Il punto rossoHameed ALHumairy è un artista iracheno di fama ormai internazionale. Oltre ad aver partecipato a numerose collettive in Italia ha esposto anche in Norvegia, Libia e Giordania, oltre che nel suo Iraq natale. L’esperienza artistica è presenza costante e quotidiana nella sua vita, è una risposta a un bisogno interiore di espressione che si alimenta di sperimentazione, ed è vissuta e condivisa con sua moglie Wafaa, come lui artista e storica dell’arte.

Il loro intento è di far conoscere in Europa l’esperienza della pittura contemporanea irachena, con il suo contributo di slancio verso il futuro e verso la modernità, contro quell’attenzione troppo eurocentrica che il grande pubblico in Italia spesso ha nei confronti dell’arte e della storia dell’arte. Una mostra in Europa sembra quindi dare all’artista voce più forte per farsi ascoltare.

La personale “Il punto rosso” è articolata in due sezioni. La prima è quella che dà il nome alla mostra, nella quale sono esposte opere astratte, tutte del 2015, ad acrilico su carta, che hanno come comune denominatore il punto rosso.

La seconda sezione raccoglie, invece, opere figurative, a tecnica mista, realizzate negli ultimi quattro anni. In alcune di esse si osservano colori e immagini che si richiamano alle origini irachene di Hameed, colori che, ci spiega, «sono sempre quelli dell’ambiente, rappresentano l’appartenenza». In qualcuna di queste opere domina quel giallo spento che fa da sfondo, spesso, alla nostra idea occidentale di Medio Oriente, mentre sono molto più presenti i toni scuri e freddi, probabilmente quelli degli interni e delle zone d’ombra. Poi, volti che scrutano e si scrutano, e che a volte si ripiegano su se stessi, mai numerosi: la relazione privilegiata in queste opere è quella a due.

Alla nostra domanda su quale sia il motivo del passaggio dal figurativo all’astratto e se possa considerarsi definitivo, ci risponde che «si tratta solo di una nuova esperienza, di sperimentazione, non di un cambiamento» e che non pensa si fermerà mai su un’esperienza artistica rinunciando alla sperimentazione. «L’arte», ci dice, «deve prima di tutto soddisfare il desiderio interiore dell’artista perché sia poi abbastanza efficace da arrivare al fruitore. Solo dopo viene il messaggio. Quest’ultimo, anche se non è esplicito nell’opera, stimola domande interiori e porta a riflettere. E questo può considerarsi senz’altro come un secondo messaggio».

 

 

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