Bari. I pugliesi spendono di più per mangiare, bere e vestirsi rispetto alla media nazionale. Ma di meno per la manutenzione della propria casa, i trasporti, l’istruzione e la cultura. A rilevarlo è l’Osservatorio Economico di Confartigianato Imprese Lecce, diretto da Davide Stasi, che ha elaborato gli ultimi dati Istat. Ogni mese, i pugliesi sborsano, in media, 446 euro per l’acquisto di generi alimentari e bevande non alcoliche, pari al 21,7 per cento della totale della spesa (2.061 euro), mentre la media nazionale si ferma a 436 euro, pari al 17,5 per cento del dato complessivo (2.488).

Per le bevande alcoliche e i tabacchi si spendono 44 euro e per l’abbigliamento e le calzature circa 120 euro contro i 114 della media nazionale. Le differenze emergono al contrario, però, quando si parla di casa, per la quale i pugliesi impegnano, mediamente, 662 euro al mese contro una media nazionale di 913 euro. Nell’importo sono comprese anche le utenze domestiche. Per le manutenzioni straordinarie, si sborsa la metà: la media mensile si attesa a 17 euro contro il doppio di quella italiana (34 euro). Per gli affitti figurativi, ovvero quelli che le famiglie spenderebbero se la casa in cui vivono non fosse loro, la media è di 409 euro contro i 592 di quella nazionale. La spesa per i mobili, gli articoli e i servizi in casa è di 97 euro al mese, contro i 102 della media italiana. Le differenze aumentano con i trasporti: 201 euro è la spesa media regionale contro i 257 di quella nazionale. Per la cultura e gli spettacoli appena 78 euro contro una media nazionale di 121 euro. Per l’istruzione 10,84 euro contro 14,07. Le differenze scompaiono quasi del tutto quando si parla di sanità (107 euro contro 109).

«I dati elaborati – spiega Davide Stasi, direttore dell’Osservatorio Economico di Confartigianato Imprese Lecce – dimostrano quanto sia cara la vita per i pugliesi: oltre duemila euro al mese. Si tratta di un valore medio, che raggruppa sia gli anziani soli ultrasessantenni che tirano avanti con una pensione di mille euro al mese, sia le famiglie con più di tre figli a carico, sia gli imprenditori e i liberi professionisti con redditi ben più elevati. Ma è certamente un valore alto e di fatto viene da chiedersi come riesca a sopravvivere chi percepisca stipendi o pensioni minime, a fronte di un costante aumento dei prezzi al consumo. Analizzando le singole voci di spesa, sono tre quelle che pesano più di tutte – precisa – i generi alimentari, i fitti e i trasporti. Non a caso, perciò, continua a crescere la percentuale dei consumatori che acquistano nei discount e negli ipermercati per riempire il carrello. Negli ultimi anni con l’avanzare della crisi economica e la crescente diffusione del web, si è sviluppato un nuovo modello di consumo, nato col fenomeno dei “low cost”, con i clienti sempre più attenti a navigare in rete per informarsi, comparare i prezzi sui volantini, cercare gli outlet e i mercatini dell’usato. Quel che sorprende ancor di più – sottolinea – è che sia cresciuta anche la percentuale delle famiglie a reddito medio-alto che sono più attente alle proprie uscite mensili. La spesa low cost, quindi, non è appannaggio solo dei ceti meno abbienti, ma è praticata anche da chi ha un reddito medio. In coda alle casse dei discount, infatti, non ci sono solo badanti, camerieri stagionali, padri e madri di famiglie numerose, ma anche anche professionisti, dirigenti ed impiegati. Tutti, ma proprio tutti, pur di stringere la cinghia, sono ormai attenti a portare a casa la pasta, il riso, il pane, la carne ai prezzi più vantaggiosi. In tempi come questi, si stanno rivelando “formiche” perfino i ceti medio-alti, che non esitano a fare sacrifici pur di non svuotare il portafoglio. Insomma – conclude – i pugliesi stanno stringendo la cinghia e stanno tagliando su tutto, ma guai a toccare cibo e bevande».

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