C’è una legge barbarica e antica: quella del più forte che si identifica in colui che ha meno bisogno dell’altro per sopravvivere.

C’è stato un tempo in cui gli uomini hanno tenuto con sé cani e altri mammiferi per dormirci abbracciati scambiando calore corporeo per non morire di freddo durante le notti invernali. E’ stato l’uomo a selezionare i cani per farne guardiani, guardie del corpo, pastori, investigatori, soccorritori. Ha anche deciso che avrebbero abbaiato: il lupo, forma non domesticata del cane, non abbaia quanto lo fa un cane di oggi.

Al ragazzo che sta camminando a fianco al suo cane tutto ciò interessa, ma solo un po’: all’animale vuole bene perché l’ha visto quando era molto piccolo, quando appena si reggeva sulle zampe. Si è preso cura di lui e da allora è diventato il suo cane. Il quadrupede gli ha insegnato a rispettare le sue necessità, il ragazzo ha dettato delle regole. Ora il cane aspetta tutto il giorno il suo rientro a casa e fa salti di gioia quando finalmente lo  vede.

Le esigenze sono cambiate, diverso è il rapporto dell’uomo con la natura. Che si segua un credo religioso o meno, secoli di cultura cristiana e non solo, hanno insegnato all’Occidente il piacere di dare anche senza ricevere, dunque di opporre resistenza alla legge del più forte, andando invece incontro al più debole, rispettando ogni creatura vivente anche senza un tornaconto (ma la gioia e l’affetto che un cane può dare, non sono pure ricevere?).

Oggi tutto ciò rientra nell’etica, laica, del rispetto per la vita, a prescindere dal credo religioso. Da imparare ci sarebbe anche da alcune religioni orientali, dove la vita degli animali è trattata con pari dignità di quella degli altri esseri viventi. Che lo si condivida o meno, non c’è bisogno di convertirsi per comprendere la sacralità insita nella vita di ogni essere e combattere fenomeni gravi di maltrattamento come quello avvenuto ieri pomeriggio a Manfredonia (leggi la notizia): cani gettati via come rifiuti.

Il pensiero si focalizza sull’ipotetica scena: trovati i sacchetti, il responsabile dell’atto avrà attirato i cani verso di sé, forse con l’attrattiva del cibo. Saranno corsi verso di lui scodinzolanti, con l’acquolina in bocca e l’entusiasmo negli occhi. Si saranno, poi, chiesti perché quell’uomo, che forse conoscevano, stava legando loro le zampe. Avranno goduto di un ultimo boccone, quello del condannato? Poi i loro occhi avranno visto il buio, e perso cognizione di dove fossero. Avranno cercato la luce, dimenandosi con le zampe legate, poi percepito un vuoto d’aria e avuto paura senza riuscire a capire. Avranno abbaiato e abbaiato ancora finché il respiro non si sarà fatto pesante mentre l’ossigeno diminuiva. Avranno continuato a lamentarsi, finché, venute meno le forze, hanno chiuso gli occhietti. Uno solo tra di loro è riuscito a sopravvivere: i suoi lamenti sono stati ascoltati in tempo. Intanto qualcuno ha rimesso in moto ed è andato via.

L’uomo non è l’unico ospite del pianeta; non è padrone unico, ma solo ‘socio’, corresponsabile, di un numero infinitamente alto di esseri viventi: gli altri uomini e donne, i bambini, gli animali, la natura. Talvolta lo dimentica.

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