Io voglio ardentemente, appassionatamente, il pane per l’operaio, il pane per il lavoratore, che è mio fratello; a fianco del pane della vita, voglio il pane del pensiero, che è anche il pane della vita”. Era il 1848. Di fronte a una crisi economica profonda e ai tagli alla cultura, Victor Hugo tenne nel Parlamento francese un memorabile discorso in cui sosteneva che la crisi si batte non riducendo i fondi alla cultura ma aumentandoli: “Bisognerebbe moltiplicare le scuole, le biblioteche, i musei, i teatri, le librerie… Bisognerebbe moltiplicare i luoghi di studio per i bambini, i luoghi di lettura per gli uomini, tutte le organizzazioni, istituzioni in cui si medita, si istruisce, in cui ci si raccoglie, si impara qualcosa, in cui si diventa migliori…”

Il discorso di Hugo (per qualche aspetto può ricordare quello del New Deal di Roosevelt del 1932) è mosso dalla convinzione che la crisi produce miseria materiale e anche morale, avvolge la mente e lo spirito e si deve combattere sul piano economico, ma senza trascurare il benessere intellettuale e l’educazione.

La letteratura ha il potere di spingere la mente ad andare oltre ciò che si vede e si sente. La letteratura che conserva spirito di curiosità e di rivolta può darci una visione panoramica e aiutarci a squarciare l’universo cupo delle paure che ci soffocano. E’ la tesi di Azar Nafisi, scrittrice iraniana – americana,

La crisi di cultura e identità che colpisce le società occidentali e che le sta scuotendo dal profondo, non è solo economica o politica, ma deriva da “una visione mercenaria e utilitaristica che taglia fuori l’immaginazione e il pensiero, che marchia come insignificante la passione per la conoscenza”. La conoscenza immaginativa, dice Azar Nafisi, “ci aiuta a modellare la nostra idea di mondo, e il posto che vi occupiamo; influenza la nostra capacità di scelta. Politici, educatori, imprenditori: siamo tutti condizionati da questa visione o dalla sua assenza”.

L’immaginazione, le idee, i libri, i film aprono una finestra sulla complessità e la diversità del mondo, ci fanno capire persone che hanno vite molto diverse dalle nostre. Se è così necessaria non è per fuggire dalla realtà, “è perché abbiamo bisogno di farvi ritorno con occhi rinnovati o, come avrebbe detto Tolstoi, ripuliti”. L’immaginazione non offre un rimedio alla miseria, alla mancanza di un tetto, o all’ingiustizia, alla sofferenza, ma ha una voce che svela le cose e spinge a non accettarle come sono.

Sono stati i più forti culturalmente a resistere all’esperienza drammatica dei lager e dei gulag. Nel freddo refettorio di un convento sconsacrato del campo di prigionia di Grjazovec con migliaia di prigionieri polacchi, in Unione Sovietica, un gruppo di ufficiali nell’inverno 1940-1941 decisero di utilizzare le competenze di alcuni degli internati per tenere conferenze di argomento storico e letterario, per aiutarsi reciprocamente a superare lo sconforto, l’angoscia, e a preservare le menti dalla “ruggine dell’inattività”. Jozef Czapski (1896-1993), parlò della pittura e letteratura francese a compagni di prigionia esausti dopo una giornata di lavoro all’aperto, con temperature fino a 45 gradi sottozero. “La gioia di poter condividere uno sforzo intellettuale ci dimostrava come fossimo ancora capaci di pensare e di far rivivere dentro di noi un mondo che allora ci sembrava perduto per sempre… E’ stata l’arte francese ad aiutarci a sopravvivere in quegli anni passati in Unione Sovietica”.

(A cura di Paolo Cascavilla, fonte futuri paralleli.it)

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